Lettera aperta al Prof. Giovanni Rezza
di Alessandro Mariani
Una recente intervista al professor Giovanni Rezza (pubblicata in AD a cura di Luca Busca) pone il rilevantissimo tema della funzione di spartiacque svolta dalla pandemia da Covid 19. Concordando con la tesi dell’intervistatore, per il quale dal 2019 in poi in poi “l’Italia è [diventato] un paese lacerato dalla contrapposizione di tifoserie contrapposte: vax/novax, atlantisti/filoputin sionisti/filohamas ecc”, ritengo apprezzabile il fatto che, diversamente dalla maggior parte dei suoi colleghi, l’ex Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute abbia affrontato un argomento tutt’altro che comodo.
A mio giudizio è del tutto auspicabile la trasformazione dello scontro di allora in un odierno confronto che tenga conto, oltre che delle ragioni delle parti dei rispettivi ruoli. Allo stesso tempo tengo a sottolineare che per quel che riguarda la sfiducia generalizzata sul ruolo degli esperti (che è tra i lasciti più consistenti di quella esperienza) ciò non rappresenti sempre e necessariamente un male. .Per questo motivo avanzerò alcune critiche all’indirizzo del professore e, va da se, che semmai egli avesse tempo e voglia di rispondermi glie ne sarei personalmente grato.
La prima critica è, per così dire, un atto dovuto ed è relativa al suo richiamo al principio dell’ evidence based medicine basato su trial clinici, che porrebbe la medicina su un altro piano rispetto ad altre scienze applicate Da uomo di scienza qual è egli sa bene che tale principio è stato sottoposto a molteplici critiche, metodologiche, filosofiche e pratiche; in particolare si è detto che con la sua integrale applicazione si perda la dimensione clinica, interpretativa e umana della cura. Stante il mio status di cuisque de populo però, tralascio l’ulteriore approfondimento di un tema peraltro poco o nulla confacente all’economia di questo scritto.
Incentrerò invece l’ intervento sul piano sociologico e politico laddove l’apprezzamento per il contenuto dell’intervista è totale per le considerazioni relative alla polarizzazione delle posizioni dell’opinione pubblica sull’attuale situazione geo-politica ma trova uno scoglio insormontabile, su un altro aspetto. Dice Giovanni Rezza : “considerando che l’Italia è stato il primo paese ad essere colpito, non si è certo comportata peggio degli altri paesi europei, tutt’altro.”
No, caro professore… è vero esattamente il contrario, ed oggi ne patiamo tutte le conseguenze, sol che si guardi alle tante forme di disagio giovanile ed adolescenziale. Ammesso che le problematiche connesse a queste fasce di età contino ancora qualcosa in quello che figura tra i paesi anagraficamente tra i più vecchi dell’occidente.
Con la pandemia Covid 19 l’Italia è tornata ad essere, a più livelli, un terreno di conquista o, se vogliamo, di sperimentazione.1 Brutalmente parlando, la manipolazione della realtà da allora in poi ha avuto come principale riferimento una maggioranza silenziosa e impaurita ma “responsabile” caratterizzata dal minimo comun denominatore della paura e confortata da una sedicente scienza votata a proteggerla da forme vecchie e nuove di terrapiattismo.
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Perché l’Italia
Per comprendere la dinamica delle fasi e il ruolo svolto dall’Italia in un ambito di sistema, è bene partire da due libri. Per entrambi la data di pubblicazione conferma che qualcosa bolliva in pentola da almeno un lustro. Il romanzo“Spillover” (David Quanmen, Adelphi, prima ediz. Italiana 2014) è stato indubbiamente il più citato e celebrato, al pari del suo autore descritto dai media mainstream come una sorta di profeta.
Incentrato sulla “zoonosi” (trasmissione del virus dall’animale all’uomo) il romanzo è stato concepito inizialmente con riferimento ad Ebola e proposto al grande pubblico con i toni di una campagna pubblicitaria. Con l’esplosione della pandemiahHa rappresentato il riferimento obbligato delle tesi sull’ origine naturale e del virus, come conseguenza di un rapporto malato della nostra specie con l’ecosistema, di contro a quella di un’origine artificiale frutto di una manipolazione in laboratorio. Di qui la conclusione: ci aspetta un futuro di prossime pandemie.
Il romanzo è stato tradotto anche in Spagnolo/cinese/olandese/estone/francese/tedesco/greco/ungherese/giapponese/coreano/polacco/portoghese/russo/vietnamita.
Di tutt’altro stampo è invece la pioneristica opera di Patrick Zylberman, che non ha certo goduto delle stesse attenzioni, tant’è che a tutt’oggi non esistono altre edizioni rispetto a quella originale francese. A ridosso dell’allarme per l’influenza aviaria, lanciato a suo tempo dall’OMS, l’autore aveva intravisto l’affermarsi di un nuovo modello di controllo, un disegno pre-ordinato che d’allora in poi avrebbe ispirato le strategie emergenziali dei governi democratici occidentali. In Tempetes microbienne (Gallimard ed., Parigi, 2013) Zylberman preannuncia l’avvento di un terrore sanitario dopo le parentesi del terrorismo islamista e della crisi subprime.
La tesi centrale del libro è il cambio di paradigma che si sarebbe verificato in futuro riguardo alla salute pubblica, un atteggiamento che avrebbe accomunato il comportamento di tutti i governi occidentali. Da allora in poi, in luogo della tradizionale “prevenzione”, avrebbe acquistato un rilievo preponderante la “preparazione” della società attraverso simulazioni del Worst case scenario, ovvero di uno sviluppo degli eventi che i governi avrebbero prospettato alle rispettive opinioni pubbliche, nella peggiore delle ipotesi possibile, grazie alla complicità dei media e degli opinion makers. La salute, da diritto dei cittadini costituzionalmente garantito sarebbe diventato un obbligo giuridico e al singolo sarebbe stato chiesto un coinvolgimento attivo. Una narrazione prefissata avrebbe preso il posto della realtà; non si sarebbe più trattato di prevedere il futuro in base alle esperienze passate ma di anticiparlo ed orientarlo, più o meno come accade durante la registrazione di un film. Si sarebbe trattato, a tutti gli effetti, di una sorta di coscrizione obbligatoria per tutte le età e a tempo indeterminato.
Nel suo libro Zylberman prende spunto da fatti verificatisi in passato per affermare come talvolta eventi banali possano avere effetti determinanti sugli sviluppi futuri. Dopo l’ attacco terroristico avvenuto nella metropolitana di Tokio nel 1995, Il presidente Clinton rimase talmente impressionato da un romanzo in cui il virus del vaiolo veniva rilasciato su New York (R. Preston, The Cobra Event ) da richiedere la partecipazione dell’autore ad una seduta dell’Infectious Diseases Society of America. Ci fu chi non si lasciò sfuggire l’opportunità e in nome della biosicurezza cominciò a delinearsi da allora un legame sempre più stretto tra mondo militare, esperti in campo medico-scientifico e mondo dell’informazione.
Restava però lo scoglio rappresentato dalla reazione dei cittadini, perché la prima crociata vaccinale fu un vero e proprio disastro. Nonostante gli allarmi lanciati dall’OMS la maggior parte dei cittadini europei era rimasta indifferente alle offerte dei rispettivi governi. La “preparazione” dei cittadini era ancora insufficiente. Senonché la vanità di elementi di secondo piano desiderosi di guadagnarsi un posto di rilievo sulla scena è da sempre un elemento ricercato, tanto da lobbies e multinazionali quanto dagli ambienti diplomatici di uno stato dalla perenne vocazione imperiale come gli Stati Uniti.
Nel 2014 Beatrice Lorenzin (ai tempi ministro della salute) unitamente all’allora presidente dell’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) Pecorelli e Ranieri Guerra (allora consigliere scientifico presso l’ambasciata italiana a Washington) presenziò ad una cerimonia alla Casa Bianca alla presenza di Barack Obama. Il Global Health Security Agenda, un accordo intergovernativo di fatto riconducibile all’OMS (che avendo perso in precedenza la faccia agiva per interposta persona), conferiva all’Italia niente di meno che il titolo di “capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale”, era la stessa AIFA a dare il roboante annuncio sul suo sito web. “Dobbiamo intensificare le campagne informative in Europa, dove sono in crescita fenomeni antivaccinazioni” disse il presidente dell’AIFA. “Il tema dei vaccini sarà una delle priorità durante il semestre italiano di Presidenza Europea” le fece eco il ministro.
Si percepiva tra le righe che in ossequio alle logiche neoliberiste, per evitare il collasso dei sistemi sanitari del vecchio continente, l’unico rimedio era “rafforzare i processi di vaccinazione per tutte le persone che viv[evano] in Europa”. Anche se non esplicitato si intuiva il criterio economico sovrastante per cui l’arma del vaccino avrebbe consentito di sopperire ad una politica di tagli della spesa sanitaria, riducendo la pressione e l’impatto di determinate malattie. Il tutto con evidente vantaggio del settore privato da sempre poco o per nulla interessato a garantire, in regime convenzionato, cura ed assistenza per patologie e malattie “scomode” .
E’ cosi che gli anni che hanno preceduto l’esplosione della pandemia hanno visto l’Italia far da apripista sulla linea dell’oltranzismo sanitario E’ a partire da allora che in Italia gli allarmi sul contagio influenzale hanno cominciato a ripetersi con intensità crescente. Chiunque può farsene un’idea passando in rassegna i titoli apparsi nei sette-otto anni antecedenti al 2019 sui maggiori quotidiani a diffusione nazionale: “Pazienti in rianimazione … terapie intensive al collasso … allarme macchine salva polmoni … morti ventimila anziani in più … pandemia influenzale”. Titoli che puntualmente apparivano col cambio di stagione in tutto e per tutto simili a quelli poi riproposti in epoca Covid, ma che a quanto pare allora erano ben pochi disposti a prendere sul serio.
A questo riguardo viene spontaneo osservare che sarebbe stato il caso di comparare le cifre dei ricoveri in terapia intensiva con quelli del periodo pre-pandemico, sarebbe stato istruttivo e interessante da tutti i punti di vista, ma a nessuno tra i “padroni” dei numeri è venuto in mente di farlo.
Ma il dato che più rimanda alle politiche che sarebbero poi state adottate qualche hanno dopo è stata l’approvazione della legge n. 3 dell’11 gennaio 2018, provvedimento che porta il nome del ministro Lorenzin e che infrange l’ordine costituzionale e democratico. Non a caso la citazione di questo episodio a riprova della compatibilità dell’obbligo vaccinale coi principi della costituzione ricorre frequentemente ogni volta che lo si mette in dubbio fingendo di dimenticare, che anche allora vi fu che denunciò il vulnus e che le forti resistenze poterono esser aggirate grazie al sostanziale accordo dei media nell’azzerare le voci critiche.
Una mitragliata di vaccini colpirà da allora in poi i neonati italiani. Mentre negli altri paesi europei i piani di vaccinazione restano invariati (la media è quella di quattro vaccini obbligatori) la nuova legge introduce l’obbligatorietà di 12 vaccini per l’accesso a nidi, materne e per la frequenza della scuola dell’obbligo, prevede multe fino a 7500 euro, e ventila perfino la sospensione della patria potestà su segnalazione della strutture sanitarie locali per l’inottemperanza alla normativa da parte dei genitori. Contiene inoltre due altre disposizioni di notevole gravità: da una parte l’impossibilità di reperire in forma singola uno specifico vaccino, dall’altra la possibilità di radiazione per i professionisti del settore che non si adeguino al pensiero unico.
E’ una forzatura del principio di precauzione, per cui ad oggi non conosciamo ancora gli effetti sulla salute futura di chi nel primo anno di vita è costretto a subire l’overdose. Ammesso che tutti questi vaccini siano realmente necessari che senso avrebbe anticiparli già nei primi anni di vita, piuttosto che differirli al momento in cui i nuovi nati potrebbero essere contagiati ed essere a loro volta contagiosi? Per giunta vi è compreso pure il vaccino contro il tetano che non può neppure essere contagioso. La verità è che questo è il primo deciso passo in cui la novità trascende lo specifico ambito medico-sanitario per estendersi a quello politico; l’Italia diventa un terreno fertile, un campo di sperimentazione e di conquista non solo per le multinazionali del farmaco ma anche per tutti le elites che si trovano di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa. Lo stato si arroga il diritto di intervenire a gamba tesa sul corpo, sulla carne viva dei suoi cittadini, così come quello di decidere quando e a quali condizioni consentire la libertà di opinione.
Se ora facciamo in modo che, oltre ai fatti e ai protagonisti, siano soprattutto le date a parlare, la consecutio temporis può svelare il filo logico dietro l’apparente schizofrenia e contraddittorietà di certe affermazioni.
Dopo che il virus circola già da mesi in un tweet datato 14 gennaio 2020 l’OMS smentisce la possibilità della sua trasmissione tra umani ma già a fine mese appare chiaro che non è affatto così. Passano pochi giorni e l’11 febbraio il massimo esponente dell’organizzazione Tedros Adhanom Ghebreyesus cambia completamente tono allarmando il mondo intero affermando testualmente: “questo virus può avere sul piano politico, economico e sociale un impatto più potente di qualsiasi azione terroristica […] dovrebbe essere considerato il nemico pubblico numero uno". Ma per quanto si sia già corsi ai ripari ancora nessuno sembra interessato a prestare piena fede all’invito. Più o meno ovunque si cerca di contenere e razionalizzare una paura (nociva all’economia) che è ancora ben lungi dall’esser considerata una risorsa e l’Italia non fa eccezione. Poi dalle nostre parti si scopre il mitico “paziente uno” e da allora inizia il cambiamento mentre i media trascinano l’opinione pubblica verso l’inutile caccia al “paziente zero”. Qualcuno coglie al volo l’occasione per iniziare a mettere in guardia.
Walter Ricciardi tra i 34 membri dell’executive board Oms subentrato in questo ruolo proprio ai tempo del ministro Lorenzin (governo Gentiloni), subito bacchetta l’Italia parlando di ingenuità e leggerezza perché ha chiuso i voli dalla Cina senza effettuare quarantene e tracciamento. Non si può che dargli ragione ma allo stesso tempo è doveroso notare il ritardo nella denuncia di una misura sanitaria adottata venti giorni prima. L’esperto sembrerebbe addirittura rassicurante quando dice che in Italia il rischio di contagio “anche se non può essere del tutto escluso è comunque bassissimo”, ma allo stesso tempo evoca le possibili drastiche contromosse dell’Oms nel worst case scenario di un’esplosione pandemica, dalle quarantene obbligatorie al blocco di tutti i voli e della circolazione a terra, senza escludere chiusure coercitive di scuole e fabbriche.
Parla come se per statuto le prerogative dell’Oms potessero trascendere quelle dei singoli stati; in poche parole parla dando per scontato che le paventate misure coercitive verrebbero adottate senza ombra di dubbio nel caso che la situazione dovesse peggiorare. Si tratta comunque di una critica al governo di allora rivelatasi se non premiante quanto meno efficace. Appena due giorni dopo infatti viene nominato consulente del ministro Speranza con una procedura alquanto insolita, ovvero con una semplice nota in luogo degli abituali decreti ministeriali che designano minuziosamente compiti, durata e remunerazione di ogni incarico.
Da allora in poi, pur senza compenso, lavorerà alacremente diventando il superfalco della vulgata rigorista, una sorta di “badante” del ministro, impermeabile a tutte le critiche che da più parti cominceranno a piovergli addosso. Diventa il bersaglio naturale di chi critica la strategia ministeriale, ma l’impavido Gualtiero (detto Walter) ogni volta rincara la dose e invece che frenare accelera, al galoppo e lancia in resta come un cavaliere medioevale.
Ma proseguiamo in ordine cronologico. il 27 febbraio nella sua relazione al senato il ministro della salute Roberto Speranza ribadisce la necessità che tutte le forze politiche collaborino con le istituzioni sanitarie e, pur riconoscendo la gravità della situazione, respinge le critiche precedenti in ordine all’insufficiente adozione di provvedimenti restrittivi (critiche, è bene ricordare, provenienti da un fronte di cui il suo nuovo super-consulente è uno degli esponenti più qualificati):
“ […]a differenza di come alcune volte è stato riportato, nessun paese in Europa prevede la sorveglianza domiciliare o forme di quarantena per chi proviene dalle aree a rischio ancora oggi. Noi lo abbiamo fatto per gli studenti dall’8 febbraio e per tutte le persone dal 21 febbraio”. Come si vede La parola d’ordine è mantenere la calma evitando gli eccessivi allarmismi, la convinzione di poter fronteggiare la situazione è ancora il sentimento più diffuso, tanto che il ministro può concludere tra gli applausi: « Non dobbiamo avere paura descrivere l’Italia in modo sbagliato può comportare un danno grave alle nostre imprese, al turismo, al nostro sistema paese […] l’Italia è più forte del nuovo corona virus».
Ma pochi giorni dopo tutto precipita. Il 5 marzo rimbalza in rete lo screenshot dell’immagine di un planisfero dove dalla nostra penisola si diparte una serie di frecce che va in ogni direzione. “Coronavirus cases linked to Italy” recita la didascalia; non è più la Cina bensì l’Italia che viene indicata come principale diffusore del contagio a livello mondiale. Lo sfottò francese della pizza al corona virus aveva già suscitato l’indignazione nazionale, ma questa volta il caso non riguarda più un emittente di scarso rilievo, si tratta di un servizio andato in onda il giorno precedente sulla CNN, il più prestigiosa canale televisiva a livello mondiale. Altro che danni al sistema paese, è un vero disastro! Sui social monta l’indignazione, a tutti i livelli, compreso quella del ministro degli esteri Di Maio che evoca una sorta di complotto ordito non si sa da chi, ma di cui sembra intravedersi il senso e il perchè:
“Il punto però non è solo la CNN […] perché sono anche altri i media internazionali che stanno dipingendo l’Italia in modo sbagliato. Mi chiedo quale sia l’intento. Discriminare un paese che ha una sanità pubblica e che sta gestendo al meglio, nonostante decenni di tagli, una situazione complessa ed emergenziale in alcune zone? (notare il riferimento alla sanità pubblica e ai decenni di tagli) [n.d.a.] […] L’Italia è la nazione che sta gestendo con più rigore quest’emergenza che, come sappiamo si è sviluppata in Cina. […] Crediamo che prendere misure restrittive per proteggere la salute dei nostri cittadini sia sacrosanto. Crediamo anche che la caccia agli untori sia una cosa da lasciare al Medioevo.”
Il ministro, si allarma di fronte all’avvertimento mafioso giunto da oltreoceano. Sembra dunque che le recriminazioni da oltre confine riguardino l’insufficiente rigore del governo nell’affrontare l’emergenza. La mancata adozione di restrizioni è sostanzialmente quel che si rimprovera ad un paese che appena un lustro addietro (nel succitato Global Health Security Agenda) si era proposto come guida a livello europeo se non globale di un nuovo corso di ortodossia sanitaria. Al cospetto del Gotha politico e medico scientifico della super potenza USA, l’allora presidente dell’AIFA aveva menato vanto per aver effettuato 80.000 controlli sanitari durante l’operazione “mare nostrum”, asserendo che nel nostro paese vi fosse la necessaria esperienza “per coordinare campagne di prevenzione contro nuove possibili epidemie.”
Il quadro comincia dunque a definirsi. Perché l’Italia? Per chiunque volesse cogliere l’occasione per sfruttare un’emergenza sanitaria a livello globale il nostro paese non può che essere un modello, la rampa di lancio ideale per un nuovo approccio sul tema. Una politica e un sistema istituzionale deboli; di fronte allo strapotere dei grandi centri di interesse le politiche degli stati occidentali hanno sperimentato un trentennio di progressivo indebolimento. Ma in Italia (il paese dei governi tecnici) la politica è molto più debole che altrove come conseguenza della rassegnata e generalizzata sfiducia che pervade una società anagraficamente vecchia, dove l’aspirazione dei giovani più promettenti al termine degli studi è ormai quella di cercare un’affermazione all’estero.
Si aggiunga che tra tutti i paesi occidentali l’Italia è quello che (almeno potenzialmente) garantisce il sistema di controllo più elevato grazie alla più alta percentuale di operatori di polizia in rapporto al numero dei suoi abitanti, un trend tra l’altro in crescita considerando il rafforzamento delle polizie locali e la proliferazione di quelle private. Ma quel che più contraddistingue l’Italia sono l’asservimento e l’omologazione dei principali organi di comunicazione, carta stampata e televisioni.
E infatti in supporto all’offensiva esterna giunge in tempo reale anche quella interna. La sera stessa, sull’emittente (La7) che da allora in avanti guiderà la crociata rigorista prima e vaccinista poi, va in onda il primo di una serie di servizi dove le telecamere in sprezzo ad ogni privacy e prassi sanitaria entrano nelle terapie intensive per mostrare la sofferenza dei pazienti intubati. Di più, si lascia volutamente intendere che in quei reparti si lavora a ciclo continuo e che i posti letto disponibili sono ormai sempre più rari. Il governo è un pugile alle corde a cui va dato solo il colpo finale.
E così, come un coniglio che esce dal cilindro del prestigiatore il dì seguente dall’arsenale delle paure spunta la super arma. Un documento della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) dal titolo “Decisioni per le cure intensive in caso di sproporzione tra necessità assistenziali e risorse disponibili in caso di pandemia di covid 19”. Vi si dice in sostanza che di fronte alla drammaticità della scelta, i medici dovranno dare la precedenza nelle cure a coloro che hanno le maggiori possibilità di cavarsela. Vale a dire che il cosiddetto triage (ovvero la valutazione preventiva del paziente al fine dell’assegnazione di una priorità di trattamento), avrebbe operato al contrario: il paziente “debole” avrebbe dovuto cedere il posto a quello “forte”. Il che, in un paese che figura tra i primi al mondo come percentuale di anziani (con una o più patologie pregresse) sul totale della popolazione, equivale ad allarmare ed impaurire milioni di diretti interessati, oltre che i loro parenti.
A questo punto è doveroso porsi la domanda che i media mainstream hanno accuratamente evitato. Anche ammesso che vi fosse stata l’effettiva esigenza di redigere quello specifico documento di etica sanitaria, era proprio necessario che il suo contenuto diventasse di pubblico dominio? Dipende dalla prospettiva o meglio dall’intenzione. Se l’intento è quello di allarmare la popolazione si tratta di una mossa azzeccata, ne più e ne meno come lo sarà, di lì a poco, quella di lasciare che le ambulanze circolino a velocità ridotta ma con sirene spiegate su strade deserte. L’11 marzo entrerà in vigore il primo lockdown del mondo occidentale.
Si è dato il colpo di grazia alla sanità italiana. i tassi di assenteismo tra il personale ospedaliero sono altissimi e altrettanto accade nelle RSA dove centinaia di anziani non autosufficienti sono lasciati morire praticamente senza cure. La paura sbaraglia la prima linea, dilaga in rete e rimbalza di chat in chat tra medici ospedalieri e quelli di famiglia. E’ un coro unanime tutti a lamentare la mancanza di dispositivi di protezione e soprattutto a chiedere, prima ancora di qualsiasi provvedimento sanitario, “controlli stringenti” sugli spostamenti. Le mosche bianche che hanno ancora il coraggio di far visite domiciliari sono trattate alla stregua di crumiri.
L’immagine incriminata della CNN, quella di un morbo che irradiandosi dall’Italia avrebbe contaminato mezzo mondo va rivisitata e corretta. Non è più il virus! gli agenti patogeni destinati alla più ampia diffusione saranno da allora le nuove forme di controllo sociale, ovvero tutto ciò che comporta un attacco senza precedenti alle libertà fondamentali conquistate nel secolo breve e che nel cosiddetto mondo occidentale sembravano ormai punti sui quali non si potesse più retrocedere.
Lavoro e scuola sopravvivono da “remoto”… la lingua ha una sua dannata importanza nell’era della “resilienza”. L’Italia chiude tutto ciò che non è essenziale. Le edicole no, quelle resteranno aperte., al giornale cartaceo non si rinuncia. La libera informazione viene prima di tutto: l’industria della paura è come un altoforno e deve essere alimentata 24 ore su 24.
1 L’argomento economico, che pure è essenziale, non può chiaramente essere affrontato in questa sede. Uno dei refrain più in voga è quello che la principale vittima delle misure restrittive sia stata l’economia nel suo complesso. La verità è che lungi dall’aver patito danno alcuni settori (cd. new economy) sono stati fortemente avvantaggiati dalle misure restrittive.

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