Carla Filosa - I limiti di Trump

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Carla Filosa - I limiti di Trump

 

Nell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – in primis - il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! - e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre - dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.

Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.

 Questi valori cosiddetti appaiono allora il “successo” sbandierato a Sharm el Sheikh. Poco importa se l’autodeterminazione palestinese sia stata vanificata, perché la ricostruzione di Gaza e la sua governance è stata assegnata ad esecutivi guidati da stranieri, cioè al controllo americano. Altro “valore” è la “fermezza” con l’istituzione dell’ICE, la polizia agli ordini del solo presidente, quale intervento rapido per effettuare la guerra all’immigrazione e sopprimere il dissenso, e/o “contenere” i disordini civili “da usare come terreno di addestramento per l’esercito”, come dimostra l’eccidio a sangue freddo della donna bianca a Minneapolis. L’ultima esibizione valoriale, in ordine di tempo, è al momento la tempestiva azione venezuelana con tanto di sequestro di un Presidente e consorte di uno Stato straniero, nella piena ridefinizione di un diritto che codifica sempre i rapporti di forza esistenti, individuabili nella supremazia militare garante di quella del denaro, non più bisognoso della retorica dei diritti umani né dello stato di diritto. Le istituzioni cioè non veicolano più istanze sociali per trasformarle in leggi, come democrazia ancora richiederebbe, ma si impone una valutazione di tipo assolutistico dedita a mantenere i consensi necessari all’autoconservazione della propria posizione elitaria, conquistata con l’appoggio dei capitali delle Big Tech cui serve ora l’appropriazione anche della Groenlandia, se necessario con la forza.

Mentre i governanti europei sembrano costernati, indecisi se accodarsi all’amico amerikano di una volta e subirne le angherie anche oltre i dazi, oppure smarcarsi aspirando a un ruolo anch’esso dotato di forza militarizzata, in rapporto soprattutto al sostegno all’Ucraina e sposando quindi la Russia come nemico storicamente indelebile, la guerra serpeggiante in scenari sempre da aggiungere, viene coniata come “ibrida”, cioè con un termine privo di senso nella sua vuota genericità. Entriamo allora nel non nuovo linguaggio della propaganda, ma modernizzato, per capire tutti noi, cioè masse disorientate ed espropriate da ogni forma partecipata di governo della propria vita, con quali mezzi, parole e informazioni siamo indotti ad agire contro i propri interessi, fino al nostro preventivato e utile massacro dove e quando occorrerà.              

Tutti i canali di informazione, quotidiani, riviste, televisioni, social network, IA, ecc. offrono pluralità di notizie su cui orientarsi mentre altre vengono occultate deliberatamente, secondo chi finanzia le testate e riceve ordini da centrali di potere oscurato. Come non ha inventato lo sfruttamento, il capitale non ha neppure inventato la propaganda, però ne ha fatto la sua indispensabile forma dispotica di accompagno alla forza. Ha infatti ereditato e ben usato teorici che sostenevano il linguaggio come il potere di ammaliare gli uomini influenzandone le passioni, nel preponderante dominio dell’irrazionale. Questo è servito a obliterare la realtà, che, seppure fosse conoscibile non sarebbe poi comunicabile, in quanto l’uso della parola deve solo influenzare chi ascolta, nell’approdo conclusivo alla persuasione coatta e inconsapevole. La tecnologia attuale ha solo diffuso a livello mondiale questa impostazione, ben più raffinata e consistente di questo breve cenno, finalizzata al contrasto di ogni demistificazione o controinformazione, ancora presenti e difficili però da debellare.

La verità, per quel poco che si riesce a disvelare, emerge solo da una lettura storica, non schiacciata sul solo presente. Trump, si è rammentato prima, che sta completando un disegno da tempo in atto negli Usa. Solo per fare esempi recenti, un suo predecessore, Theodore Roosevelt nel 1904 aveva già espresso il diritto degli Usa a intervenire in paesi che non avevano governi giusti secondo Washington, deputata perciò al ripristino della giustizia a stelle e strisce. Dopo la guerra per dividere la Corea, nel 1950, senza l’approvazione dell’Onu, gli Stati Uniti hanno invaso il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq dietro le menzogne dell’“esportazione della democrazia” o delle “armi di distruzione di massa”, quando cioè vigeva ancora il tentativo di giustificarsi di fronte a un feticcio di diritto internazionale in qualche modo in vigore.

Le cosiddette dittature altre (Venezuela, Iran, ecc.) possono invece essere ora, in aperta e smaccata violazione di ogni normativa, invase o condizionate attraverso l’uso del “nemico interno” da cui sembra scaturire la sostituzione provvidenziale o l’insospettata ribellione, da tempo organizzata e pilotata. Russia, Libia, Siria, Ucraina, Georgia, Cecoslovacchia, Polonia (con Solidarnosc allora finanziata dal Vaticano) hanno mostrato tutti questi destini, caratterizzati in loco da redditi popolari mediamente bassi e dunque finanziati da fiumi di denaro dalle esterne centrali di ispiratori dei diritti umani, presentate come opportunità di democrazia, libertà e verità. Si tratta cioè di imbastire la narrazione di un Bene, (cioè Noi) - che si auto-differenzia dal Male dei dittatori, magari ex alleati o proprio appositamente insediati come propri vassalli (Pinochet, Saddam Hussein, ecc.) - che è così autorizzato a sostenere la violenza contro quelli che l’hanno preventivamente usata, e che vengono esecrati come sanguinari, unica causa di massacri indiscriminati.

La sacrosanta reazione popolare, visualizzabile ora anche con racconti e filmati che testimoniano della responsabilità del dittatore quale unico criminale (forse ora, a giorni, sembra il turno dell’Iran con 2000 o più morti, chi arriva a 6000 o 12.000 dichiarati), dovrà trovare appoggio e sostegno da chi, poi, dovrà guidare o far sostituire il governo del Paese. La guerra civile viene costruita o assecondata da consiglieri militari e intelligence, puntando alla sovversione dall’interno mediante la lotta psicologica diffusa che arma, anche con l’uso della non violenza, masse stremate per vincere regimi ostili o di intralcio alle politiche di Washington dominante, dunque credibile. Con la democrazia manipolatoria la storia è cancellata.

La nuova fase imperialista che Trump inaugura non ha più bisogno di giustificazioni istituzionali o giuridiche per esercitare l’arroganza dispotica Usa, che viene offerta al mondo come priva di alternative: Canada, Panama, Groenlandia sono avvertite sin dal suo insediamento come prossime prede, per ora il petrolio venezuelano, tutti obiettivi prima o poi da raggiungere. La sicurezza nazionale Usa esige per la Groenlandia che diventi non solo “un affitto o un trattato”, ma una “proprietà” necessaria per “il successo”. Il potere cioè si presenta nudo perché non ha più bisogno di abiti e belletto, ma di intimidire ed estorcere tutto ciò che gli occorre, detenendo la maggior forza militare del pianeta.

Se “nessuno è morto” nel blitz in Venezuela, secondo le dichiarazioni del Presidente, è perché il centinaio di morti venezuelani non contano per un’“America first” da veicolare in ogni senso anche ideologico. Seppure l’8 gennaio il senato abbia approvato una risoluzione per la limitazione dei poteri di Trump col voto di 5 repubblicani insieme ai democratici, Trump ha detto che non avrebbero più dovuto essere eletti, nella piena adesione all’antica antitesi tra leggi (convenzioni volute dai più deboli, anche nazioni, per tutelarsi), e stato di natura, “giusto”, secondo cui i più forti “governano, sottomettono, uccidono” senza doversi vergognare (Platone, Gorgia, V-IV sec. a.C.). Non a caso da noi, oggi, la propaganda si serve di governi sudditi per legittimare “chi vale di più e si prende ciò che gli spetta con la forza”, nell’ottica di mantenere nella subordinazione tutta la vita sociale, e attendere il difensivo completarsi di quest’ultima “rivoluzione regressiva” complici le nuove tecnologie, in attesa di tutte le risorse necessarie al loro costante sviluppo in apparenza vincente.

Infine, e forse riguarda l’aspetto più preoccupante, contro il presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell, da tempo nel mirino della casa Bianca, è stata aperta un’indagine penale, in quanto accusato da Trump di “non essere molto bravo a costruire edifici”. L’ambito giudiziario su cui è riportato l’inedito scontro tra i due presidenti riguarderebbe una fissazione dei tassi d’interesse troppo alti rispetto alle richieste trumpiane, che Powell ritiene però essere solo un pretesto. Secondo alcuni, infatti, si sarebbe avviata una più ampia strategia per conquistare una vasta maggioranza all’interno della Fed per orientare le decisioni sui tassi, legandole in tal modo al variare politico al posto di valutazioni di politica monetaria. La crisi profonda che approderà alla Corte Suprema riguarda l’indebolimento del dollaro e l’enorme debito pubblico Usa asceso a 38.000 mld di $, che impone sia alla Fed sia alle 25 maggiori banche americane di comprarne le obbligazioni. Secondo l’analisi del Prof. Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, se l’ostacolo Powell fosse rimosso, la Fed potrebbe diventare il braccio operativo del Tesoro americano, perdendo la sua indipendenza finora considerata sacra. In tal modo si avvierebbe una moneta politica all’interno di un capitale finanziario ipertrofico che potrebbe condurre a guerre ovunque si trovassero risorse da acquisire, secondo le necessità più impellenti per la tenuta capitalistica stessa. Il potere politico unito a quello della Banca Centrale richiederebbe così la fine di ogni mediazione, oltre quella economica, e l’esordio di un sistema autoritario all’indomani di una totale deregulation, in un salto di qualità della gestione iperpolitica. L’acquisizione del consenso di tutti i media per tenere l’informazione sotto controllo, la concentrazione della ricchezza riservata alle sole élites oligarchiche, il furto dei risparmi e la fine della democrazia determinerebbe necessariamente un rafforzamento dell’autocrazia per consentire la ristrutturazione di un capitalismo in netto declino.

Se l’intervento in Venezuela, la prossima acquisizione della Groenlandia e forse un futuro controllo dell’Iran potranno permettere agli Usa di determinare monopolisticamente il prezzo del petrolio mondiale al posto dell’Opec, tutto ciò potrebbe costare prezzi inimmaginabili non solo per l’equilibrio degli ecosistemi del pianeta per l’uso indiscriminato di idrocarburi, ma risposte politico-militari di altre potenze di cui non si tiene adeguatamente conto. Che il sistema di capitale sia nella sua fase discendente era già noto a Lenin che agli inizi del secolo scorso l’aveva definito “putrescente”. Se questa attuale dovesse costituire la sua fase di coma irreversibile non sappiamo. La lotta di classe assume continuamente nuove forme e muta le quantità umane in conflitto, restringendo incessantemente il numero dei signori della ricchezza armata, nel processo di concentrazione e centralizzazione del potere del denaro. I marxisti sanno già quello che i succubi agenti del capitale possono solo eseguire, pena essere espulsi dal loro ruolo se non ne attuano le leggi, e cioè che l’infinito sviluppo delle forze produttive del capitale è antitetico al fine “miserabile” dell’accumulazione privata, soggetta alle crisi strutturali di sovrapproduzione e alla distruzione di valore di questo modo di produzione.

Marx: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

14.01.2026

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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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