DALL’EST EUROPA A BERNIE SANDERS, IL MONDO TORNA A PARLARE DI SOCIALISMO

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Quanti di noi hanno avuto occasione di chiedere ad un albanese, romeno, russo, ucraino “come si stava col comunismo?”. Credo a tanti di noi.

Le risposte di solito si dividono in due rami: uno che parla di benessere e stabilità sociale, l’altra che parla di depressione e di mancanza di diritti. Pochi di noi si sono soffermati su un fattore fondamentale, cioè l’età del nostro interlocutore. L’età di chi ha vissuto nei paesi del socialismo reale dice molto sul suo giudizio e credo bisogni fare dei distinguo.

Negli anni ‘80 la crisi economica nei paesi socialisti era tale che gran parte di coloro che ci vivevano ed erano in giovane età ricordano male il socialismo, avendone vissuto solo la crisi. Altra cosa per i genitori e i nonni, i quali avendo vissuto l'epoca d'oro ricorderanno il socialismo come un periodo di grande benessere e stabilità economica e sociale. Un mio caro amico romeno mi ha detto una frase, che ricorderò sempre, che sintetizza bene la quesitone: “I miei nonni vedono il socialismo come un paradiso, perché venivano dalla fame e dalla guerra. I miei genitori lo rimpiangono, perché checché se ne dica il benessere e la sicurezza erano diffusi. Io non lo rimpiango, perché ho vissuto gli anni ’80, il periodo della fame e della crisi”.

I 27 anni che si sono susseguiti dalla caduta del socialismo nell’est Europa, hanno portato il capitalismo ad una crisi economica e sociale senza eguali nella storia. Il colpo più grande lo hanno sentito gli stessi paesi dell’est, delusi da quel sistema che tanta libertà e ricchezza aveva promesso, tanto che imperversano da qualche anno manifestazioni di nostalgia molto consistenti ed in paesi dove non si credeva fosse mai possibile, sto ovviamente parlando della ex DDR.

Potremmo parlare di folklore e di mero nostalgismo, se solo il fenomeno si fosse fermato qui. Invece è proprio nei paesi del capitalismo avanzato che la parola socialismo sta riavendo una sua valenza, a tratti molto forte. È evidente che in questa fase storica iper liberista, dove la finanza la fa da padrona, il welfare è ridotto a lumicino in molti paesi (prima all’avanguardia) e il mondo del lavoro è sempre più precario, le parole come redistribuzione, diritti sociali, piena occupazione, lavoro garantito, sanità e istruzione gratuite fanno breccia nelle menti di chi subisce la crisi.

Nel paese capitalista per antonomasia, gli Stati Uniti, il senatore Bernie Sanders, nel suo programma delle primarie democratiche alla presidenza, citava molte di queste parole e hanno funzionato a tal punto che, per ammissione degli stessi democratici, fu fatto di tutto per favorire Hillary Clinton. L’alternativa rappresentata da Sanders non ha fatto breccia solo nell’elettorato democratico, ma in gran parte della classe lavoratrice americana, come stanno a dimostrare i tanti analisti e opinionisti dei media USA che danno (solo ora) Bernie Sanders come solo e unico possibile vincitore delle elezioni contro Donald Trump (che come Sanders, in modo differente e con proposte opposte, ha saputo conquistare i lavoratori americani stremati dalla crisi).

È chiaro oramai che la vecchia sinistra occidentale, cosiddetta progressista e liberale, è stata sconfitta e non può più rappresentare quella che fu la sua classe di riferimento (sintomatici gli insulti che sono stati rivolti agli elettori di Trump). Sanders, ci tengo a precisarlo, è valido per gli Stati Uniti e per la loro composizione sociale ed economica, quindi rappresenta un tipo di socialismo non esportabile in Europa, che deve quindi ritrovare la sua strada e non c’è momento migliore di questo. L’epoca è propizia, i partiti socialisti e comunisti d’Europa possono tornare in auge (e sono estremamente convinto che possa esse l’Italia l’apripista di questo ritorno).

La storia continua, con buona pace per Francis Fukuyama.

Nicolò Monti

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