L'Ecuador nel buio del lawfare: l'arresto di Luisa González
di Geraldina Colotti
Nelle prime ore di giovedì ventidue ottobre, un imponente blitz condotto dalle forze di sicurezza e dalla Procura Generale dell'Ecuador ha portato all'arresto di Luisa González, ex candidata presidenziale e figura apicale del movimento progressista Revolución Ciudadana. L'operazione è scattata a Canuto, nel cantone di Chone all'interno della provincia di Manabí, dove si trova la residenza della dirigente. Dopo il blitz, González è stata trasferita presso il Cuartel Modelo di Guayaquil e contro di lei è stata applicata “la misura formale della custodia cautelare in carcere”.
Tra le fila dell'opposizione e nei circoli dei diritti umani si teme apertamente un nuovo caso Jorge Glas, l'ex vicepresidente sequestrato nel duemilaventiquattro dalle forze speciali ecuadoriane con un'incursione armata dentro l'ambasciata del Messico a Quito, in palese violazione del diritto internazionale, e sottoposto a una severa carcerazione che ne ha gravemente compromesso la salute. Il pretesto giudiziario sul quale si fonda l'intera impalcatura risponde al nome di Caso Laberinto, un'inchiesta guidata dalla Procuratrice Generale Diana Salazar che ipotizza il reato di riciclaggio di proventi illeciti in relazione a presunte irregolarità contabili nel finanziamento della campagna presidenziale del duemilaventitre. Mentre l'accusa agita l'ombra di ipotetici fondi non dichiarati provenienti dall'estero, Revolución Ciudadana ha denunciato la natura pretestuosa del procedimento.
Dal movimento sottolineano come la Procura abbia costruito a tappe forzate una causa penale a partire da discrepanze amministrative già sottoposte a verifica e formalmente approvate dal Consiglio Nazionale Elettorale, trasformando un semplice rilievo contabile in un reato ad alta sicurezza per giustificare la carcerazione preventiva.
L'arresto della principale figura dell'opposizione non avviene in un vuoto politico, ma si colloca nel momento di massima vulnerabilità per il governo guidato dall'imprenditore bananeiro Daniel Noboa. L'Ecuador sta infatti attraversando una crisi multidimensionale e un disastro economico senza precedenti nella sua storia recente. Il prodotto interno lordo registra una contrazione imponente, l'inflazione sui beni di prima necessità ha eroso il potere d'acquisto delle famiglie e la povertà ha superato la soglia del trentacinque per cento a livello nazionale, toccando punte drammatiche nelle aree rurali. A questo quadro si somma il totale collasso energetico, con un regime di razionamenti elettrici che raggiunge fino a dodici ore di blackout quotidiani, fermando le catene produttive, bloccando le piccole imprese e stremando la popolazione.
Dall'altro lato si registra il netto fallimento della strategia di sicurezza basata sullo Stato d'Eccezione: la promessa militarizzazione delle strade e dei quartieri popolari nota come Plan Fénix non ha intaccato il controllo delle rotte del narcotraffico nei porti strategici del paese, come Guayaquil, trasformando l'Ecuador da secondo paese più sicuro sotto i governi Correa, in uno dei territori con il più alto tasso di omicidi dell'intera regione, pari a oltre quaranta morti violente ogni centomila abitanti.
La risposta dell'esecutivo al malcontento popolare si è tradotta in una repressione sistematica, con centinaia di arresti arbitrari durante le proteste di piazza, la militarizzazione dei territori indigeni e la criminalizzazione dei leader sindacali e comunitari. Di fronte al crollo del consenso e all'incapacità gestionale, il governo ha scelto la via della distrazione di massa e del terrore giudiziario, cercando di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dalla paralisi del paese verso la criminalizzazione della sinistra.
L'incriminazione di Luisa González si inserisce nel canone classico della Guerra Giudiziaria, il cosiddetto lawfare applicato alle forze progressiste dell'America Latina. La priorità delle élite neoliberali e dell'oligarchia agro-esportatrice è disarticolare l'ingegneria organizzativa di Revolución Ciudadana attraverso la proscrizione di fatto, togliendo di mezzo le leadership storiche e minacciando la cancellazione della personalità giuridica del partito.
L'uso dell'apparato penale come manganello politico segue una precisa continuità che ha già visto azioni eclatanti come il caso Glas e l'incriminazione del sindaco di Guayaquil Aquiles Álvarez. Col pretesto del contrasto alla criminalità o della tutela della sicurezza nazionale, l'esecutivo ricorre alla controrivoluzione preventiva: il dissenso sociale non viene più trattato come una dialettica democratica ma come una minaccia d'ordine pubblico da neutralizzare con l'esercito e la Magistratura.
Sullo sfondo di questa stretta repressiva si colloca una scadenza politica decisiva: le elezioni locali e amministrative fissate per il ventinove novembre duemilaventisei. Questo voto per il rinnovo di centinaia di sindaci e governatori provinciali include l'elezione dei membri del Consiglio di Partecipazione Cittadina e Controllo Sociale, l'organo costituzionale deputato alla nomina delle alte cariche dello Stato, tra cui la Procura Generale e i giudici elettorali. Per il governo Noboa disarmare la principale forza d'opposizione nei territori chiave è diventato un imperativo tattico.
Il campo progressista ha ripetutamente denunciato la preparazione di macroscopiche frodi elettorali orchestrate dagli organi di controllo sottomessi all'esecutivo, sottolineando come Daniel Noboa sia consapevole di non poter vincere consultazioni pulite di fronte al rifiuto della maggioranza dei cittadini e stia per questo spianando la strada alla manipolazione delle urne. Prima ancora del blitz di ottobre, le istituzioni elettorali avevano già disposto la sospensione formale del partito e rigettato i ricorsi legali dell'opposizione per iscrivere la candidatura di González alla Prefettura di Manabí. Il calendario elettorale prevedeva l'avvio ufficiale della campagna proprio a metà novembre; l'incursione della Procura ha così ridefinito l'intero quadro. Mentre in Manabí l'assenza di una candidatura diretta rischia di spiazzare la base contadina della costa, in roccaforti come Pichincha e Guayas il movimento cerca di trasformare il voto in un plebiscito di protesta contro i blackout, il carovita e la violenza statale.
La rilevanza del caso supera ampiamente i confini nazionali ed entra direttamente nella dinamica geopolitica continentale e globale, mostrando l'importanza strategica dell'Ecuador come snodo fondamentale dell'accesso sudamericano al Bacino del Pacifico e perno del controllo delle rotte marittime globali. Il governo di Daniel Noboa ha impresso una svolta strategica allineando pienamente il paese alle direttive di Washington attraverso l'adesione al cosiddetto Scudo delle Americhe, la piattaforma di cooperazione militare e di intelligence promossa dagli Stati Uniti per garantire il controllo dell'emisfero e arginare la presenza economica e infrastrutturale della Cina nella costa pacifica dell'America del Sud.
Questa totale subordinazione trova il suo perno nella riapertura delle trattative logistiche, come presso la base aerea di Taura, per consentire il ritorno delle truppe e delle installazioni militari statunitensi sul territorio ecuadoriano, aggirando di fatto i vincoli della Costituzione del duemilaotto che avevano chiuso la storica base di Manta. A dimostrazione della completa sottomissione dell'esecutivo di Quito alle strategie di destabilizzazione e ingerenza promosse dagli apparati nordamericani nella regione, il campo progressista ha inoltre denunciato la diretta complicità del regime di Noboa nel concedere l'uso e la sorveglianza dello spazio aereo ecuadoriano alle operazioni intese a facilitare il sequestro e il blocco delle rotte del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, avvenuto il 3 gennaio.
In questo contesto di riallineamento geopolitico, le reazioni all'arresto di Luisa González sono state immediate: la presidente del movimento Gabriela Rivadeneira e l'ex presidente Rafael Correa hanno denunciato la consacrazione di una vera e propria dittatura sostenuta dalla rottura dello Stato di diritto, e hanno lanciato un appello all'unità delle forze popolari. A livello internazionale si registra la ferma condanna dei movimenti della sinistra latinoamericana ed europea, che sollecitano l'intervento della Commissione Interamericana dei Diritti Umani per la concessione di misure cautelari urgenti, mentre Washington e i suoi alleati mantengono un silenzio complice sulla violazione delle garanzie democratiche a Quito.
Si aprono ora diversi scenari immediati per il futuro del paese. L'arresto potrebbe agire da catalizzatore unificante per la rabbia sociale, favorendo la convergenza tra la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador, i sindacati, gli studenti e il correismo fino allo sbocco in un nuovo sciopero nazionale. Qualora invece la pressione di piazza non dovesse rivelarsi sufficiente, l'esecutivo punterà a consolidare un modello autoritario elettorale che mantenga congelati i diritti dell'opposizione e apra la strada alle elezioni generali del duemilanoventinove in un clima di completa paralisi politica per il campo popolare. Un'ulteriore variabile sarà rappresentata dall'impatto delle sanzioni e dei pronunciamenti degli organismi internazionali, il cui peso potrebbe accentuare le spaccature interne alle stesse élite economiche spaventate dalla totale instabilità di un paese immerso nel buio, nel tracollo economico e nella repressione.


