Il futuro dell'Afghanistan dopo la sconfitta dell'occidente

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Gideon Rachman, in The west has lost in Afghanistan, analizza il fallimento della missione Nato a Kabul, partendo da una semplice constatazione: cinque anni fa gli Stati Uniti rifiutavano di trattare con i Talebani, oggi accade esattamente l'inverso. Mentre la Nato ha già programmato che il suo ritiro avverrà nel 2014, rimane da determinare solo il livello della sconfitta. In uno sforzo disperato di lasciare alle spalle un paese stabile, l'Alleanza atlantica sta cercando di far entrare i talebani nel processo di transizione, ma quest'ultimi non vogliono scendere a compromessi.

Dopo oltre un decennio di presenza militare in Afghanistan, alcuni miglioramenti sono stati compiuti. I politici occidentali in visita nel paese spesso si vantano del nuovo testo costituzionale e dell'ingresso femminile nelle scuole. Ma, sottolinea Rachman, i diritti previsti dalla Carta non si sono mai trasformati in regole condivise dalla società. Questo perché, come ha sottolineato un ministro degli esteri europeo, “tre quarti della popolazione semplicemente non sa leggere quanto c'è scritto sulla costituzione”. Ed anche la situazione dell'emancipazione femminile appare tutt'altro che completa sotto il governo del Karzai: in un rapporto di Human Rights Watch della scorsa settimana, l'organizzazione afferma che centinaia di donne sono costrette in carcere per “crimini morali”, come resistenza a matrimoni forzati o per aver denunciato uno stupro.  

Gli scopi attuali della Nato nel paese rimangono focalizzati interamente sulla sicurezza, in particolare assicurarsi che l'Afghanistan non torni ad essere un rifugio di terroristi. Ma non è detto che l'occidente riesca ad ottenere anche questi obiettivi minimi: l'addestramento delle forze afghane di sicurezza costa dagli 8 ai 9 miliardi di dollari all'anno e, si chiede  il Columnist del FT, potrà la Nato continuare a trovare i fondi in un periodo di crisi globale?
Al momento il problema maggiore di destabilizzazione è rappresentato dai talebani Pakistani, in grado di gettare il paese in una guerra civile al momento del ritiro delle truppe occidentale. Nel discorso d'insediamento alla Casa Bianca,  Obama ha definito il Pakistan “the most frightening country in the world” ed ha insistito che il problema afghano non potrà mai essere separato da quello del potente vicino. Nella fase di preparazione del ritiro delle truppe dall'Afganistan, tuttavia, gli Stati Uniti potrebbero aver sottovalutato il problema. Islamabad sta aumentando la produzione nucleare in tutto il paese e l'anti-americanismo crescente nel paese fa aumentare l'incubo di Washington di “perdere il controllo delle testate”. Anche gli attacchi droni contro i jihaidisti nelle zone tribali del Pakistan, considerato il maggior successo di Washington nella zona, sono una arma a doppio taglio: se da un lato, hanno effettivamente colpito la leadership di al-Qaeda; d'altro lato, hanno anche aumentato il sentimento di odio verso l'America nella regione, alimentando una nuova generazione di terroristi. Questo circolo vizioso è stato perfettamente sintetizzato da un rappresentante governativo pakistano: “Il numero 3 di Al-Qaeda è stato ucciso almeno tre volte. Ma ci sarà sempre un numero tre, finché non sarete in grado di sconfiggere l'ideologia che alimenta al-Qaeda”.
Le ragioni del fallimento occidentale a Kabul, ben evidenziati da Rachman, sono sintetizzabili nella volontà frenetica di garantire un apparato militare efficiente, tralasciando completamente gli investimenti in infrastrutture, educazione e promozione della democrazia.

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