La jihad ebraica di Bibi e l'ininfluenza Usa

2004
La jihad ebraica di Bibi e l'ininfluenza Usa

 

“Gli ultranazionalisti ebrei apocalittici sono in estasi” per “l’opportunità” che gli è stata offerta dalla guerra, scrive Uri Misgav su Haaretz. “I loro occhi luccicano. Sono estasiati. Dal loro punto di vista, questi sono i giorni del Messia. La grande opportunità. È parte integrante delle concezioni fondamentaliste, in tutte le religioni. La fede in un’apocalisse, Armageddon, Gog e Magog, come unico mezzo di redenzione”.


La Jihad ebraica contro quella di Hamas

“[…] Nel caso dei sionisti Haredi – prosegue Misgav – si tratta di una doppia fantasia: pieno dominio ebraico su tutta l’area che va dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano, in concomitanza con la cancellazione dell’esistenza degli arabi e l’emergere di uno stato halakhico dalle ceneri dell’odierno Israele liberal-democratico” […] Ciò spiega i discorsi su una ‘seconda Nakba‘” e altre derive similari.

E se in Israele e altrove si discute di come condurre la guerra, di come rapportarsi sul piano internazionale e altro, “per i sionisti Haredi tali diatribe sono una dannosa perdita di tempo. Gaza è Amalek, che deve essere cancellata dalla faccia della terra“.

“[…] Molti sionisti Haredi, alcuni dei quali amministratori pubblici, vedono la terribile crisi come un’opportunità e persino come un piano divino“. Tale estasi, dettaglia Misgav, dilaga nella società, nella politica, ma anche tra i militari, dal momento che “all’interno dell’esercito c’è una corrente sionista Haredi ben radicata”.

E avverte: “La jihad ebraica è determinata a incendiare l’intera Terra Santa“. Un pericolo, scrive Misgav, che non deve essere ignorato dagli israeliani alieni da tali derive, anche se il cronista di Haaretz rimanda il redde rationem tra le due anime dell’ebraismo israeliano alla fine della guerra.

Ciò che forse non comprende Misgav, ci permettiamo aggiungere, è che la guerra in corso sta modellando il futuro del suo Paese, oltre che del mondo, e che più dura l’orrore che l’esercito israeliano sta disseminando a Gaza sotto gli occhi del mondo – nonostante gli sforzi di nasconderlo – più si consegna a tale fondamentalismo.

Lo dimostrano in maniera plastica le dichiarazioni di diversi esponenti dell’establishment israeliano (ad esempio la chiamata a “distruggere Gaza” dell’ex ambasciatore in Italia Dror Eydar?), lo dimostra la brutalità con la quale l’esercito israeliano sta conducendo quella che viene definita guerra, ma che sarebbe più giusto chiamare mattanza.

Di ieri l’attacco a un convoglio di ambulanze che ha fatto inorridire il mondo, alcune di esse colpite presso l’ospedale Shifa. Attacco che Israele ha giustificato affermando che trasportavano miliziani di Hamas.

Una delle ambulanze di Gaza colpite ieri dal fuoco dell'IDF

Una delle ambulanze di Gaza colpite ieri dal fuoco dell’IDF

Così il ministero della Sanità di Gaza: “Abbiamo informato la Croce Rossa, la Repubblica Araba d’Egitto e il mondo intero attraverso i canali di comunicazione e i media del movimento di alcune ambulanze che trasportavano i feriti che dovevano essere trasferiti in Egitto…” (Sky News).

il trasferimento di alcuni feriti in Egitto era stato consentito dopo forti pressioni americane in tal senso ed era stato sbandierato come una vittoria di Washington e un cedimento alla sua richiesta di moderazione.

La pubblicizzazione di tale successo diplomatico Usa, peraltro più che relativo, aveva preceduto la visita del Capo del Dipartimento di Stato Tony Blinken in Israele, intenzionato ad aumentare il pressing per arrivare a una pausa umanitaria.

Netanyahu ha rifiutato la richiesta e l’attacco al convoglio delle ambulanze, uno dei più eccessivi da quando è iniziata la guerra, ha in qualche modo suggellato in maniera simbolica il rigetto.

La pretesa USA che condanna Gaza al mattatoio

D’altronde, la pretesa degli Stati Uniti di poter gestire da sola il conflitto, accreditandosi una capacità di influenza decisiva, che in realtà non ha, sul partner mediorientale, condannano a priori i suoi sforzi, che avrebbero successo solo se coordinati a livello internazionale con le altre potenze rivali, cioè Cina e Russia, come accadeva ai tempi della Guerra Fredda quando certi eccessi che ponevano rischi alla stabilità globale erano impossibili.

La scarsa influenza americana discende dalla sua pretesa di restare, nonostante tutto, la potenza egemone globale, da cui la determinazione a modulare il conflitto mediorientale in modo che il suo dipanarsi e il suo esito vada a favorire gli interessi USA e a scapito di quelli delle due potenze rivali.

Portaerei USA in navigazione nel mediterraneo.

Portaerei USA in navigazione nel mediterraneo.

Fotografia di tale determinazione è l’annuncio che a breve Zelensky volerà in Israele, visita che Tel Aviv aveva rigettato in precedenza. È alquanto ovvio che si tratta di una richiesta avanzata da Blinken, data la coincidenza temporale dell’annuncio con il suo incontro con Netanyahu.

In tal modo, l’America intende rilanciare il connubio tra la guerra ucraina e quella mediorientale, che tanto gli sta a cuore da inviare al Congresso una risoluzione nella quale si chiedeva un aiuto congiunto verso i due Paesi.

Tale connubio è stato rigettato dalla Camera, che ha votato per aiutare Israele e non Kiev, ma evidentemente l’amministrazione Usa non vuole gettare la spugna. Tale rilancio, peraltro, dovrebbe servire per ridare ossigeno alla guerra ucraina, vincendo le pressioni interne ed esterne per chiuderla.

Ci sono le elezioni in America, Biden o un candidato democratico alternativo non può permettersi di presentarsi agli elettori con il fardello di una guerra persa sulle spalle.

È alquanto ovvio, quindi, che agli occhi dell’amministrazione Usa era più importante la visita di Zelensky in Israele che non la pausa umanitaria, da cui il pieno successo della visita di Blinken, nonostante i morti di Gaza, evidentemente alquanto secondari.

Di tali priorità è ben conscio Bibi Netanyahu, che sta giocando a scacchi con i suoi alleati-antagonisti d’oltreoceano, riuscendo così a gestire il conflitto e a sopravvivere politicamente a quanti in Israele vogliono la sua testa.

Infatti, gli sforzi per eliminarlo dalla scena politica all’interno di Israele non si sono placati e questo scontro interno si riverbera sul mattatoio Gaza e sulle possibilità di dar vita a una guerra più ampia, che il prolungamento e la brutalità del conflitto comportano.

Sul punto, un articolo di di Yossi Verter su Haaretz dedicato allo scontro che si sta consumando all’interno della politica israeliana, che riporta le confidenze di una fonte anonima, che, dopo aver dettagliato le difficoltà che ostacolano la rimozione del premier, conclude che, però, vale la pena provarci, “altrimenti Bibi farà in modo che la guerra duri per sempre”.

Così, per tornare all’inizio della nostra nota, anche Netanyahu ha evocato Amalek e anche per lui la guerra di Gaza rappresenta un’opportunità, come lo fu per i neoconservatori Usa l’11 settembre. Ci torneremo.

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