Com'è venuto fuori Reza Pahlavi quale "alternativa" alla Repubblica islamica dell'Iran?

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Com'è venuto fuori Reza Pahlavi quale "alternativa" alla Repubblica  islamica dell'Iran?

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Forse il popolo iraniano ha nostalgia del regime di Pahlavi?

Oppure il figlio dello Shah gode di un carisma irresistibile?

Veramente qualcuno può razionalmente ipotizzare che le donne iraniane vogliano barattare una minigonna con un regime monarchico colonia degli USA e di Israele?

Ma procediamo con ordine.

Chi ha creato, letteralmente, il "mito" del figlio dello Shah e riproposto, accanto alle bandiere di Israele, i vecchi stendardi con il leone?

Si tratta di un'operazione veramente da manuale e credo che sia utile raccontarla.

L'indagine è  stata pubblicata ad ottobre del 2025 dal giornale israeliano Haaretz.
L'inchiesta di TheMarker e Haaretz svela l'esistenza di campagne on line finanziate da Israele per promuovere Reza Pahlavi figlio.

Dagli inizi del 2025, ma probabilmente anche da prima, una rete coordinata di account sui social media, in lingua persiana, ha iniziato a promuovere Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah iraniano deposto e cacciato nel 1979.

La campagna digitale è stata gestita da un’azienda israeliana.
L’operazione si è intensificata in concomitanza con eventi chiave all’interno dell’Iran, come proteste popolari o attacchi mirati contro infrastrutture del regime.

La rete si è  rivelata composta da decine di profili falsi, principalmente su X, Instagram e Telegram.
Questi account:
- si presentavano come cittadini iraniani comuni;
- usavano foto profilo generate artificialmente (AI);
- interagivano tra loro per simulare consenso popolare.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e le azioni militari israeliane, con diffusione delle notizie prima che fossero confermate.

Molti profili risultavano creati nello stesso periodo e mostravano schemi di comportamento coordinato, tipici delle operazioni di disinformazione.

L’articolo di Haaretz sottolinea che la campagna ha fatto ampio uso di strumenti di intelligenza artificiale per generare immagini e video di rivolte in Iran e creare “notizie” false attribuite a media internazionali.

Alcuni contenuti simulavano, infatti, servizi della BBC Persian o dichiarazioni inesistenti di attivisti iraniani, rendendo difficile distinguere il falso dal reale.

Il messaggio centrale dell’operazione era la presentazione di Reza Pahlavi come leader naturale dell’opposizione iraniana.
I contenuti lo descrivevano come: figura unificatrice; garante di un Iran laico e democratico; erede legittimo di un passato pre-islamico idealizzato.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e azioni militari israeliane.
In almeno un caso, account della rete hanno diffuso notizie su un attacco israeliano in Iran prima che fossero confermate pubblicamente, suggerendo la possibilità di accesso anticipato alle informazioni.

Questo elemento ha rafforzato il sospetto che la campagna fosse coordinata con apparati statali.

L’articolo cita il ruolo di Gila Gamliel, ex ministra israeliana dell’Intelligence.


Gamliel ha invitato Reza Pahlavi in Israele e lo ha presentato pubblicamente come un possibile attore di cambiamento per l’Iran.

Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha analizzato la campagna, identificando:
infrastrutture digitali comuni; pattern di pubblicazione coordinati; utilizzo sistematico di contenuti falsi.

I giornalisti autori dell'indagine,
Gur Megiddo Omer Benjakob, fanno anche presente che all'inizio del 2023, Reza Pahlavi ha fatto la sua prima visita ufficiale in Israele.
Plausibilmente il piano di manipolazione e di eversione era già stato concordato.

Può un governo accusato di genocidio e crimini contro l'umanità, che uccide donne e bambini a Gaza e in Cisgiordania, voler "salvare" i diritti umani delle donne iraniane?
E Trump, che reprime ferocemente a casa sua le enormi proteste contro le violenze delle squadracce dell'ICE, (che hanno assassinato una donna bianca e statunitense, madre di 3 figli, a sangue freddo), come può affermare che ricorrerà a qualsiasi mezzo per difendere i manifestanti in Iran?

Siamo molto oltre Orwell.

Troppo.
 
Ma vediamo di ricordare anche chi era Reza Pahlavi.
 
Chi era lo Scià, Mohammad Reza Pahlavi?

L’Iran Ebrat Museum, a Teheran, documenta i crimini e le torture contro i prigionieri politici nell’Iran dello Scià Pahlavi, rovesciato nel 1979 grazie alla Rivoluzione Islamica condotta dall’Imam Khomeini.

Nel corso degli anni ’70, migliaia di prigionieri politici sono stati detenuti in celle minuscole e torturati dal Comitato misto Anti Sabotaggio, un ramo della criminale Savak (National intelligence e Organizzazione per la sicurezza), creata dalla Cia nel 1957 e addestrata dal Mossad.

La Savak, nota in Iran per i suoi metodi brutali, nazisti, controllava tutti gli aspetti della vita politica e sociale iraniana. Ai giornalisti, agli insegnanti, agli artisti, a tutti gli scrittori e accademici veniva imposta una rigida vigilanza  e censura totale.
Le università, i sindacati e le varie organizzazioni erano tutte soggette all’intensa sorveglianza degli agenti della Savak e dei suoi informatori.

Questo era l’Iran dello Scià, colonia degli Stati Uniti, dove gli orrendi crimini commessi contro il popolo iraniano non urtavano, però, le "sensibilità" di un complice e colpevole Occidente "democratico". 

Non dobbiamo dimenticare la Storia, quella vera.
Non dobbiamo  smettere di cercare, di porci domande, di esercitare la capacità di analisi critica e informare.
Ma, soprattutto, non dimentichiamo chi sono i carnefici di ieri e di oggi.
 
Fonti:
 

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 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Agata Iacono

Agata Iacono

Sociologa e antropologa

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