Dall'euro alle sanzioni suicide: perché l'Italia non può più permettersi questa Europa

La moneta unica ha distrutto la competitività italiana, le scelte geopolitiche i nostri mercati storici

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Dall'euro alle sanzioni suicide: perché l'Italia non può più permettersi questa Europa


di Fabrizio Verde

C'è qualcosa di profondamente imbarazzante, quasi patetico, nel leggere le dichiarazioni che arrivano da Bruxelles mentre il mondo brucia e l'Europa sta a guardare, le mani in mano, pronta solo a emettere comunicati stampa o fare da pntello alle politiche guerrafondaie e imperialiste.

Prendiamo Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione Europea accoglie con un sospiro di sollievo il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, definendolo una "tanto necessaria de-escalation". E chi dovrebbe ringraziare? Il Pakistan, per la sua opera di mediazione. Già, il Pakistan. Non l'Europa. Perché l'Europa, semplicemente, non conta nulla in questa partita come in tante altre. Non ha contato nulla quando Trump minacciava di cancellare un'intera civiltà, non ha contato nulla quando lo Stretto di Hormuz veniva chiuso mettendo in ginocchio l'economia globale, non conterà nulla domani quando un'altra crisi esploderà da qualche altra parte del mondo e sicuramente questo mostro neoliberista chiamato Unione Europea sarà dalla parte della reazione.

E Kaja Kallas, l'alto rappresentante per la politica estera, cosa fa? Post su X. Naturalmente. Cosa potrebbe mai fare di più utile un diplomatico europeo se non postare messaggi sul fatto che bisogna "riavviare le spedizioni" e trasformare la tregua in un accordo duraturo? Parole. Solo parole. Parole che non hanno fermato un solo missile, che non hanno riaperto un solo corridoio marittimo, che non hanno salvato una sola vita.

La verità che nessuno a Bruxelles ha il coraggio di ammettere è che l'Unione Europea è solamente un gigante burocratico con i piedi d'argilla, capace di regolamentare la curvatura delle banane ma totalmente impotente quando si tratta di difendere gli interessi vitali dei suoi cittadini. Quando l'Iran chiude lo Stretto di Hormuz e il venti per cento del petrolio e del gas mondiale smette di fluire, quando il prezzo dell'energia schizza alle stelle e le industrie europee iniziano a tremare, cosa fa l'Europa? Nulla. Attende che qualcun altro risolva il problema perché può andare solo a rimorchio. Attende che Trump faccia la pace o la guerra. Attende che il Pakistan medi. Attende che la Cina intervenga. Attende, semplicemente, perché non può fare altro.

Nel frattempo i danni per i popoli europei sono già incalcolabili. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ammette che l'impatto economico sarà paragonabile a quello del Covid o dell'inizio della guerra in Ucraina. Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto confessa di non riuscire più a dormire. Christine Lagarde avverte che la crisi potrebbe durare anni. Ma tutto questo non sembra smuovere minimamente l'inerzia di Bruxelles, la sua cronica incapacità di agire con la rapidità e la determinazione che le circostanze richiederebbero.

E mentre l'energia diventa un lusso, mentre le fabbriche chiudono, mentre l'inflazione torna a mordere i salari già erosi da anni di politiche neoliberiste assurde e dissennate, l'Europa continua a occuparsi delle sue beghe interne, delle sue direttive sulla plastica monouso, dei suoi equilibrismi interni e la volontà di cancellsre ogni residuo di sovranità nazionale degli Stati membri.

La questione israeliana è forse un esempio lampante di questa paralisi e della connivenza con politiche criminali. L'eurodeputato irlandese Barry Andrews torna da Beirut sconvolto da ciò che ha visto: scuole trasformate in rifugi fatiscenti, materassi sporchi, coperte luride, bambini con infezioni ed eruzioni cutanee. Più di milleduecento morti in Libano in poche settimane, centinaia di bambini uccisi. E a Gaza la carneficina continua, altri seicentosettantatré morti da ottobre, che portano il totale a oltre settantaduemila.

Di fronte a tutto questo, l'Unione Europea cosa fa? Condanne di facciata. Si dice "preoccupata". Definisce le leggi israeliane "un chiaro passo indietro". Ma quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, di usare la leva economica che pure avrebbe - sessantotto miliardi di euro di interscambio commerciale con Israele - ecco che tutto si arena nel pantano dei veti incrociati, delle ipocrisie, dei presunti sensi di colpa storici che impediscono a paesi come la Germania di alzare anche solo un dito contro le palesi violazioni israeliane del diritto internazionale.

L'ex rappresentante UE per i territori palestinesi, Sven Kühn von Burgsdorff, lo dice senza mezzi termini: le solite parole di preoccupazione e condanna non bastano, sono prive di significato quando non sono seguite da misure efficaci. E Andrews definisce la risposta europea "debole e patetica", aggiungendo che a Israele è stato concesso "un permesso perpetuo per crimini di guerra infiniti".

Parole sacrosante. Perché mentre l'Europa si perde in distinguo e dichiarazioni di principio, i popoli europei pagano il prezzo di questa inettitudine in termini di reputazione internazionale, di credibilità morale, ma anche in termini molto concreti: il costo dell'energia che sale, i posti di lavoro che spariscono, la sicurezza che si sgretola.

E poi c'è l'Italia. Il paese che più di ogni altro ha subito sulla propria pelle le conseguenze di un'appartenenza all'Unione Europea che assomiglia sempre più a una gabbia neoliberista. Dall'introduzione dell'euro in poi, il declino italiano è stato costante, inesorabile, certificato da tutti gli indicatori economici possibili. Il potere d'acquisto degli italiani si è dimezzato, le piccole e medie imprese sono state soffocate da una moneta forte che favorisce solo l'industria tedesca, i mercati storici come quello russo sono stati sacrificati sull'altare di sanzioni suicide decise a Bruxelles senza alcuna considerazione per gli interessi del nostro tessuto produttivo.

Mentre la Germania continuava per anni ad approvvigionarsi di gas russo a prezzi stracciati attraverso il Nord Stream, all'Italia veniva imposto di rinunciare ai propri rapporti commerciali con Mosca, distruggendo settori interi del made in Italy che in Russia avevano trovato uno sbocco fondamentale. Aziende del mobile, della moda, dell'agroalimentare, della meccanica: intere filiere italiane sono state sacrificate per compiacere Washington e una visione geopolitica che non ci appartiene e che certamente non ci ha mai portato alcun beneficio.

L'euro, poi, è stato il più formidabile strumento di impoverimento di massa che la storia repubblicana ricordi. Con la scusa della stabilità monetaria, l’Italia ha regalato alla Germania un marco sottovalutato che ha fatto esplodere il suo export e condannato l'Italia a una moneta sopravvalutata che ha distrutto la propria competitività. Non è un caso che dal 1999 a oggi il Pil pro capite italiano sia cresciuto meno di quello di qualsiasi altro grande paese europeo. Non è un caso che i salari reali siano fermi da trent'anni. Non è un caso che i giovani italiani siano costretti a emigrare in centinaia di migliaia. È il risultato di scelte scellerate imposte da un'Europa che non ha mai tenuto in alcuna considerazione le specificità del sistema produttivo italiano.

E allora la domanda sorge spontanea: ma ne vale la pena? Ha senso per l'Italia continuare a far parte di un'Unione che la penalizza strutturalmente, che impone regole scritte su misura per l'economia tedesca, che costringe a rompere rapporti commerciali vitali per le sue imprese?

L'uscita dall'euro e il recupero della sovranità monetaria non sono più un tabù da evitare nelle conversazioni educate. Sono diventati una necessità storica, una questione di sopravvivenza nazionale. Non si tratta di isolazionismo o di sciovinismo da quattro soldi. Si tratta di prendere atto che il progetto europeo così come è stato concepito ha fallito, che non è riformabile, che ogni tentativo di cambiarlo dall'interno si è infranto contro il muro di gomma della tecnocrazia franco-tedesca.

L'Italia deve ritrovare il coraggio di decidere del proprio destino. Deve riappropriarsi degli strumenti che le permettano di proteggere la propria industria, di sostenere la propria agricoltura, di difendere i propri confini, di scegliere i propri partner commerciali in base all'interesse nazionale e non ai diktat di Bruxelles. Deve tornare a essere un paese sovrano, capace di parlare con tutti e di non farsi dettare l'agenda da nessuno.

L'alternativa qual è? Restare aggrappati al relitto di una nave che affonda, illudendosi che la prossima direttiva europea sulla forma dei cetrioli possa salvarci dal naufragio? Continuare a pagare il prezzo delle scelte altrui mentre il nostro tessuto sociale ed economico si disintegra giorno dopo giorno?

Forse è arrivato il momento che l'Italia guardi in faccia la realtà e tragga le conseguenze di trent'anni di errori.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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