L'endpoint di Hormuz e la Grande Guerra Energetica

Donald Trump trova il suo endpoint ad Hormuz per scatenare la Grande Guerra Energetica

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L'endpoint di Hormuz e la Grande Guerra Energetica

 

di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Come molti osservatori avevano previsto il vertice tra Iran e Stati Uniti di Islamabad mediato dai pakistani è naufragato in meno di 24 ore. Secondo alcuni, addirittura si è trattato di una strategia utile ad entrambe le parti per prendere del tempo e riorganizzarsi. Difficile trovare le prove sotto questo aspetto, ma una cosa è certa: all'annuncio del fallimento Trump ha a sua volta annunciato l'inizio di una nuova fase del conflitto che è assolutamente lecito definire estremamente pericolosa. Del resto, la necessità di un cambio di marcia era evidente dato che i bombardamenti non hanno portato a risultati concreti né in relazione alla volontà di disarticolare il regime degli Ayatollah né in relazione alla volontà di distruggere la  sua macchina bellica.

Al di là degli annunci roboanti di Trump lo stato iraniano ha infatti continuato a funzionare nonostante gli innumerevoli omicidi mirati tendenti a decapitare la sua classe dirigente e inoltre la sua macchina bellica ha continuato a lanciare missili fino all'ultimo secondo prima del cessate il fuoco. Tutto questo nonostante i generalissimi del Pentagono si sperticassero in conferenze stampa nelle quali spiegavano che l'Invincibile Armada a stelle e strisce avesse distrutto completamente la (decrepita) marina e la (vetusta) aeronautica iraniana. Senza spiegare però che il punto di forza dell'Iran non sta certamente in queste specialità ma nelle sue forze missilistiche imponenti e nelle sue città missilistiche costruite dentro le montagne e rivelatesi inespugnabili a qualsiasi bombardamento.

Al contrario i danni arrecati alle forze armate americane in Medio Oriente e a Israele sono evidenti nonostante la formidabile censura. Tutte le basi statunitensi nell'area sono state martellate da decine di missili e in buona parte sono state rese inutilizzabili per anni. Le flotte d'attacco statunitensi, inoltre, sono state tenute a centinaia di miglia dalle coste iraniane grazie alla presenza di una ingente quantità di missili antinave a lunga gittata di produzione cinese. Temo che non avremo mai conferma ufficiale delle tante voci che girano su danni causati alle navi americane sia da missili che droni iraniani, ma ad ogni buon conto gli ammiragli statunitensi hanno capito che era meglio girare alla larga dalle coste persiane.

Ma l'arma fondamentale utilizzata dall'Iran è stato il blocco dello stretto di Hormuz che ha impedito a migliaia di navi presenti nel Golfo Persico di uscire verso l'oceano indiano. Come è facile intuire la cosa ha innescato un enorme aumento dei prezzi dell'energia, sia petrolio che gas, e soprattutto – a detta degli esperti – rischiava di imporre alle economie “consumatrici nette di energia” (Europa, India ed Estremo Oriente in primis) un razionamento che sarebbe stato il bis dei lockdown pandemici. E' chiaro che una simile situazione imponeva agli statunitensi la necessità di elaborare una nuova strategia e per fare questo occorreva prendere del tempo. Cosa prontamente fatta con le trattative di Islamabad rivelatesi (almeno finora) un fiasco.

Manco rientrata a Washington la delegazione statunitense delegata alle trattative con gli iraniani ecco che Trump ha annunciato la clamorosa svolta nell'economia del conflitto. Gli USA avrebbero imposto un blocco navale ai porti iraniani, sia quelli che si affacciano sul Golfo Persico, di fatto aggiungendo a quello iraniano il proprio lucchetto allo Stretto di Hormuz; sia a quelli che si affacciano direttamente sull'oceano indiano.  

Non sappiamo ancora nulla delle modalità operative attraverso le quali verrà imposto questo blocco. Personalmente mi aspetto che gli statunitensi adottino la strategia già utilizzata nel mar dei Caraibi contro le petroliere che cariche di greggio uscivano dai porti del Venezuela chavista: l'abbordaggio delle navi e il loro dirottamento in porti controllati dagli statunitensi. Ovviamente questa volta le operazioni dovrebbero avvenire nell'oceano indiano, a distanza di sicurezza dalla gittata dei missili antinave e dei droni iraniani.

Una strategia quella statunitense che ha generato ilarità soprattutto sul web, dove molti ironizzavano sul “blocco del blocco”. Ma a guardar bene quello statunitense è un esercizio di pensiero laterale, spiazzante, che agisce sia sul piano tattico che su quello strategico.

Sul piano tattico si vuole levare direttamente all'Iran una rilevante entrata economica che dovrebbe fiaccarne la volontà di combattere. Va detto che,  a mio avviso, questa mossa sarà poco efficace avendo dimostrato gli iraniani una enorme coesione sociale e una resilienza invidiabile. Molto più interessante valutare sul piano tattico un effetto indiretto del contro-blocco americano su Hormuz: con questa mossa gli strateghi di Trump fanno vedere al mondo che gli iraniani non hanno il controllo assoluto di Hormuz; se possono vietare ai loro nemici di attraversarlo, a loro volta non possono imporre di far passare chi vogliono perché questi verranno fermati a loro volta dalla US Navy. Si tratta di una sorta di strategia alla “muoia Sansone con tutti i filistei” per usare una immagine efficace.

Ma è sul piano strategico che la mossa del contro-blocco di Hormuz fa emergere la sua rilevanza. Vediamo punto per punto:

1) Le petromonarchie del golfo, formalmente alleate degli Stati Uniti, subirebbero perdite economiche drammatiche da un perdurare della chiusura dello Stretto. Ciò apparentemente sarebbe un danno per gli USA che vedrebbe colpiti degli alleati, ma in realtà le cose sono più complesse. Ormai da anni le petromonarchie tentano di sganciarsi dagli USA sia creando proprie piattaforme finanziarie (Dubai) e tecnologiche (per esempio il NEOM progettato dai sauditi), sia stringendo rapporti con la Cina, la superpotenza emergente, con la quale i sauditi si sono spinti fino al punto di farsi pagare il petrolio da Pechino in Yuan, cosa intollerabile per Washington perchè mette a rischio l'egemonia del Petrodollaro. E' chiaro che tra i segreti inconfessabili della Casa Bianca vi sia anche quello di dare una lezione agli sceicchi. Cosa peraltro espressa coloritamente dal “folle Donaldo” con il suo ormai storico “Kiss my ass” rivolto al Principe reggente saudita bin Salman.

2) Viene data una severa lezione anche agli alleati fedeli dell'Estremo Oriente. Che saranno anche fedeli ma sono comunque opportunisti agli occhi di Washington.  Gli statunitensi sono anni che lamentano una concorrenza sleale sul piano commerciale non solo da parte giapponese e coreana ma anche da parte di Taiwan e hanno provato anche qui a raddrizzare la situazione con ogni mezzo, compresi dazi commerciali fortissimi e successivi accordi commerciali. Ma la situazione non da segni di miglioramento; la posizione finanziaria netta USA è un abisso incolmabile e paesi come quelli dell'estremo oriente hanno accumulato cifre astronomiche proprio sul piano dei conti con l'Estero. La chiusura di Hormuz per loro rappresenta un danno incommensurabile che potrebbe  causare anche il blocco della produzione. Basti dire che nel 2024 sia la Corea che il Giappone hanno acquistato gas e petrolio proveniente da Hormuz per 80 miliardi di dollari a testa (fonte: New York Times)

3) Infine la Cina che sempre nel 2024 ha acquistato gas e petrolio proveniente da Hormuz per 110 miliardi di dollari. E' chiaro che il blocco dello stretto rischia di essere un danno economico enorme anche per Pechino che rischia di veder compromessa la propria sicurezza energetica.

Quello che è sempre più evidente è che dietro la strategia apparentemente folle di Trump vi è nient'altro che la riedizione di quanto già avvenuto in Europa con il conflitto russo-ucraino: gli americani hanno fatto esplodere tutto, prima con il colpo di stato neonazista di Majdan e poi imponendo a Zelenski incessanti bombardamenti sul Donbass che hanno spinto i russi ad intervenire direttamente. Il risultato lo conosciamo tutti: sanzioni rovinose per l'Europa imposte alla Russia con relativa chiusura del ricco mercato russo alle aziende europee e blocco del flusso di materie prime a buon mercato che Mosca garantiva all'Europa. Senza contare poi che solo qualche mese fa  gli statunitensi hanno fatto la stessa cosa bloccando le petroliere in uscita dal Venezuela e di fatto strangolando il paese caraibico e prendendone così il controllo.

Nel caso venezuelano già scrissi di strategia del pitone di Trump dove peraltro sottolineavo che con la mossa caraibica Washington toglieva un importante fornitore di energia alla Cina.

Ora abbiamo il tris con il conflitto iraniano e il doppio blocco di Hormuz, solo che questa volta “l'assassinio perfetto” degli americani è contro la Cina, il Giappone, la Corea e Taiwan. Questa è la strategia dell'apparente pazzo Donald Hamlet Trump!

Una ulteriore considerazione è che non si può negare che la strategia di bloccare le vie energetiche di approvvigionamento dei concorrenti facendo deflagrare dei conflitti “locali” sia stata elaborata in maniera «Bipartisan» dalla politica USA e che sia dunque una strategia di lungo respiro. Ha proprio ragione Putin quando sostiene che con lo stato profondo USA non ci sono elezioni che tengano: possono cambiare gli atteggiamenti e il contorno ma il piano di fondo rimane quello deciso nelle segrete stanze.

Nel caso mediorientale c'è solo da comprendere se Trump si limiterà al blocco navale (a distanza) dell'Iran o se riprenderà anche i bombardamenti, e forse chissà, inizierà una invasione di terra magari con l'aiuto di qualcuno dei suoi zelanti vassalli.

Altro tema fondamentali al quale risponderà il Tempo è comprendere quale sarà la reazione della Cina al blocco delle sue navi petroliere e gassiere in uscita da Hormuz. Non si può negare che la situazione sia molto pericolosa visto che il blocco navale è comunque un atto di guerra e la Cina ne sta comunque subendo uno, sebbene indiretto. Una prima risposta interessante l'ha data ieri il portavoce del Cremlino Peskov sebbene in maniera indiretta: la Russia è pronta a fornire all'Europa l'energia che gli potrebbe servire...sempre che ne rimanga dagli altri clienti. Ed è difficile che rimanga qualcosa per l'Europa se ai cinesi viene chiuso Hormuz. In altri termini, in questa immensa guerra dell'energia la Russia ha deciso di sostenere la Cina e che l'Europa s'arrangi.

Un ultima considerazione. Il New York Times ieri ha pubblicato un articolo emblematico: “A new Era of world war has arrived”,  il mondo è entrato nell'era di una nuova guerra mondiale. Una analisi che si sofferma sul fatto che entrambi i conflitti (quello ucraino e quello iraniano) sono una arena di competizione strategica per le grandi potenze e che le mosse dell'uno hanno effetti sull'altro e viceversa. Tutte cose vere e importanti. Bisogna aggiungere però che si tratta ormai dello stesso conflitto e che l'interconnessione fondamentale è data dal controllo dei corridoi energetici. Quello che stiamo vivendo è la Grande Guerra Energetica se mi è permesso darle un nome.

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