Proteste Parigi, Desogus: il sistema cerca di salvarsi trasformando il conflitto politico in responsabilità giudiziarie
Il prof. Desogus insegna Letteratura Italiana alla Sorbonne di Parigi, la sua testimonianza
Paolo Desogus insegna Letteratura italiana contemporanea a Sorbonne Université. I suoi studi riguardano principalmente la produzione letteraria italiana del secondo dopoguerra e il rapporto tra cinema e letteratura. Si occupa di diversi autori tra cui Pier Paolo Pasolini e Antonio Gramsci. Lo abbiamo intervistato per avere una sua testimonianza. Parigi è ferro e fuoco contro il caro vita, le inefficienze del sistema scolastico, il warfare e riarmo europeo a scapito del welfare, ma anche per la rottura della complicità con Israele nel genocidio palestinese.
La città si è ritrovata in un clima da guerriglia urbana con roghi, negozi vandalizzati e saccheggi…o “espropri proletari” in base a chi racconta gli eventi. A quanto sappiamo sarebbero ben 1800 i fermi, un morto per un malore e una donna avrebbe perso una mano. Macron nel suo discorso alla nazione ha affermato che condanna le violenze ma che non aggiungerà ulteriori misure di sicurezza.
Abbiamo domandato al professor Desogus le sue impressioni sul montare dello scontento nell’ambiente universitario, quindi se ci si si aspettava questo sussulto popolare e questi moti insurrezionali. Anche a Milano si sono verificate proteste molto accese, bombe carta e vetrine sfondate anche qui, ma anche giovanissimi totalmente inermi che sono stati picchiati dalle forze dell’ordine. Come interpretiamo dal punto di vista sociale e politico questa ventata incendiaria in Italia? Queste micce di contestazione porteranno verso un cambiamento reale nell’assetto politico e istituzionale italiano oppure si afflosceranno su se stesse o verranno spente e represse?
“La borghesia di tutto il mondo che assiste con compiacimento al massacro rabbrividisce d'orrore a veder profanati calce e mattoni”. Questa frase, che sta spopolando sui social, è stata scritta da Karl Marx nel suo opuscolo storico “La guerra civile in Francia” del 1871. Si riferiva alla reazione della borghesia internazionale di fronte alla sanguinosa repressione della Comune di Parigi del 1871, evidenziando l'ipocrisia delle classi dominanti.
Oggi vediamo per certi versi stesse dinamiche; dunque più siamo proletari e più ci scandalizziamo come borghesi? Abbiamo interiorizzato l’obbedienza fino a credere che sia più giusto sottomettersi a un dominio ferocemente iniquo e aggressivo che non combatterlo anche a danno di alcune vetrine? Sembrano tutti aver ingoiato un libro di Thomas Hobbes, secondo il quale la ribellione non è mai lecita, poiché viola il patto sociale irreversibile che fonda lo Stato. A suo avviso c’è solo un'unica eccezione: il diritto individuale alla legittima difesa e alla salvaguardia della propria vita. Il filosofo inglese insomma, considera la ribellione legittima solo quando il patto con il sovrano è rotto e il paese torna allo stato di natura. Per lui il patto sociale ha la funzione di conservare la nuda vita direbbe Giorgio Agamben, se questa è in pericolo a causa del potere stesso allora il patto può venire meno. Ma tra Hobbes e noi ci sono secoli di storia e conquiste sociali, che ci hanno resi da sudditi cittadini.
Nel saggio "Sulla rivoluzione" (1963), Hannah Arendt analizza il concetto di rivoluzione distinguendolo dalla mera ribellione e confrontando il fallimento della Rivoluzione francese con il successo della Rivoluzione americana. Parafrasandola, solo la rivoluzione pacifica ha successo. Quindi una domanda socio-politica e filosofica sul rapporto tra violenza e potere. La protesta pacifica può davvero essere efficace? Il potere si fa strappare il dominio con metodi e pratiche che non implichino la forza e la minaccia del suo rovesciamento?


