La "trappola dell'Iran" dietro i proclami di vittoria di Trump
di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
Forse in un maldestro tentativo di manipolare i prezzi impazziti e incontrollabili del petrolio, il presidente USA Donald Trump ha più volte annunciato l’imminente fine della guerra in Iran, auto-proclamandosi vincitore. In modo analogo il premier israeliano Netanyahu si vanta dei successi militari.
Questo il tenore delle litanie che la coppia dei leader del “Mondo Libero” (tragicomica definizione di Mark Rutte), ci propina da giorni:
“L’Iran sta per arrendersi”,“La guerra sta per finire”,”La guerra è praticamente finita”, “Abbiamo colpito tutti gli obiettivi previsti”, “Siamo avanti con gli obiettivi della campagna militare”, “Abbiamo vinto”, “Abbiamo vinto pochi minuti”.
Ma forse questo l’Iran non lo sa e continua lo stesso a colpire e infliggere danni alla coalizione USA, ai suoi alleati/collaborazionisti e – preventivamente – alle forze occidentali presenti in tutta la regione.
Attacco contro base francese
E così anche questa notte è stato colpito un obiettivo militare occidentale nel Kurdistan iracheno. L’attacco è stato condotto con droni contro una base francese a Mala Qara, nella regione di Erbil, a 40Km dalla città irachena.
Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato la morte di un ufficiale, il sergente maggiore Arnaud Frion, del 7° Battaglione Cacciatori alpini di Varces.
“E’ morto per la Francia”, ha affermato solennemente il capo dell’Eliseo. È il primo soldato francese ucciso dall'inizio della guerra in Medio Oriente. E la Francia non è neanche entrata in guerra, almeno ufficialmente. Altri cinque militari francesi sono rimasti feriti.
Macron inoltre ha specificato che la presenza militare francese “rientra strettamente nel quadro della lotta al terrorismo” e che “la guerra in Iran non può giustificare tali attacchi”. Secondo la sua versione, l'attacco era diretto contro le forze antiterrorismo, schierate dal 2015 nell'ambito di una coalizione internazionale antijihadista a guida statunitense. La missione coinvolge personale militare di diversi Paesi, tra cui Italia e Francia, e ufficialmente è volta ad addestrare membri delle forze di sicurezza curde nel Kurdistan iracheno.
Le cose potrebbero complicarsi per Parigi. Venerdì mattina, quindi poche ore dopo l’attacco, il gruppo armato filo-iraniano Ashab Al-Kahf ha annunciato su Telegram di voler colpire "tutti gli interessi francesi in Iraq e nella regione" a causa del dispiegamento della portaerei francese Charles de Gaulle nel Golfo.
"Annunciamo che, a partire da stasera, tutti gli interessi francesi in Iraq e nella regione saranno sotto attacco", ha dichiarato il gruppo iracheno su Telegram, esortando i residenti a mantenersi ad almeno 500 metri di distanza da una base nel Kurdistan iracheno dove sono stanziate truppe francesi, senza tuttavia rivendicare direttamente la responsabilità di un attacco che ha causato la morte del soldato francese.
L’attacco alla base di Mala Qara quindi potrebbe essere collegato proprio all’invio della Charles de Gaulle che ha già operato nell’area nell’ambito dell’operazione Chammal, la missione francese schierata all’interno della task force Inherent Resolve, cui partecipa anche l’Italia con i soldati impegnati in “Prima Parthica”.
L’Attacco contro la base italiana
E proprio il contingente italiano, la notte precedente, è stato obiettivo di un altro attacco con droni a Camp Singara, sempre nella regione di Erbil. Fortunatamente, non ci sono state vittime né feriti perché in serata la base era stata messa in allerta e i nostri uomini hanno avuto il tempo di ripararsi nei bunker. I danni sono stati soltanto logistici.
Sul sito del ministero della Difesa si legge che la missione è stata avviata il 14 ottobre 2014 con un contributo di 1100 militare, con gli obiettivi di:
- Contribuire agli staff della coalizione;
- Attività air to air in favore degli assetti aerei della coalizione;
- Ricognizione e sorveglianza con velivoli e aerei remotizzati;
- Addestramento delle forze di sicurezza curde e irachene.
Come si può vedere, dunque, i contingenti internazionali sono state di supporto a operazioni belliche, non hanno soltanto addestrato le forze di sicurezza.
Le autorità dovrebbero chiarire se, con l’evoluzione nella regione, le nostre truppe abbiano fornito supporto logistico o attività di ricognizione agli USA non per l’operazione anti-terrorismo Inherent Resolve ma per Epic Fury, ovvero ai bombardamenti contro l’Iran.
Un Medio Oriente senza USA
Dal punto di vista iraniano, l’attacco a installazioni militari americane – come ammesso dal ministro della Difesa Crosetto la base di Camp Singara è americana – è coerente con l’obiettivo strategico di Teheran di azzerare la presenza statunitense nella regione. Inoltre, può essere intesa con un’azione dissuasiva e volta a indebolire le forze curde, designate come possibili proxy di un’operazione terrestre mirata a sirianizzare l’Iran.
I leader curdi Talabani e Barzani hanno assicurato la neutralità, ma evidentemente in guerra fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Pertanto le forze italiane, loro malgrado, diventano un obiettivo militare della coalizione sciita a guida iraniana, il cosiddetto “asse della resistenza”.
Intanto l’Italia annuncia il ritiro temporaneo di tutto il personale dalla base militare a Erbil, nel Kurdistan iracheno, in seguito all’ attacco con droni, specificando che era già stato pianificato. Appare come un provvedimento di cautela e prudenza.
USA in difficoltà?
Secondo il CENTCOM dal 28 febbraio 2026 sono stati colpiti oltre 6000 obiettivi, tra cui:
- centri di comando,
- il quartiere generale e i siti dell’intelligence dei Pasdaran,
- i sistemi di difesa aerea,
- i depositi di missili balistici e antinave,
- le fabbriche di missili balistici, missili terra-aria, munizioni e droni;
- navi e sottomarini della marina militare iraniana,
- navi per il minamento delle acque,
- infrastrutture per le comunicazioni.
Il CENTCOM si guarda bene dall’annoverare, tra gli obiettivi colpiti, scuole e ospedali, come la scuola di Minab colpita da un TOMAHAWK americano nelle prime ore dell’operazione Epic Fury, uccidendo oltre 170 civili, soprattutto bambini. Trump disconosce il colpo, arrivando ad accusare lo stesso Iran di essersi auto-bombardato. O come gli attacchi all’ospedale Gandhi di Teheran o alle sedi delle televisioni o ai centri culturali e patrimonio dell’umanità. Sono stati danneggiati dalle “bombe democratiche” della coalizione israelo-americana gioielli architettonici come la Masjed-e Jamé, il palazzo del Golestan (del roseto), il palazzo Chehel Souton (delle quaranta colonne) o il palazzo Ali Qapu.
Si guarda bene dall’ammettere i successi della rappresaglia iraniana. Le immagini satellitari tradiscono però la reticenza statunitense, mostrando i gravi danni inflitti dalle forze iraniane alle infrastrutture militari americane in Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait. Questa notte un aereo da rifornimento in volo Stratotanker è andato “perduto” e un altro KC-135 della USAF da rifornimento in volo ha subito gravi danni. I sei uomini dell’equipaggio sono morti. Le indagini per accertare le dinamiche del disastro sono ancora in corso, ma sin da subito il CENTCOM ha assicurato che l’aereo non è stato abbattuto da fuoco “ostile” o “amico.
Analogamente un incendio scoppiato a bordo della portaerei USS Gerald R. Ford, operante nell'area di guerra in Medio Oriente, ha provocato il ferimento non letale di due marinai. Il CENTCOM ha specificato che “la causa dell'incendio non è legata a operazioni di combattimento”.
Una censura militare durissima impedisce di osservare su fonti aperte e in tempo reale le conseguenze degli attacchi di rappresaglia iraniani. La repressione è stata imposta non solo in Israele, ma anche nei paesi arabi coinvolti nel conflitto. Segnale di nervosismo. Inoltre il dipartimento di Giustizia ha imposto una taglia da 10 milioni di dollari per informazioni sulla leadership iraniana. Segnale di disperazione.
A questo si deve aggiungere il blocco dello stretto di Hormuz, che sta mandando in tilt i prezzi dell’energia e di conseguenza i mercati internazionali. I funzionari del dipartimento di Stato hanno rivelato ai giornalisti di aver fatto un errore di pianificazione: non si aspettavano che l’Iran chiudesse davvero l’accesso al Golfo Persico. Trump in realtà è talmente nei guai da essere stato costretto ad allentare temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo. I MAGA sono contrari all’attacco all’Iran e ritengono che questa sia la guerra di Israele, non dell’America. I suoi consiglieri suggeriscono un ritiro dallo scenario, sostenendo di aver raggiunto tutti gli obiettivi dell’operazione.
L’Iran, a questo punto, accetterebbe un ritiro concordato? È difficile da stabilire. Teheran avrebbe rifiutato l’intermediazione di Putin e stabilito tre condizioni per dialogare: fine dei bombardamenti, sì al nucleare civile, riparazioni dei danni. Altrimenti l’obiettivo resterà quello di spazzare via l’ombra americana dall’intera regione. Costi quel che costi. La determinazione con cui continuano a infliggere danni a USA e Israele, senza il supporto di altri partner, induce a pensare che Teheran abbia ancora qualche carta da giocare.
E al di là della cinica e grossolana propaganda di Trump, l’operazione americana Epic Fury potrebbe trasformarsi in Epic Fail.

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