Povertà reddituale e lavorativa
di Giusti, S. Macera ed E. Gentili
Le statistiche in materia di povertà iniziano a far paura. Portano con sé quel bagno di realtà, e quelle preoccupate valutazioni sulla tenuta sociale del paese, che molti, nel circo politico e mediatico, tendono a evitare. Per dire, sino a trenta e passa anni fa lavoro stabile e povertà risultavano incompatibili. Oggi, invece, avere un impiego a tempo indeterminato e full-time non scongiura la miseria, anzi…
Le ragioni di ciò sono molteplici, ma di sicuro non si possono trascurare né la proletarizzazione del ceto medio né l’erosione dei salari per l’aumento del costo della vita, sempre più fuori controllo. Negli anni in cui la dottrina neokeynesiana era funzionale alle strategie economiche capitalistiche, le eccessive disuguaglianze e la scarsa mobilità sociale venivano contrastate, perché considerate un ostacolo alla coesione sociale. Oggi, al contrario, non viene attribuito un segno negativo neppure alle più estreme disparità di trattamento. Ciò, in coerenza con quel modello sociale neo-liberista che pure, sporadicamente, qualche studioso invita ad archiviare.
Sta di fatto che già con un reddito inferiore al 60% di quello medio si è a tutti gli effetti, attualmente, poveri. Certo, molto dipende dall’area geografica di residenza e dalla composizione delle famiglie, ossia dal numero di minori presenti nel nucleo. Però, se sino agli anni ’80 in Italia si registrava una certa mobilità sociale, oggi su questo fronte si sono fatti molti passi indietro. Per chi sta in basso, le opportunità di migliorare la propria condizione socio-economica sono sempre più ridotte.
Preso atto di questi dati, il nostro sforzo dovrebbe essere quello di indagare in profondità le cause della povertà e della emarginazione sociale. Due fenomeni che alcuni economisti coscienziosi (ad esempio, quelli che scrivono sul quotidiano Domani), ritengono d’ostacolo alla crescita economica del paese. Invero, il nostro discorso non muove principalmente da questa constatazione. Tuttavia riteniamo utile riportarla, anche per sottolineare la latente irrazionalità di certe politiche economiche.
Ma passiamo ai meccanismi che producono la povertà. Alcuni di essi risultano di facile individuazione: per dire, le famiglie monoreddito sono quelle in maggiori difficoltà, assieme ai nuclei formati da una sola persona. Perché quest’ultima giunga alla miseria basta poco: la perdita del lavoro o anche una riduzione salariale, dovuta magari a un cambio d’appalto.
In questo contesto, vivono una condizione meno pesante le famiglie numerose in cui, ai bassi redditi da lavoro precario, si aggiungano una o più pensioni. Certo, se il loro contatto con la povertà è meno diretto che in altri casi, le prospettive di medio e lungo termine non sembrano comunque rosee. Poi, come è noto, chi vive in aree metropolitane ha maggiori possibilità di cadere nella miseria rispetto a quanti abitano nei piccoli centri o in zone di campagna. Anche in queste circostanze, però, non si può indulgere all’ottimismo. Parliamo di piccoli elementi di compensazione che non è detto che persistano in futuro, o che incidano nella medesima maniera.
Con i redditi da pensione e i sussidi di invalidità si va oltre la semplice compensazione. Di fatto, li possiamo considerare come autentici ammortizzatori sociali. Se in un nucleo ci sono due anziani che percepiscono la pensione, è evidente che le condizioni economiche risulteranno decisamente migliori di famiglie ove l’assegno previdenziale è assente. Anche qui, però, se dalla fotografia, ossia dalla rappresentazione statica della realtà, si passa a quella dinamica, non si può che veder nero. È verosimile che entro una quindicina d’anni la situazione sarà diversa, a causa della tendenza discendente delle pensioni – dovuta a fattori come il calcolo contributivo e ai vuoti contributivi.
Certo, il nostro sforzo d’indagine dovrebbe andare oltre, distinguendo con precisione la povertà lavorativa dalla povertà di reddito, e per questa via risulterà più agevole individuare la pluralità dei soggetti interessati. Oggi il reddito familiare, nelle sue varie articolazioni, ancora compensa in parte i bassi salari. Ciò in un quadro in cui il nostro welfare, o quel che ne rimane, non prevede misure sociali capaci di intervenire sulle disparità economiche. Invero, risulta carente persino la valutazione delle stesse. L'Isee resta il solo indicatore, a ben vedere molto parziale, con cui misurare l'eventuale accesso a benefici e servizi assai ridottisi nel tempo.
Mai come oggi, la questione redistributiva dovrebbe essere affrontata in modo organico, agendo a livello di implementazione del welfare e di equo utilizzo della leva fiscale. In sostanza lo Stato sociale dovrebbe evolversi, così da rispondere concretamente ai bisogni reali. Anche se aumentasse vistosamente la forza lavoro attiva, non si potrebbe rinunciare al ruolo statale di riequilibrio delle disparità sociali. Il punto, però, è che malgrado alcune voci dissonanti la filosofia dominante rimane quella di circoscrivere al massimo l’intervento pubblico. L’idea di uguaglianza risulta sempre più invisa ai dominanti che, come si è già accennato, neppure si pongono il problema di quanto le povertà diffuse limitino la crescita economica.
Da parte nostra, invece, sarebbe il momento di ripartire con decisione sulle tematiche del fisco e del welfare. Senza questa cornice generale, lo stesso ragionamento sulla povertà salariale o da reddito rischia di perdere in incisività – nel primo caso persino risolvendosi nella speranza di rinnovi contrattuali un po’ più adeguati al costo della vita. In verità, l’intervento per limitare – e, in prospettiva, eliminare – le numerose sacche di povertà presenti nel paese non può che articolarsi in termini complessivi, includendo pure la reintroduzione di meccanismi automatici volti ad adeguare il potere di acquisto al reale costo della vita. Nonché la battaglia per il superamento di quei contratti precari che, a ben vedere, fanno comodo a molti. Lo attesta il fatto che siano stati definiti, a livello normativo, dagli Esecutivi di tutti i colori.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/


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