La Russia non vuole vincere

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Riceviamo e pubblichiamo da Saverio Werther Pechar - geografo, storico e segretario della sezione di Roma dell'AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna) - questo testo che evidenzia alcune criticità della ritirata russa da Kherson che alimentano un necessario dibattito. Vi invitiamo a leggere anche il testo di Scott Ritter e di Big Serg Thoughts pubblicati su l'AD nei giorni scorsi.

 

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di Saverio Werther Pechar

A dispetto di una comprensibile tendenza dei media indipendenti, italiani e non, a ridimensionarne la portata, non vi è dubbio che la ritirata da Cherson rappresenti una gravissima sconfitta, tanto per la Russia quanto per tutti coloro che ne sostengono nelle presenti circostanze le ragioni. L’inizio della cosiddetta Operazione Militare Speciale è stato infatti accompagnato dal consenso più o meno esplicito dei Paesi del Sud globale (nonché di determinati settori della popolazione dell’Occidente, mediaticamente e politicamente sottorappresentati ma non per questo numericamente trascurabili), che percepivano nella mossa di Putin un argine allo strapotere politico e militare statunitense ed un punto d’inizio nella transizione verso l’agognato multilateralismo. La trionfale “riconquista” ucraina del capoluogo regionale adagiato sulle rive del Dnepr, sbandierata dai media di tutto il mondo, rischia di ribaltare completamente proprio tale percezione, trasmettendo l’immagine di una debolezza militare russa che va ben al di là della realtà; il rischio è quindi che molti di questi Paesi tornino a convincersi dell’ineluttabilità della superiorità degli Stati Uniti ed abbandonino il recentemente intrapreso percorso di progressiva emancipazione dalla tutela occidentale per tornare all’ovile di Washington, con conseguenze diplomatiche, economiche e politiche che è facile immaginare. Si noti, en passant, che il sostanziale abbandono al suo destino di un antichissimo alleato come l’Armenia (momentaneamente salvata dalla brame azere solo dal provvidenziale intervento dell’Iran) abbia già provocato la crisi probabilmente irreversibile di un architrave della sicurezza collettiva regionale come la CSTO, mentre il continuo appeasement nei confronti della Turchia, sebbene foriero di piccoli vantaggi tattici immediati, potrebbe nel medio-lungo periodo compromettere gli interessi russi in aree strategiche quali la Siria, la Libia e l’intera Asia centrale: non va infatti mai dimenticato che il principale sponsor del progetto panturanico 2.0 di Erdogan (di cui sono plastica espressione i Lupi Grigi, che combattono in Ucraina per il regime di Zelenskij) è da sempre il Regno Unito. 

Naturalmente è fuori discussione che, dal punto di vista strettamente militare, vi siano molte buone ragioni alla base dell’abbandono di Cherson: la difesa di una testa di ponte di dimensioni ridotte contro un avversario numericamente preponderante ed un ampio fiume alle spalle è da sempre l’incubo di ogni stratega, ed il suo mantenimento avrebbe comportato un numero di perdite piuttosto elevato (per quanto molto inferiore a quello che sarebbe stato inflitto ad un esercito ucraino che si è ostinato per mesi a lanciare insensati attacchi frontali anziché porre in atto una manovra di aggiramento che da Zaporož’e tentasse di raggiungere il mare, chiudendo così in una sacca l’intero contingente russo stanziato sulla riva destra del Dnepr). Al momento di soppesare i pro ed i contro di tale decisione, tuttavia, non si può prescindere dal considerarne anche l’aspetto politico: la città è stata formalmente inglobata nella Federazione Russa lo scorso 3 ottobre, nonostante già all’inizio del mese di settembre, a detta di molti commentatori, il Comando avesse preso la decisione di abbandonarla in quanto indifendibile; l’avvenuta annessione vincola perciò le forze armate di Mosca alla sua riconquista (sarebbe difatti impensabile lasciare una parte del territorio nazionale nelle mani del nemico), che nelle circostanze attuali, stante l’impossibilità logistica di ripassare il fiume di fronte ad un avversario perfettamente schierato (specie dopo aver fatto saltare i tutti i ponti), potrebbe avvenire unicamente per mezzo di un gigantesco aggiramento strategico lungo la direttrice Char’kov-Dnepropetrovsk-Krivoj Rog-Nikolaev (quando non addirittura più a nord, come sostengono alcuni analisti). Inutile sottolineare che una campagna di tale estensione provocherebbe un numero di perdite superiore di almeno un ordine di grandezza a quelle che si è voluto evitare tramite la ritirata. Quindi, delle due l’una: o Cherson era realmente impossibile da controllare, nel qual caso annetterla ha costituito un grave errore politico; oppure non lo era, nel qual caso abbandonarla ha costituito un grave errore militare, niente affatto attenuato dal presunto ridispiegamento delle forze ivi stanziate su altri teatri: dato che sul fronte in oggetto si contrapponevano 30.000 soldati russi e 80.000 ucraini, risulta difatti immediatamente evidente che, al netto delle truppe lasciate a presidio della riva destra del fiume, sia invece l’esercito di Kiev a poter ora disporre di circa 50.000 uomini in più, uomini che secondo le ultime informazioni hanno iniziato a schierarsi proprio nella critica area di Zaporož’e, in vista di una prossima offensiva in direzione di Melitopol’ e del Mar Nero.

E qui si giunge alla questione principale: la Russia è veramente debole come appare? O la sua apparente debolezza è in realtà il frutto di una scelta deliberata? Per rispondere a tale interrogativo risulta indispensabile riassumere rapidamente l’andamento delle operazioni militari sino al momento attuale, concentrandosi su alcuni punti principali che verranno di seguito elencati: 

1) all’inizio delle ostilità le forze armate della Federazione hanno messo in campo solamente 160.000 uomini, intraprendendo dunque una serie di operazioni offensive in situazione di crescente inferiorità numerica contro un avversario che, potendo disporre già in partenza di 250.000 soldati, ha immediatamente lanciato una serie di ondate di mobilitazione che gli hanno consentito alla fine dell’estate di godere di una preponderanza assoluta in termini quantitativi: all’inizio della controffensiva su Izjum il rapporto tra truppe ucraine e russe era addirittura di 8:1, con conseguenze che non hanno tardato a manifestarsi sul campo di battaglia. Per far fronte a tale situazione, Mosca non ha trovato di meglio che effettuare una tardiva mobilitazione parziale, richiamando alle armi poco più di 300.000 riservisti (su un bacino potenziale di circa 25 milioni), i quali, stanti le esigenze di addestramento, non hanno avuto il tempo materiale di impedire né la caduta di Krasnij Liman né quella di Cherson, mentre l’inferiorità numerica permane. 

2) Sin dal primo giorno del conflitto i Paesi della NATO hanno iniziato a riversare in Ucraina enormi quantitativi di armi, convogliate nell’aeroporto polacco di Rzeszów e da lì trasportate fino alla linea del fronte in treno. Alla Russia sarebbe stato sufficiente impiegare una frazione infinitesimale del suo sterminato arsenale missilistico per far saltare in aria i pochi ponti e tunnel strategici necessari a paralizzare l’intero traffico ferroviario lungo la direttrice est-ovest del Paese ed interrompere così quasi completamente l’afflusso di rifornimenti al nemico, ma non ha mai mosso un dito in questa direzione. La motivazione di una condotta apparentemente tanto assurda è stata recentemente rivelata da Pepe Escobar: attraverso le strade ferrate ucraine transitano tutte le residue esportazioni di materie prime russe verso l’Occidente (in quanto opportunamente non soggette a sanzioni), cosicché non si ritiene vantaggioso distruggerle. In altre parole, Mosca sacrifica cinicamente la vita dei propri soldati per continuare a fare affari con l’Europa e gli Stati Uniti (constatazione che pone alla ribalta il sempre trascurato tema dei numerosi elementi di continuità ravvisabili tra la presidenza di El’cin e quella di Putin).

3) Gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine, iniziati a grande scala lo scorso 10 ottobre, sono riusciti a mettere rapidamente fuori uso numerose sottostazioni elettriche da 330 kV, ma hanno altresì evitato accuratamente di colpire le installazioni da 750 kV, la cui distruzione provocherebbe immediatamente il blackout totale e la conseguente paralisi del Paese; in ogni caso, essi sono stati sospesi proprio nel momento in cui, a detta di tutti i principali esperti, sarebbero state sufficienti ulteriori 24-48 ore di bombardamenti per raggiungere l’identico risultato. Anche in questo caso, rimane netta l’impressione che si sia voluto a tutti i costi evitare di mettere in ginocchio l’avversario (i recentissimi sviluppi missilistici non sembrano contraddire tale affermazione).

4) In nove mesi di guerra la Russia ha dovuto trangugiare, nell’ordine: l’affondamento del Moskva, nave ammiraglia della flotta del Mar Nero; l’attentato terroristico costato la vita a Dar’ja Dugina; il sabotaggio del North Stream; la parziale distruzione del ponte di Crimea; l’attacco alla base navale di Sebastopoli (gli ultimi due resi possibili dai famigerati “corridoi del grano”, realizzati ad esclusivo vantaggio dell’Ucraina, della Turchia e dell’Occidente), senza contare le decine di membri delle amministrazioni di Donec’k, Lugansk, Zaporož’e e Cherson assassinati dai sicari dell’SBU sotto la supervisione di CIA e MI6. In tutte le occasioni citate, Mosca ha sostanzialmente porto l’altra guancia, proferendo tutt’al più vuote minacce di ritorsioni che hanno ulteriormente contribuito a minarne la credibilità, in primis di fronte ad un nemico galvanizzato dall’impunità di cui continua a godere.

5) Se si tengono a mente gli obiettivi proclamati della cosiddetta Operazione Militare Speciale, vale a dire la smilitarizzazione e denazificazione del regime di Kiev e la protezione della popolazione civile di etnia russa residente nelle province orientali del Paese, la situazione attuale assume caratteristiche addirittura imbarazzanti: l’Ucraina si è trasformata nello Stato più militarizzato del mondo, all’interno del quale la NATO può sperimentare tutte le più moderne tecnologie belliche “in corpore vili”, ovvero sulla pelle dei soldati russi; grazie alle artiglierie gentilmente fornite dall’Occidente tutto, la popolazione civile del Donbass è martoriata in misura addirittura maggiore di quanto non fosse già stata negli ultimi otto anni, anche perché a nove mesi dall’inizio dell’ostilità Avdeevka (la località da cui partono i bombardamenti più sanguinosi ai danni degli abitanti della città di Donec’k) è ancora saldamente in mano ucraina; sulla denazificazione sarebbe forse meglio stendere un pietoso velo, ove si consideri che i comandanti del tristemente noto Battaglione Azov catturati a Mariupol’, anziché essere processati per crimini di guerra, sono stati tranquillamente scarcerati e spediti in Turchia ed Arabia Saudita, dietro il solenne impegno da parte di queste ultime a non rilasciarli sino al termine delle ostilità (e tutti sanno quanto possa valere la parola di un Erdogan o di un bin Salman). Inutile aggiungere che dalla parte avversa le esecuzioni sommarie di presunti collaborazionisti nei territori “liberati” proseguono a spron battuto, con il seguito di immagini raccapriccianti già osservato a Bu?a, Kupjansk e in svariati altri luoghi (e che i media nostrani continuano senza ritegno a spacciare per “crimini russi”).

In conclusione, appare evidente come la strategia militare russa sia completamente subordinata a considerazioni politiche volte alla ricerca ad ogni costo di un compromesso con le potenze anglosassoni (costituendo il resto del cosiddetto Occidente collettivo nient’altro che un conglomerato di utili idioti al servizio delle stesse): la tempistica oltremodo sospetta del ritiro da Cherson, avvenuto proprio il giorno successivo alle elezioni statunitensi di midterm, così come i recenti colloqui tra esponenti di spicco delle amministrazioni di Mosca e di Washington, vanno probabilmente letti in quest’ottica, mentre da più parti si vocifera di una sorta di “Minsk III” in preparazione. Qualora la Russia decidesse di proseguire su questa strada, continuando a tarpare le ali alle proprie forze armate ed impedendo loro di portare vittoriosamente a termine un conflitto che, qualora fosse stato combattuto seriamente, sarebbe potuto durare meno di un mese, essa andrebbe ancora una volta incontro a delusioni cocenti, poiché è ben noto che gli anglosassoni sono strutturalmente incapaci di rispettare qualsiasi tipo di accordo.

 
 

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