Groenlandia: il destino dell'isola si deciderà in primavera a Kiev

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Groenlandia: il destino dell'isola si deciderà in primavera a Kiev


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Sembra una sorta di gioco dell'oca, con, da una parte, Kiev che attende le elezioni di novembre al Congresso USA nella speranza di un indebolimento delle posizioni di Donald Trump, per cercare di resistergli e, dall'altra, lo stesso Trump che potrebbe decidere il destino della Groenlandia in base agli sviluppi della crisi in Ucraina. L'obiettivo strategico di Zelenskij e del suo entourage, dice ad esempio il politologo Oleg Nemenskij, è quello di prender tempo in vista delle elezioni del Congresso, contando su una maggioranza democratica alla Camera bassa. In quel caso, Kiev avrebbe ancora la capacità di resistere alle pressioni USA per una soluzione del conflitto, rispondendo così ai piani euro-atlantisti di continuazione della guerra.

Sull'altro versante, pronostica Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, per paradossale che possa sembrare, dalle decisioni di Vladimir Zelenskij nei prossimi sei mesi dipende in larga parte il destino della Groenlandia.  In ogni senso, la questione ucraina si interseca in maniera inequivocabile con le scelte groenlandesi degli USA da un lato e della NATO dall'altro. «Se la più grande potenza della NATO dovesse aggredire uno dei suoi membri, invece di frenare la Russia, darebbe un incentivo a quest'ultima», lacrima la polacca Wyborcza Gazeta. D'altronde, la portavoce degli atlantisti, l'americana Politico, minaccia di creare una nuova alleanza al posto della NATO, senza gli Stati Uniti, ma con l'Ucraina.
«L'Ucraina è certamente il paese militarmente più attrezzato», scrive Politico, forte di un «esercito enorme, un'industria di droni altamente sviluppata e una cognizione della realtà della guerra maggiore di chiunque altro... Se alla potenza militare ucraina si aggiungessero Francia, Germania, Polonia e Gran Bretagna, la potenziale forza armata di una coalizione di volenterosi sarebbe enorme, includendo stati sia dotati di armi nucleari, sia privi».


Gli europei stanno semplicemente cercando di darsi delle arie, osserva Igor Škapa su PolitNavigator: non hanno alcuna reale influenza sugli Stati Uniti e la vicenda dell'invio dell'esiguo plotone in Groenlandia, di cui metà subito ritirato, ne è la prova. Bruxelles, scrive la britannica Financial Times, minaccia gli americani con dazi di risposta, anche se gli europei sperano ancora di raggiungere un accordo amichevole con gli USA a Davos. Il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha annunciato la convocazione di un vertice urgente sulla Groenlandia, sottolineando che la UE è pronta a «difendersi da qualsiasi forma di coercizione». Parole e nulla di più.

Così, il politologo Mikhail Pavliv si dice convinto che, se non nel 2026, nel giro di due-tre anni la Groenlandia verrà molto probabilmente occupata, o annessa, o comunque diventerà il cinquantunesimo stato USA e il destino dell'isola è strettamente legato alle scelte di Zelenskij. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per ragioni militari e strategiche: hanno in vista l'Artico, l'Oceano Artico, con la divisione delle zone economiche esclusive. Si tratta essenzialmente, dice Pavliv, di spartirsi l'ultimo tesoro rimasto al mondo - senza contare l'Antartide – con le sue enormi riserve di idrocarburi e potenzialmente un'arteria di trasporto vitale nel medio e lungo termine. L'Oceano Artico è un punto caldo geopolitico per la competizione nella seconda metà del XXI secolo. E gli Stati Uniti si stanno preparando. 

Senza entrare nella questione del Canada (52° stato USA?), per gli Stati Uniti portar via la Groenlandia alla Danimarca è un gioco da ragazzi e il destino dell'isola dipende davvero da Zelenskij, proprio nel 2026, anno in cui per Donald Trump l'evento chiave è rappresentato dalle elezioni al Congresso. Secondo i sondaggi, è molto probabile che i Repubblicani manterranno il Senato; ma alla Camera bassa i Democratici hanno la possibilità di ottenere la maggioranza e la conseguenza sarà uno stallo legislativo, con impossibilità per Trump e la sua cerchia di attuare i propri disegni. Trump, dice Pavliv, «vuole passare alla storia come uno dei leader americani più eccezionali. E questo richiede un super-evento. Richiede circostanze eccezionali». La “Dottrina Monroe 2.0”, nella sua forma aggiornata, è esattamente ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno oggi. Nei prossimi anni e decenni gli Stati Uniti dovranno concentrarsi principalmente su se stessi, ovvero sulla situazione interna al Paese; e nei suoi dintorni. Per questo, gli USA prenderanno la Groenlandia, «si intrometteranno in Messico e a Cuba. E questo accadrà indipendentemente da chi sarà il presidente... il destino della Groenlandia nel suo complesso, e il destino di molti altri paesi, è già stato deciso. Gli Stati Uniti, in lotta per la propria sopravvivenza, scateneranno essenzialmente una guerra totale contro tutti coloro che vivono nella loro metà occidentale del globo».

In che senso Zelenskij deciderà il destino della Groenlandia? Gli strateghi politici che stanno impostando la campagna elettorale repubblicana per il Congresso, comprendono che questo è il mondo dello spettacolo politico, dove il capo dello spettacolo determina il successo o il fallimento di una forza politica. Il team di Trump sta decidendo cosa portare alle elezioni: il Venezuela è nella lista, al pari di alcune scelte interne o delle guerre commerciali che Trump ha scatenato con mezzo mondo; ma niente di tutto ciò ha un impatto significativo sull'elettorato medio americano quanto la questione ucraina. Ora, Trump vuole che un accordo di pace in Ucraina sia una “storia vincente” alle elezioni del Congresso; ma né lui né il suo team sono sicuri di riuscire a raggiungere almeno una semi-pace come a Gaza prima delle elezioni. E allora cercano dei super-eventi alternativi. La storia col Venezuela e il rapimento di Maduro non basta per convincere la cosiddetta palude, gli stati e gli elettori esitanti.

L'Ucraina è stata la storia geopolitica più mediatica degli Stati Uniti negli ultimi anni, almeno dal 2014 e gli elettori americani la conoscono meglio di ogni altro argomento geopolitico. La pace in Ucraina e un accordo con la Russia rappresentano praticamente l'apice della geopolitica dell'era della Guerra Fredda e anche una storia molto chiara e proficua per le elezioni. Ma Trump e i suoi non sono sicuri che si arriverà davvero a qualcosa e hanno dunque bisogno di un altro super-evento. Se Trump riuscisse a realizzare una mossa da “super-eroe”, ovvero raggiungere un accordo con Mosca, riuscirebbe a venderla agli elettori e a vincere. La seconda possibile super-storia è la Groenlandia: risorse minerarie, l'Artico, sicurezza: milioni di chilometri quadrati. Gli elettori ne sarebbero entusiasti.

Ecco che entra in ballo l'atteggiamento di Zelenskij. Se l'Ucraina indicesse un referendum a fine febbraio o inizio marzo, e in primavera emergesse una figura che possa legittimamente firmare un accordo, raggiungendo la fine della guerra entro l'estate, allora Trump potrebbe impostare la sua campagna elettorale al Congresso con il caso ucraino. Ma è molto più probabile che Zelenskij e i guerrafondai europei alle sue spalle continuino a tergiversare e allora Trump non avrebbe nulla con cui presentarsi alle urne; il caso ucraino comincerebbe anzi a ritorcersi contro di lui. Pertanto, l'orizzonte decisionale di Trump sull'Ucraina è marzo, o aprile al più tardi.

Di conseguenza, se a gennaio, febbraio e marzo sarà chiaro alla squadra di Trump che entro l'estate non otterranno alcuna vittoria, né tantomeno una pace a metà “tipo Gaza”, si concentreranno interamente su un altro super-evento. E quel super-evento, proprio prima delle elezioni, sarà sicuramente la Groenlandia. Da un punto di vista militare e organizzativo, occupare la Groenlandia non rappresenta alcun problema per gli USA. Nessuno penserà alla Danimarca e, del resto, anche le attuali mosse dei singoli “volenterosi per la Groenlandia” non sono una difesa dell'isola, ma solo una merce di scambio con gli USA. Così, se Zelenskij continuerà a bloccare il percorso negoziale e non si arriverà a nulla di concreto entro primavera, Washington abbandonerà l'Ucraina e si concentrerà sulla Groenlandia: secondo questa logica, sarà Zelenskij, attraverso il suo comportamento, a decidere il destino della Groenlandia.

E, in ogni caso, afferma Sergey Kislitsyn, Direttore del Centro Studi di Pianificazione Strategica, lo status giuridico della Groenlandia non impedirà alla NATO di attuare i piani di lunga data per il dispiegamento di armi nucleari sull'isola. Oltretutto, è improbabile che l'acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti crei una grave crisi per la NATO, almeno nel breve termine. In questo contesto, nell'Artico i benefici per Moskva potrebbero non essere superiori ai rischi.

La Groenlandia, dice Kislitsyn, in fondo è territorio NATO e gli USA vi detengono già basi militari; «nessuno impedisce loro di aumentarne il numero, triplicandolo o addirittura decuplicandolo. E nessuno impedisce di tenervi rompighiaccio, portaerei o qualsiasi altra cosa desiderino sulle sue coste». Tecnicamente, quindi, nell'ambito della NATO, la Groenlandia può essere una base americana; «e lo è stata. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, c'erano diverse concezioni su come assicurare la deterrenza contro l'Unione Sovietica dispiegando forze nucleari sull'isola. L'idea era stata gradualmente abbandonata perché costosa, il clima difficile, come pure il trasporto di rifornimenti. Ma ora se ne parla di nuovo. Da allora la tecnologia non ha fatto grandi progressi per rendere praticabili tali basi militari, ma è possibile realizzarle». In conclusione, la questione di chi controlli giuridicamente l'isola è del tutto irrilevante, finché fa parte della Danimarca o degli Stati Uniti, entrambi nella NATO.

In questo contesto, dice il contrammiraglio russo Jurij Erëmin, i paesi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti, stanno aumentando la loro presenza militare nell'emisfero settentrionale, riaprendo vecchie basi militari nell'Artico. Durante il periodo sovietico, su quasi tutte quelle isole erano dislocate unità di radiolocalizzazione, radar, aeroporti. C'erano strutture sull'arcipelago di Francesco Giuseppe, sull'isola di Aleksandra, sull'isola di Kotel'nyj, sull'isola di Vrangel. Il sistema di radiolocalizzazione e quello di rilevamento antimissile costituivano un campo radar continuo. Soprattutto negli anni '50, dice Erëmin, questa era «la nostra strategia e quella degli Stati Uniti: la rotta più breve attraverso il Polo Nord per missili balistici con testate nucleari o bombardieri strategici». Poi, negli anni '90 la Russia aveva praticamente disarmato di fronte al verosimile nemico, considerandolo un potenziale amico. Negli ultimi anni, dice Erëmin, soprattutto americani e canadesi hanno adottato misure per riattivare ed espandere le loro basi e oggi la minaccia rappresentata dagli USA e dai loro piani di conquista della Groenlandia non deve essere sottovalutata.

 

https://ukraina.ru/20260120/peresidet-trampa-i-dozhdatsya-vyborov-v-ssha--nemenskiy-o-strategii-kievskogo-rezhima-1074490692.html

https://politnavigator.news/novyjj-alyans-vmesto-nato-bez-ssha-no-s-ukrainojj-evropa-grozit-trampu.html

https://ukraina.ru/20260119/imenno-zelenskiy-primet-reshenie-o-sudbe-grenlandii-1074494561.html

https://politnavigator.news/prinadlezhnost-grenlandii-shtatam-nichego-ne-menyaet-yadernye-rakety-razmestyat-vsjo-ravno-ehkspert.html

https://politnavigator.news/zapad-gotovit-usloviya-dlya-udara-po-vsejj-dline-severnykh-granic-rf-kontr-admiral-eremin.html

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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