Alberto Negri: "Erdogan umilia l'Italia anche in Libia"

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di Alberto Negri* - QuotidianoDelSud


Erdogan è parte della soluzione dei problemi in Siria e in Libia ma è anche una parte, e grossa, del problema: il Sultano turco sta spingendo ai limiti il suo protagonismo. Dopo la guerra contro i curdi fa anche quella di Tripoli contro Bengasi e vuole il gas di Cipro.


Erdogan è parte della soluzione dei problemi in Siria e in Libia ma è anche una parte, e grossa, del problema: il Sultano turco sta spingendo ai limiti il suo protagonismo. Dopo la guerra contro i curdi fa anche quella di Tripoli contro Bengasi e vuole il gas di Cipro.

Adesso sulla Libia apre un fronte contro la Russia perché ormai è lui a dirigere le operazioni militari delle milizie che sostengono il governo Sarraj, riconosciuto dall’Onu ma di fatto sostenuto da Turchia, Qatar e dall’Italia, in ruolo però assai defilato. 

L’Italia mantiene 300 soldati a Misurata per proteggere un ospedale ma all’ultimo vertice della Nato non è stata neppure invitata a partecipare alla riunione ristretta sulla Libia dove erano presenti Usa, Germania, Francia e Turchia. E il prossimo summit sulla Libia _ per altro continuamente rinviato _ si terrà in Germania non in Italia come era accaduto in passato. Il nostro ministro degli Esteri Di Maio ai recenti Dialoghi sul Mediterraneo si è dilungato con il collega russo Lavrov a parlare di parmigiano reggiano, penalizzato dalle sanzioni a Mosca, ma forse avrebbe dovuto analizzare a fondo le questioni sulla Libia dove i russi sostengono il generale Khalifa Haftar. Del resto l’insipienza italiana sulla Libia è arrivata al punto che Roma nelle scorse settimane ha persino respinto l’offerta di Mosca di avere un colloquio oltre che con Lavrov con il ministro della Difesa russo Shoigu.

In tutto questo Erdogan è sul piede di guerra: oltre a rifornire di armi e droni i libici è pronto a mandare truppe per difendere una Sponda Sud che nel 1911, quando per la prima volta sbarcarono gli italiani, faceva parte comunque dell’Impero Ottomano allora in piena crisi: l’Italia si impadronì subito della Tripolitania e poi fece guerra a Istanbul anche nel Dodecaneso. 

Una digressione storica indispensabile per comprendere il coinvolgimento attuale della Turchia che in Libia negli anni scorsi ha anche manovrato le fazioni jihadiste locali convogliate in Siria a combattere contro il regime di Assad. Non a caso oggi Ankara sostiene un governo Sarraj ostaggio delle milizie locali, dei trafficanti di migranti e dei Fratelli Musulmani, che a loro volta sono nel mirino di Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. 

Dopo avere occupato un pezzo di Siria del Nord, il Rojava dei curdi, facilitato dal ritiro di Trump, ora Erdogan punta a mantenere al suo posto un governo di Tripoli assediato da Haftar. 

Per Mosca e la Turchia la situazione è paradossale e pericolosa. La Russia sostiene Haftar nemico di Erdogan ma nel Nord della Siria è stato proprio Putin ad arrivare a un accordo di cessate il fuoco per contenere la penetrazione turca in territorio siriano dove Mosca è presente con le sue truppe e con quelle di Assad. Non solo, Putin ha stretto accordi economici e militari con la Turchia: ha venduto il sistema anti-missile S-400 a un Paese membro storico della Nato e il gas russo arriva nel Turkish Stream, un gasdotto che lega ancora di più le forniture energetiche di Ankara a Mosca.

Russia e Turchia in Siria collaborano, con grandi diffidenze comunque da parte dei russi, ma potrebbero arrivare a uno scontro in Libia. Del resto è stato proprio a Erdogan a puntare sull’afflusso dei jihadisti in Siria per abbattere il regime di Assad mentre Mosca, prima di accordarsi con Ankara, nel 2015 ha visto un suo caccia Sukhoi colpito dall’anti-aerea turca.

Il presidente turco ha detto in queste ore che su richiesta del governo di Tripoli potrebbe mandare truppe in Libia a difesa della capitale. “L’embargo internazionale sulle armi non impedisce al governo appoggiato dalle Nazioni Unite di chiedere ad altri paesi di schierare truppe in territorio libico. Se lo chiederanno, decideremo”. Ha quindi criticato il sostegno di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto al generale Khalifa Haftar, aggiungendo di volerne discutere in una telefonata con Putin. 

Ma i problemi con Erdogan non finiscono qui e ci riguardano direttamente non solo in Libia, dove abbiamo lasciato un vuoto riempito dalla Turchia, ma anche nel Mediterraneo orientale. Le affermazioni del leader di Ankara giungono dopo il memorandum d’intesa sulla demarcazione dei confini marittimi siglato il 27 novembre scorso a Istanbul con Sarraj. Un accordo che in pratica asseconda le rivendicazioni turche sulla “zona speciale” di Cipro greca per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio: una vera sfida, al punto che Atene ha espulso l’ambasciatore libico. Una cosetta non indifferente visto che nello sfruttamento di questo gas sono coinvolte l’Italia con l’Eni, Israele, la Francia con la Total e anche alcune società americane. Macron ha inviato la marina militare mentre l’Italia ci sta pensando. E mentre pensiamo Erdogan comanda già in Tripolitania, praticamente nel nostro cortile di casa.

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