La dottrina Donroe e il Venezuela che resiste

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La dottrina Donroe e il Venezuela che resiste


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

L’esposizione del presidente Nicolas Maduro Moros per le strade di New York, come un trofeo di guerra, segna la fine dell’Occidente come lo conosciamo. Ovvero con il suo paravento di valori e principi che davano fondamento ad ogni pretesa di supremazia morale: prima di tutto, la presunzione di innocenza, che sta alla base di ogni stato di diritto, poi il rispetto della dignità umana.  

Quell’Occidente di cui Vecchioni celebrava il suprematismo (solo noi abbiamo Dante, Spinoza, Kant e Marx) getta alle ortiche il suo umanesimo e torna indietro a un paio di millenni fa, a Vercingetorige. Bentornata barbarie.

Dall’Occidente all’Emisfero Occidentale

Questa valutazione morale scaturisce da un cambio di paradigma che il 3 gennaio 2026 è stato finalmente svelato, senza nessuna ipocrisia: è finita l’epoca della forza del diritto, si torna al diritto della forza. Lo chiamano realismo.

L’amministrazione Trump ha semplicemente abolito il diritto internazionale, come spiega schiettamente il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller (marito di Katie Mille, la protagonista del controverso tweet sulla Groenlandia stelle e strisce):

“Non viviamo in un mondo di slogan o di convenevoli internazionali; viviamo nel mondo reale. Il mondo reale è governato dalla forza, dal potere e dall'autorità. Queste sono le leggi ferree di come funziona il mondo”.

In virtù alla potenza, gli Stati Uniti non solo si arrogano il governo de facto del Venezuela ma definiscono legittime, anzi, naturali le loro rivendicazioni dell’intero l’emisfero occidentale. Washington sospende la sovranità di tutti i paesi del continente americano, dall’Artide all’Antartide.

L’attacco al Venezuela e il rapimento di Maduro segnano l’ingresso ufficiale nell’era Donroe, il trionfo della dottrina Monroe rivisitata da Trump. Dalla Groenlandia, alla Terra del Fuego, ogni risorsa del continente sarà sotto il controllo di Washington o comunque sottratta alla disponibilità delle potenze rivali. Il messaggio è rivolto più alla Cina che alla Russia.

Gli Stati Uniti reclamano un diritto naturale sul petrolio del Venezuela. In questi giorni, Trump ha più volte ripetuto che Caracas ha rubato il petrolio agli Stati Uniti d’America.

 “Abbiamo costruito l’industria petrolifera venezuelana con il talento americano, il regime socialista ce l’ha rubata con la forza”. Le grandi industrie petrolifere statunitensi, le migliori al mondo, sono pronte a tornare sul territorio venezuelano, riparare i siti danneggiati e “iniziare a fare soldi” per il Paese. Anche il suo vice JD Vance ha dichiarato: il petrolio rubato deve essere restituito agli Stati Uniti.

Secondo la dottrina Donroe, gli idrocarburi, i metalli preziosi, le terre rare, i minerali come il litio e il rame, le riserve di acqua, tutto ciò appartiene agli Stati Uniti, perché grazie alla loro superiorità tecnologica e di investimento, sono in grado di poterli sfruttare meglio di chiunque altro. La capacità di fare soldi dell’industria statunitense conferisce a Trump la legittimità a rivendicarne il diritto esclusivo di utilizzo. Allo stesso modo, Washington potrà colpire ovunque, per salvaguardare la propria sicurezza nazionale: in Messico contro il narcotraffico come in Groenlandia.

Tutto ciò nel silenzio attonito degli alleati europei che farfugliano giustificazioni, mentre prendono coscienza di non essere più l’Occidente.


Il Venezuela non si arrende

Qualcosa è andato storto nei piani di Donald.

Lunedì Maduro si è presentato al processo come presidente e prigioniero di guerra e dichiarandosi innocente. In base a quanto riporta il New York Times, i procuratori hanno ritirato le accuse riguardanti il Cartel de los Soles. Per una semplice ragione: l’organizzazione non esiste.

È apparso sereno quando le telecamere lo hanno mostrato in pubblico. Con il volto disteso, i pollici alzati a indicare che stava bene, gli auguri di buon anno al suo carceriere. Un’icona di dignità.

Come il sequestro e l’umiliazione non hanno piegato Maduro, la Repubblica Bolivariana ha resistito all’attacco militare e alla decapitazione del vertice politico. Una brutta sorpresa per Trump: il regime change è fallito.

Il rapimento di Maduro non ha provocato nessuna presa di potere violenta. Né dell’opposizione, né dei militari. Nessuna folla ha saccheggiato il palazzo presidenziale di Miraflores. Nessuna quinta colonna ha marciato a Caracas. Chi si aspettava scene di violenza brutale, come quelle di Damasco nel dicembre 2024 o Kiev nel 2014, sarà rimasto deluso. La rivoluzione bolivariana ha mostrato di essere tutt’altro che agonizzante, ma vitale e resistente.

Poco prima della sua conferenza stampa a Mar-a-Lago, durante il consiglio di Difesa della Nazione, la vicepresidente esecutiva Delcy Rodriguez si è rivolta al popolo, davanti alle principali cariche dello stato, proclamando Nicolas Maduro unico presidente del Venezuela. Subito dopo, l’organo preposto – la Corte Suprema di Giustizia, le ha assegnato l’incarico di presidente facente funzione.

Tutto ciò ha messo in serie difficoltà davanti ai giornalisti sia Donald Trump sia il segretario di Stato Marco Rubio, costretti a mollare pubblicamente la “leader dell’opposizione” Corina Machado e a riconoscere l’autorità di Delcy Rodriguez.

In base a un report classificato della CIA, menzionato oggi da Reuters, i membri del governo di Maduro sono nella posizione più adatta per mantenere la stabilità nel Paese. Il rapporto vede in Delcy Rodriguez una figura chiave.

Trump afferma che saranno gli Stati Uniti a governare direttamente il Venezuela, ma sarà con lei che dovranno trattare una eventuale transizione o accordo per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Washington vuole l’accesso totale, ma Delcy ha messo in chiaro le rivendicazioni del Venezuela: indipendenza, sovranità, liberazione del presidente Nicolas Maduro e della moglie, risorse venezuelane ai venezuelani.

Durante il giuramento di ieri come presidente vicaria si è appellata a Bolivar e Chavez chiamando all’unità nazionale di tutti i settori per superare questo momento e garantire la pace e la stabilità sociale.

Insomma, il Venezuela di Delcy Rodriguez finora sta mostrando l’inattualità della dottrina Monroe (o Donroe). La legge della forza non è sufficiente a sospendere la sovranità di uno stato indipendente e libero. Una lezione per i Paesi europei.


Le bugie dei media e la disperazione della Machado

Il fallimento del regime change è la dimostrazione plastica che il Venezuela non è un regime e Maduro non è un dittatore. Il potere bolivariano non è detenuto da un solo uomo ma articolato in una pluralità di organi e istituzioni che trovano fondamento in un solido consenso in tutti i settori: popolare, militare, di polizia, etc.

Kaja Kallas potrà continuare a non riconoscere Maduro come legittimo presidente, ma il report della CIA sbugiarda plasticamente sia i leader europei che l’opposizione venezuelana e i leader europei.

Lo stesso Marco Rubio non è in grado di affermare quando avverrà la transizione né indicare un periodo per nuove elezioni. La ragione è semplice: non è lui a decidere.

Ne esce malconcia Corina Machado, la leader dell’opposizione proclamata dai governi europei, in particolare da Giorgia Meloni. Trump è un realista e realisticamente è costretto ad ammettere che la Machado non è “abbastanza rispettata” all’interno del Paese.

“Non credo abbia il sostegno popolare che dovrebbe avere”, ha detto il capo della Casa Bianca al New York Post.

Le dichiarazioni hanno letteralmente spento l’entusiasmo di Corina Machado che adesso si dice disposta a regalare il suo premio nobel a Trump pur di prendere il posto di Maduro.

Insomma, si scopre che secondo i nostri media avevano vinto le elezioni del 2024, a cui Maduro avrebbe usurpato la vittoria con i brogli, in realtà sono talmente prive di consenso da non poter neanche segnare un rigore a porta vuota. Non si governa un Paese come il Venezuela con il nobel per la pace e con la propaganda data in pasto all’opinione pubblica italiana.

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