"L’opzione Sansone": quando la fine del mondo diventa una strategia

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"L’opzione Sansone": quando la fine del mondo diventa una strategia


di Mario Pietri

Ormai l’opzione Sansone non è più un tabù sussurrato nelle stanze chiuse: i media israeliani ne parlano apertamente. Non più “muoia Sansone con tutti i filistei”, ma una versione aggiornata in cui Sansone si arroga il diritto di sterminare i suoi avversari. Il fatto che questa minaccia nucleare sia discussa pubblicamente dimostra quanto l’attuale avventura militare abbia spinto oltre ogni limite la razionalità.

Per l’entità sionista, l’opzione Sansone non è solo un azzardo strategico: è perfettamente compatibile con una visione religiosa che sacralizza il sacrificio. Non è solo un calcolo di rischio; è una deriva in cui la fine del mondo è considerata un atto coerente con una missione superiore. Ironia vuole che, mentre il mondo si terrorizza per le conseguenze, c’è chi la considera serenamente praticabile, come se fosse una scelta quasi “liturgica”.

Ma le conseguenze sono chiare: un isolamento diplomatico totale, con gli alleati che si distanzierebbero; sanzioni economiche schiaccianti; la fine di ogni residuo accordo di sicurezza. Ma oltre a questo, una tale mossa innescherebbe un effetto domino: una proliferazione nucleare senza precedenti, con regioni intere trascinate verso il baratro. In altre parole, ciò che per alcuni è un atto “liturgico” diventerebbe la miccia che fa collassare ogni equilibrio globale.

Dichiarati all’inizio, gli obiettivi di cambio di regime e neutralizzazione dell’Iran appaiono ora irrealizzabili. I costi militari ed economici, in crescita esponenziale, disegnano un vicolo cieco. E così sorge l’interrogativo inquietante: forse, il non-detto è che la fine auspicata sia proprio l’opzione Sansone. Quando non si può vincere, si può solo distruggere. E in questa deriva, l’inizio della guerra si confonde con un finale apocalittico che, seppur non dichiarato, sembra il vero piano di riserva.

Eppure, ci si chiede: tra lo scandalo e i costi crescenti, un cambio di regime negli Stati Uniti potrebbe far crollare il potere di Trump e del suo gruppo. Questo ridurrebbe davvero il rischio? O, al contrario, la visione messianica sionista, sentendosi ancor più minacciata, spingerebbe comunque verso l’opzione finale?

In un contesto in cui la leadership statunitense è scossa, un cambiamento politico potrebbe teoricamente smontare la macchina strategica che ha alimentato questa escalation. Tuttavia, resta aperto un interrogativo più inquietante: cosa accadrebbe se proprio il venir meno del sostegno americano producesse l’effetto opposto? Se, cioè, una parte delle élite israeliane interpretasse l’erosione dell’appoggio di Washington come un segnale di accerchiamento esistenziale, accelerando ulteriormente la propria radicalizzazione strategica?

È qui che la crisi geopolitica si intreccia con una responsabilità politica più ampia. Perché l’attuale traiettoria non è il prodotto di un solo attore. È il risultato di una convergenza tra settori della leadership israeliana e una parte significativa dell’establishment politico statunitense che, negli ultimi anni, ha trasformato la deterrenza in una dottrina di pressione permanente. Una logica in cui la superiorità militare diventa il principale strumento di gestione delle crisi, mentre la diplomazia viene progressivamente svuotata.

Ma accanto a queste responsabilità dirette, esiste un’altra dinamica più silenziosa: la progressiva acquiescenza dell’Occidente collettivo. Governi europei e alleati atlantici oscillano tra dichiarazioni formali e allineamento strategico, incapaci — o riluttanti — a esercitare un vero contrappeso politico. Una sudditanza che per ora resta implicita, ma che scalpita dietro la retorica ufficiale sulla stabilità internazionale.

Il paradosso è evidente. Mentre si proclama la difesa dell’ordine internazionale, si tollera una dinamica che rischia di demolirlo dalle fondamenta. E se l’opzione Sansone rappresenta davvero il punto estremo di questa traiettoria, allora la responsabilità non sarà soltanto di chi la concepisce, ma anche di chi — pur vedendo il precipizio — continua a camminare nella stessa direzione.

Perché il problema, alla fine, non è soltanto se qualcuno arriverà davvero a premere quel pulsante.

Il problema è che, nel dibattito strategico contemporaneo, l’idea stessa che quel pulsante possa diventare una “opzione praticabile” è già il segno di un sistema politico internazionale entrato in una fase di pericolosa degenerazione.

E la storia insegna che quando le grandi potenze smettono di temere le conseguenze delle proprie scelte, il mondo intero smette di essere un luogo prevedibile.

Non sempre l’apocalisse arriva con un’esplosione. A volte comincia molto prima — nel momento in cui diventa pensabile. 

 

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