I nazigolpisti di Kiev in procinto di attaccare la Bielorussia
Parafrasando il titolo di un celebre articolo pubblicato da Stalin sulla Pravda del marzo 1930, a proposito di metodi non corretti nella conduzione della collettivizzazione delle campagne in URSS e intitolato “Vertigini da successo”, l'osservatore Pavel Kotov, su Ukraina.ru, parla di “tempestose vertigini da dubbi successi”, che avrebbero colto i vertici nazigolpisti di Kiev. I principali “successi”, che hanno caratterizzato la settimana appena trascorsa, riguardano le conclusioni del vertice G7 a Evian e alcuni attacchi dei droni ucraini fino sull'area di Moskva.
Ed è a partire da tali “successi”, possiamo osservare, che hanno assunto toni sempre più intimidatori gli autentici ultimatum lanciati dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij all'indirizzo del presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko e che, a detta di vari osservatori militari russi, costituiscono una premessa a un probabile attacco ucraino al paese confinante.
Andiamo con ordine. Al summit in terra francese si sono sostanzialmente ripetute le declamazioni che ormai a cadenza quotidiana i media di regime si preoccupano di riportare quale verità rivelata su una stabile supremazia militare ucraina, che prelude a una prossima sconfitta della Russia. Nonostante al fronte continui, per quanto volontariamente lenta, l'avanzata delle forze russe, nel quadro disegnato dalla narrazione mediatica occidentale tale fronte è praticamente scomparso dalle cronache, che parlano solo degli “spettacolari successi ucraini” che lanciano sulla Russia droni e missili a ripetizione, che la contraerea non sarebbe in grado di intercettare.
Dunque, il vertice a Evian. «La questione ucraina è stata ampiamente discussa al vertice del G7. Come ci si poteva aspettare, Trump è stato inondato di idee, direi, probabilmente inutili, se non dannose», ha dichiarato il consigliere presidenziale russo Jurij Ušakov. Gli europei insistono sul fatto che «la guerra debba continuare. Inoltre, sono guidati dalla premessa completamente errata che la situazione sul campo di battaglia stia cambiando a favore delle forze ucraine, il che è categoricamente falso».
Dato che, a Evian, Donald Trump non è andato oltre il suo repertorio abituale, proclamando che farà tutto il possibile per porre fine al conflitto e che la Russia deve raggiungere un accordo, i media ufficiali hanno deciso di colmare il vuoto di sostanza, minimizzando l'impatto delle dichiarazioni prudenti di Trump. Si è fatto così ricorso a "indiscrezioni" e Politico, citando anonimi diplomatici, ha riportato che Trump aveva autorizzato un aumento della pressione sulla Russia e discusso con Zelenskij la produzione di missili da difesa aerea su licenza americana. Anche se ciò fosse vero, ironizza Kotov, nel caso di Trump, che annuncia attacchi contro l'Iran al mattino sui social media per poi annullarli la sera, tali dichiarazioni "discusse" e "promesse" non significano assolutamente nulla. Ecco allora che il premier canadese Mark Carney ha cercato di colmare la lacuna, annunciando il "cambio di posizione": «Nei colloqui sull'Ucraina, stiamo assistendo a un cambiamento nella posizione USA che, a nostro avviso, è più realistica, data la situazione sul campo di battaglia, il possibile esito della guerra e la sconfitta della Russia». Una sconfitta data per acquisita da ogni media di regime che si “rispetti”. Si arriva così alla dichiarazione finale del G7 che, come tradizione, proclama il sostegno incondizionato all'Ucraina fino alla vittoria, nonché la promessa di fornire sistemi di difesa aerea, armi a lungo raggio e così via. Lo stesso Carney ha parlato di 2 miliardi di dollari canadesi sotto forma di droni, elicotteri, munizioni e investimenti nell’industria della difesa ucraina, ma senza elencare nello specifico “cosa, quanto e quando”. Il contorno è stato costituito dagli attacchi di droni ucraini sul territorio russo, che hanno lo scopo di confermare la “verità” di una più che prossima sconfitta di una Russia, ridotta peraltro a condurre “barbari attacchi” alla Lavra di Kiev, non disponendo di altra possibilità militare.
Una Russia così malridotta che, afferma il deputato della Rada Maksim Bužanskij, gli attacchi alla raffineria di Kapotnja e i colpi su altre città russe indicano che la Russia «non ha una difesa aerea». Parole cui fa eco il non certo filo-russo The Economist: «Solo una piccola parte di missili e droni ucraini riesce a penetrare i sistemi di difesa aerea russi... il tasso di successo di tali attacchi varia dal 2% al 35% a seconda del tipo di arma, con solo i mezzi più veloci, che viaggiano a oltre 350 km/h, che hanno le maggiori probabilità di successo». The Economist mette anche in dubbio le notizie ucraine sull'imminente acquisizione di missili balistici di produzione nazionale da parte delle forze ucraine; tanto che l'ex vice capo di SM della Marina ucraina, Andrej Ruženko, afferma senza giri di parole che «non si possono produrre pale oggi e missili domani. L'Ucraina ha una scuola missilistica, ma la nostra tecnologia è ferma da 40 anni».
È d'altronde innegabile che alcuni mezzi ucraini continuino a raggiungere gli obiettivi, colpendo raffinerie a sud di Moskva e attaccando la Crimea. E, però, osserva il canale Telegram “Rybar”, in questa fase i successi ucraini sono puramente tattici, pur essendo presentati dai media come una “sconfitta strategica per la Russia”. Di certo, conclude Kotov, al momento si può constatare che il famigerato "spirito di Anchorage", già calpestato da tutti, è finalmente in declino. Con gli attacchi in Crimea, su Moskva e altre città, fare affidamento sugli americani è diventato irrilevante: «Una delle parti si è dimostrata incapace di rispettare gli accordi raggiunti ad Anchorage... la Russia non si aspetta che i termini di Anchorage vengano rispettati, ma la vittoria», ha dichiarato Ušakov, azzardandosi in tal modo a mettere in dubbio il “Verbo”, eucaristicamente proclamato anche il 23 giugno su La Stampa, quando riporta la “verità” dell'ex consigliere presidenziale russo (oggi emigrato in Israele) Abbas Galljamov, secondo il quale i russi, poveretti, vedete, sul campo di battaglia «non riescono a smuovere le difese ucraine, nemmeno al prezzo di decine di migliaia di uomini uccisi. L’efficacia degli attacchi ucraini nelle retrovie russe ha avuto un’impennata. L’economia russa è in enorme difficoltà, con gli ucraini sempre più infallibili nel colpire le raffinerie». Cui fanno catechisticamente eco le certezze affidate al britannico Guardian dal nazigolpista-capo, anch'esse riportate da La Stampa, secondo cui «La nostra industria della difesa, le nostre forze armate hanno avviato il processo per portare la guerra in Russia... La nostra risposta diventerà più forte di giorno in giorno». Sembra proclamato da un balcone romano.
Chiaro che, esaltato da cotanta claque mediatica internazionale, Zelenskij assuma atteggiamenti ancora più da bullo di borgata. Lo fa, ora, come si diceva, nei confronti della Bielorussia e di Aleksandr Lukašenko personalmente. Il 19 giugno, Zelenskij ha dato a Minsk una settimana di tempo per rimuovere i sistemi di ricognizione elettronica dislocati vicino al confine ucraino, nelle aree di Gomel e Brest e che, a suo dire, sarebbero d'aiuto nei raid aerei russi. «Se non le rimuove lui, lo faremo noi. Quello che succederà tra una settimana è: o loro o noi», ha proclamato con toni duceschi il “difensore dei valori liberali europei”. La Bielorussia, osserva Moskovskij Komsomolets, non ha ancora risposto all'ultimatum.
Dunque, el jefe de la junta, scrive “Voennaja Khronika”, ha chiaramente deciso di accrescere l'escalation nei confronti di Minsk e la domanda è sul perché stia cercando di trascinarla in guerra. A giudizio degli analisti del canale, obiettivo è costringere la Russia a ritirare parte delle truppe dal fronte per difendere la Bielorussia, sventando così l'offensiva estiva delle forze russe. In effetti, a dispetto dei giubili di vittoria intonati dai media bellicisti europei a uso e consumo della militarizzazione della società, in realtà la situazione sul fronte, ancora secondo “Cronaca militare”, vede che dopo l'inevitabile caduta di Kramatorsk e Slavjansk, si aprirà una finestra di opportunità per le forze armate russe, che potrebbero tentare di raggiungere il Dnepr e conquistare Dnepropetrovsk e altre importanti città sulla cosiddetta “riva sinistra” ucraina. Se così fosse, l'Ucraina potrebbe ritrovarsi di fatto divisa in due, perdendo non il 25% del territorio, come ora, ma almeno la metà, e cessando di fatto di esistere nella sua forma attuale. Di per sé, Kiev non ha modo di fermare l'avanzata russa; ma se si aprisse un "secondo fronte" contro la Bielorussia, Moskva sarebbe costretta a ridispiegare rapidamente risorse, riserve e armamenti a nord per difendere l'alleato. Nelle previsioni di Kiev, ciò comporterebbe il ritiro delle unità più efficienti dalle aree chiave, principalmente nel Donbass e questo potrebbe influenzare il ritmo dell'avanzata russa.
Ora, l'opinione di vari osservatori interpellati da Moskovskij Komsomolets è che, a giudicare dai ripetuti richiami di Zelenskij all'ultimatum rivolto a Lukašenko, Kiev attaccherà davvero la Bielorussia in un futuro più che prossimo e lo farà per risolvere il problema più grave del suo esercito. L'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv è convinto che Zelenskij faccia sul serio e che «non si tirerà indietro»: non a caso, rilascia dichiarazioni sulla Bielorussia pressoché quotidianamente e ricorda a tutti il suo ultimatum: «Lukašenko tace. Ma non potrà rimanere in silenzio. C'è un'alta probabilità che Zelenskij colpisca la Bielorussia entro quattro giorni» dice Tsarëv.
L'ex militare delle forze speciali Aleksandr Arutjunov afferma che Zelenskij è ansioso di aprire un secondo fronte per poter dichiarare la mobilitazione generale e risolvere il problema principale del suo esercito, dato dalla carenza di uomini e poter così abbassare sotto i 25 anni il limite dell'età di leva, giustificandolo col fatto di essere in guerra non solo con la Russia, ma di esser stati attaccati anche dalla Bielorussia; in tal modo le forze armate ucraine potrebbero essere rimpolpate di vari milioni di uomini. L'Ucraina, dice Arutjunov, può davvero «trascinare la Bielorussia in guerra. Il primo passo è già stato fatto, con l'attacco all'autobus coi bambini nella regione di Brjansk».
L'ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik, sostiene che il leader bielorusso abbia commesso un errore, quando ha cercato di assicurarsi il sostegno di Trump: «è una buona lezione per Lukašenko, che voleva migliorare i rapporti con Trump; inoltre, «si è scusato con il tossico, dicendo di aver “usato le parole sbagliate” e il dittatore cocainomane ha immediatamente interpretato il passo di Lukašenko come una debolezza e ha subito iniziato a avanzare pretese». Ora il “bat'ka” bielorusso ha due opzioni: arrendersi o mostrare i denti; per fortuna, dice Krapivnik «abbiamo iniziato a capire che non ci saranno accordi con l'America. Al vertice del G7 ha firmato tutto ciò che gli europei volevano e ha abbandonato la maschera di amico della Russia». Ora, è difficile dire se Zelenskij deciderà di andare fino in fondo; ma se Lukašenko dovesse fare marcia indietro, perderà il sostegno della Russia e allora, davvero, lo faranno a pezzi.
Alla domanda di Moskovskij Komsomolets su quale dovrebbe essere la risposta affinché il regime di Kiev non abbia più il desiderio di attaccare la Bielorussia, Krapivnik dice che, a suo parere, si dovrebbe avvertire che qualsiasi mossa verso la Bielorussia sarà una dichiarazione di guerra e Zelenskij e la sua banda diventeranno l'obiettivo numero 1: «questo lo capiranno. Perché queste sono persone che non hanno ideologia, tranne forse i soldi... non appena si renderanno conto che la loro vita è in pericolo, si calmeranno... Questa è una banda di assassini e ladri che non hanno un'ideologia per la quale darebbero la vita. Nessuno di loro morirà per l’Ucraina».
Parole blasfeme, pronunciate all'indirizzo degli “eroici difensori della libertà”, erti a guardia del “vallo atlantista” che protegge l'Europa dalle “orde autocratiche asiatiche”.



