L'IGNAVIA AL QUADRATO: GOVERNO OSSERVATORE, “MOVIMENTO” SPETTATORE

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L'IGNAVIA AL QUADRATO: GOVERNO OSSERVATORE, “MOVIMENTO” SPETTATORE

 

 

Il governo italiano appone la propria firma - o meglio, la propria ombra - accanto a quella di Donald Trump. Si premura di precisare che non aderisce, ma “osserva”. Siede, insomma, nella stanza Board of Peace, ma con le mani nascoste sotto il tavolo. Senza assumere vincoli, senza responsabilità.

 

di Pasquale Liguori

Ora, partecipare a questa iniziativa crudele è di per sé ripugnante. Ma, per un momento, mettiamoci in una prospettiva più “nazionale”. Dante Alighieri avrebbe identificato la scelta di Meloni senza esitazioni. Nel Canto III dell'Inferno, Virgilio guida il poeta attraverso l'Antinferno, quel luogo liminare e ignobile popolato da coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. Non abbastanza coraggiosi da schierarsi col bene (figuriamoci!), né abbastanza onesti da confessare di avere scelto il male più infame. Anime sospese, che per sé fuoro: calcolatori del proprio meschino tornaconto. Dante li disprezza al punto da non concedere loro nemmeno la dignità dell'Inferno vero. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, dice Virgilio.

Purtroppo, la storia non passa. Accusa.

 

Il Board of Peace - lo strumento ideato da Donald Trump, formalizzato in uno statuto di tredici articoli e costruito sui paradigmi del diritto societario privato - è qualcosa di più di un'atroce idea “diplomatica”. Tra l'altro, istituisce un Chairman a vita (Trump, con diritto di designare il proprio successore) rendendo tale opaca organizzazione una monarchia ereditaria. Un seggio permanente si acquista versando un miliardo di dollari nel primo anno: una sottoscrizione per miliardari.

Chi gestisce concretamente questo consesso? Jared Kushner, Steve Witkoff, Tony Blair: costruttori, speculatori, notabili e intermediari di lusso del potere globale. Il popolo palestinese - quello sul cui sangue e sulle cui ossa si edifica la retorica della “ricostruzione” - è l'oggetto del progetto, non il suo soggetto. È il terreno da edificare. Non è certo la voce da ascoltare: si tratta, infatti, di un esproprio collettivo, di un grande progetto immobiliare calato sulle macerie di Gaza.

Dunque, in questo banchetto osceno, Meloni si sente a suo agio e ha scelto di sedersi. A capotavola siede Trump. L’Italietta infame è osservatrice: testimone silenziosa che assiste e legittima. Come l'ignavo che, gramscianamente, rappresenta il peso morto della storia.

 

Sempre Gramsci scriveva il noto Odio gli indifferenti. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria. Parole non di rado abusate in eventi e commemorazioni, ma che a quanto pare nessuno ha l'intenzione di applicare.

Perché, se l'ignavia crudele del governo è almeno coerente con ciò che è - e cioè una destra nazionalista, atlantista, che serve fedelmente il proprio padrone d'oltreoceano elevando la subalternità a politica estera e nascondendosi dietro tecnicismi per partecipare al banchetto senza sporcarsi formalmente le mani - c’è da chiedersi: e la “sinistra”? E l’epico “movimento”? Dov'è quella galassia di sindacati, partiti progressisti, collettivi, piattaforme, sudari, hashtag, lampadine intermittenti che incarnava la risposta morale e politica al baratro? Dove sono le voci che per mesi hanno riempito i social di analisi, calcato palchi colorati, preso parte ad assemblee infuocate? Sappiamo che una parte è impegnata, in attesa di tempo buono, nella fase organizzativa di una più ampia regata mediterranea a favore di tintarella.

C'è una mitologia che ha avvolto gli enormi cortei italiani degli ultimi tempi. Una narrativa - molto alimentata da intellettuali organici - secondo cui esisterebbe in Italia un soggetto politico diffuso, trasversale, intersezionale, capace di rispondere alla destra con la forza della partecipazione di massa. Un movimento che sarebbe la vera risposta globale della società alle derive autoritarie.

Se quel movimento avesse davvero coscienza politica e a cuore il futuro del popolo palestinese, le piazze italiane in questi giorni sarebbero inondate: la decisione del governo italiano di presenziare al Board of Peace non è una sfumatura di politica estera, è una scelta di campo. È la normalizzazione del monopolio privato sulle relazioni internazionali. È la complicità più grave e sfacciata con la cancellazione di un popolo.

 

Così, si assiste al quasi niente. O, meglio, al niente. Qualche dichiarazione svogliata, qualche rituale intervento parlamentare. Qualche post. Il consueto, rassicurante ronzio di una protesta che non disturba nessuno. I sindacati che facevano a gara per proclamare e intestarsi scioperi, quieti come non mai, proprio nel momento in cui il governo italiano offre legittimità diplomatica a un consesso plutocratico nato per liquidare la questione palestinese come una pratica fallimentare. Già, il palestinese, chi per lui grida o il vituperato antagonista non portano voti, iscritti.

 

Questo sostanziale silenzio rivela qualcosa di strutturale, non di contingente. Rivela che il movimento - quello celebrato e che si autorappresentava come alternativa sistemica - ha costruito la propria identità più sulla performance della protesta che sulla capacità di incidere. Ha saputo mobilitarsi quando la causa è visibile, emotivamente accessibile, socialmente premiante. Fatica tremendamente quando la posta in gioco è complessa e la battaglia richiede continuità, e non soltanto il brivido dell'evento.

Gramsci parlava di guerra di posizione: la conquista paziente, sistematica, capillare degli apparati culturali e politici della società. Ciò che vediamo, invece, è una guerra di apparizione: ci si mostra quando fa effetto, ci si ritira quando costa.

 

Domani, a Washington, l'Italia siederà - da osservatrice, certo, ma siederà - al tavolo di chi sta costruendo l'architettura istituzionale e amministrativa della prosecuzione del genocidio. Di chi trasforma le macerie di un popolo in asset immobiliari, escludendo i palestinesi dalla discussione sul loro futuro.

Siamo dunque di fronte a una struttura di complicità a doppio strato: governo e (pseudo)movimento.

L'ignavia al quadrato. Una vergogna nella vergogna. Perché almeno, in Dante, questi soggetti avevano la coerenza di stare fermi. Qui abbiamo chi si muove, parla, scrive, twitta, pubblica, fa convegni e non combina nemmeno il resto di niente.

Di fronte al Board of Peace, di fronte alla partecipazione italiana a questo consorzio affaristico costruito sulle macerie palestinesi, non esistono posizioni neutre. O ci si oppone, o si è complici. Tertium non datur.

Questo vale per il governo - che dovrebbe ritirare la propria penosa presenza di osservatore, denunciare pubblicamente la natura mafiosa del neonato consesso e portare la questione alle sedi competenti.

Ma vale, con uguale forza morale, per la sinistra e per movimenti genuinamente tali. Che devono scegliere: o la piazza - vera, capace di alzare il costo politico - o la comoda nicchia della protesta simbolica. Si può scegliere da che parte stare, ma non si può scegliere di non scegliere, diventando l’ombra più innocua del sistema. L'Antinferno è già pieno.

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