Tribunale civile di Roma e Casapound: perché la sconfitta di Facebook è una buona notizia

Tribunale civile di Roma e Casapound: perché la sconfitta di Facebook è una buona notizia

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di Thomas Fazi
 

Il Tribunale civile di Roma ha respinto il reclamo di Facebook contro l'ordinanza cautelare che ordinava la riattivazione della pagina principale di CasaPound Italia, chiusa circa sei mesi fa per qualche mese.
 

Si tratta di un'ottima notizia, a prescindere dall'opinione che si abbia di CasaPound (pessima nel mio caso). Nelle motivazioni dell'ordinanza, infatti, si conferma la superiorità gerarchica dei princìpi costituzionali e del diritto italiano rispetto agli "standard della comunità" del gigante social e alla contrattualistica privata.


Nel provvedimento del collegio composto dai giudici Claudia Pedrelli, Fausto Basile e Vittorio Carlomagno si parla di «impossibilità di riconoscere ad un soggetto privato, quale Facebook Ireland, sulla base di disposizioni negoziali e quindi in virtù della disparità di forza contrattuale, poteri sostanzialmente incidenti sulla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione, tali da eccedere i limiti che lo stesso legislatore si è dato nella norma penale. Il giudizio trova conforto nel fatto che, come rilevato nell’ordinanza reclamata, CasaPound è presente apertamente da molti anni nel panorama politico.


L’esclusione di CasaPound dalla piattaforma si deve dunque ritenere ingiustificata sotto tutti i profili richiamati da Facebook Ireland. Il periculum in mora si deve considerare sussistente sulla base delle considerazioni svolte nell’ordinanza reclamata, che meritano piena condivisione, sul preminente e rilevante ruolo assunto da Facebook nell’ambito dei social network, e quindi oggettivamente anche per la partecipazione al dibattito politico». Non compete dunque a Facebook «la funzione di attribuire in via generale ad una associazione una "patente" di liceità, posto che condizione e limite dell’attività di qualsiasi associazione è il rispetto della legge, la cui verifica è rimessa al controllo giurisdizionale diffuso».


La sentenza, in breve, rimarca un principio sacrosanto: non sta certo a Facebook decidere chi ha il diritto di esprimersi e chi no, ma allo Stato italiano. È una sentenza di cui chiunque abbia a cuore i princìpi costituzionali non può che rallegrarsi. E che dovrebbe far vergognare non poco tutti gli "antifascisti" d'accatto che al tempo plaudirono alla decisione di Facebook.

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