La débâcle militare e la resa dei conti interni: cosa accadrà ora a Kiev?

La débâcle militare e la resa dei conti interni: cosa accadrà ora a Kiev?

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Di Giacomo Gabellini

 

All’inizio di novembre, il generale Valerij Zalužny, comandante in capo dell’esercito ucraino, ha scritto un articolo pubblicato sull’«Economist», arricchito da un’intervista rilasciata sempre alla nota rivista britannica.

Dal quadro dipinto dal generale, emerge con chiarezza cristallina che la controffensiva avviata nella tarda primavera di quest’anno dalle forze armate ucraine non ha raggiunto alcuno degli obiettivi perseguiti dal governo di Kiev e dai suoi sponsor occidentali. Secondo Zalužny, il conflitto «si sta muovendo ora verso una nuova fase: quella che noi militari chiamiamo guerra “di posizione”, di combattimento statico e logoramento sulla falsariga della Prima Guerra Mondiale, in contrasto con la guerra “di manovra” di movimento e velocità».

A suo avviso, le forze in campo si sono arenate in una situazione di stallo che non lascerebbe spazio ad alcuna svolta significativa della guerra, poiché la parità tecnologica – tipica dei conflitti simmetrici che l’Occidente si è ormai disabituato ad affrontare – che caratterizza i due schieramenti impedisce alle truppe di sfondare le linee difensive del nemico. Ne consegue che, in assenza di un concreto avanzamento qualitativo ma anche quantitativo di una parte sull’altra dal punto di vista delle capacità militari e di intelligence,  il conflitto è destinato a languire nella condizione in cui si trova allo stato attuale.

Per Zalužny, il superamento della guerra di posizione passa necessariamente per l’ottenimento «della superiorità aerea che consenta alle forze di terra di penetrare in profondità nei campi minati; di una maggiore efficacia del fuoco di controbatteria; di accresciute capacità in materia di guerra elettronica, oltre che dalla possibilità di formare e addestrare unità di riserva in numero adeguato», attualmente compromessa dalle diserzioni di massa che si registrano ormai da molti mesi. Il generale chiarisce che «le armi di base, come missili e proiettili, rimangono essenziali. Ma le forze armate ucraine necessitano di capacità e tecnologie fondamentali per uscire da questo tipo di guerra, la principale delle quali è la potenza aerea. Il controllo dei cieli è essenziale per le operazioni di terra su larga scala».

Senza dimenticare le apparecchiature per il disturbo delle comunicazioni e dei segnali di navigazione del nemico, in quanto la guerra elettronica rappresenta «la chiave per la vittoria in una guerra come questa, caratterizzata dall’impiego di un numero particolarmente elevato di droni. La Russia ha modernizzato le sue forze armate negli ultimi dieci anni […], e in questo campo ci supera. Abbiamo anche bisogno di una maggiore assistenza nel campo dell’intelligence da parte dei nostri alleati, a partire dai dati trasmessi da risorse che raccolgono informazioni sui segnali, e di linee di produzione ampliate per i nostri sistemi guerra elettronica anti-drone sia in Ucraina che all’estero».

In altri termini, Zalužny sembra sostenere che l’appoggio della Nato ha posto l’Ucraina nelle condizioni di reggere provvisoriamente l’urto russo, ma non di volgere il conflitto a proprio favore. Del resto, come sottolineato dallo stesso generale, i Paesi occidentali «non sono obbligati a darci nulla, e noi siamo grati per quello che abbiamo ricevuto, sto semplicemente enunciando i fatti». Il messaggio di fondo, però, rimane difficilmente equivocabile: l’inerzia del conflitto volgerebbe inesorabilmente a favore della Russia qualora la Nato non si impegnasse a colmare con un notevole sforzo aggiuntivo le numerose lacune segnalate da Zalužny. Lacune che arricchiscono di ulteriori dettagli il quadro a tinte fosche che era stato tratteggiato dal «Time» qualche giorno prima che il generale rivelasse le proprie convinzioni all’«Economist», in quella che si configura indubbiamente come la valutazione più severa formulata sino ad ora da un membro verticistico della classe dirigente ucraina in merito alla situazione sul campo di battaglia.

Secondo la ricostruzione realizzata dal «Time» sulla base di confidenze rese da alcuni alti funzionari di Kiev, le forze armate ucraine stanno accusando enormi perdite senza riuscire a conseguire alcun obiettivo militare di rilievo. Il numero dei caduti sarebbe così alto, sostiene un anonimo stretto collaboratore di Zelens’kyj, che «anche se gli Stati Uniti e i loro alleati consegnassero tutte le armi promesse, non disporremmo comunque degli uomini per usarle». E ancora: «in alcuni rami dell’esercito, la carenza di personale è diventata ancora più grave del deficit di armi e munizioni», mente alcuni comandanti rifiuterebbero addirittura di eseguire gli ordini di avanzare impartiti dai loro superiori e, chi si trova nelle condizioni opportune, «ruba come se non ci fosse un domani».

Le fonti sentite dalla rivista statunitense affermano inoltre che il presidente Volodymyr Zelens’kyj si ostina a rifiutare di prendere in considerazione qualsiasi proposta relativa all’avvio di negoziati con Mosca perché crede fermamente – anche se in una condizione di totale isolamento – in una vittoria militare sul campo di battaglia. La sua fiducia, scrive il «Time» sempre sulla base delle confidenze rese dalle fonti ucraine vicine al governo di Kiev, si è «rafforzata in una forma che preoccupa alcuni dei suoi consiglieri» per il carattere “messianico” che sta assumendo, a dispetto dei pesanti rovesci subiti dall’esercito ucraino e del conclamato dissolvimento del sostegno da parte del cosiddetto “Occidente collettivo”, certificato dalle recenti prese di posizione del Congresso che conformemente alle indicazioni dell’ala trumpiana interna al Partito Repubblicano ha imposto il taglio dello stanziamento pari a 6 miliardi di dollari destinato a Kiev come condizione vincolante per evitare lo shutdown federale. Nella stessa direzione si muovono le indiscrezioni riportate dalla «Nbc», secondo cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea avrebbero esercitato pressioni congiunte sul governo di Kiev affinché intavoli trattative con Mosca, nonostante l’Ucraina versi in una posizione di pesante svantaggio dovuta al fallimento sostanziale della controffensiva e all’occupazione del 20% circa del territorio nazionale da parte delle forze russe. Stephen Bryen, già alto funzionario sotto l’amministrazione Reagan ed esperto di cyber-terrorismo e tecnologie militari di caratura mondiale, è andato addirittura oltre; a suo avviso, «mercoledì 15 novembre è lo Z-Day della guerra in Ucraina. Il capo della Cia William Burns ha deciso di recarsi a Kiev per tenere incontri urgenti e segreti con Zelens’kyj. Vale la pena chiedersi come mai Burns sia andato in missione urgente in Ucraina. La risposta è che l’Ucraina sta implodendo. Il crollo del regime di Zelens’kyj non sorprende: l’Ucraina ha subito troppe vittime per sopravvivere ancora a lungo. O l’Ucraina riuscirà a trovare un modo per raggiungere un accordo con la Russia, oppure dovrà affrontare una ribellione interna». Nello specifico, spiega Bryen, «l’Ucraina ha ricostruito tre eserciti e la maggior parte dell’attuale forza militare è composta da uomini anziani, alcune donne e ragazzi privi di addestramento. Sono destinati a diventare corpi utili a riempire le tane delle volpi. La stessa Russia non ha particolare fretta. La strategia russa consiste nel dissanguare le forze armate ucraine e creare una crisi politica a Kiev. Lo sforzo russo è in anticipo rispetto al programma, il che ha sorpreso tanto Mosca quanto Washington».

Con la recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, poi, il tema del sostegno all’Ucraina è stato sopravanzato nella gerarchia delle priorità perseguite dalla classe politica statunitense sia da quello relativo alla concessione – anche a costo di suscitare una sorta di ammutinamento in seno al Dipartimento di Stato – di pieno e incondizionato sostegno allo Stato ebraico, sia da quello inerente il potenziamento delle operazioni di contrasto all’immigrazione illegale che penetra attraverso la porosa frontiera con il Messico. Sullo sfondo, per di più, continua ad aleggiare la cruciale questione legata al supporto a Taiwan.

L’amministrazione Biden, dal canto suo, ha cercato di limitare i danni, sottoponendo al Congresso un piano di sostegno “collettivo” da 106 miliardi di dollari, comprensivo di stanziamenti per 14,3 miliardi di dollari a Israele, per 61,4 miliardi all’Ucraina, per 13,6 miliardi alla “protezione dei confini” e per 10 miliardi alla “assistenza umanitaria” in svariati Paesi del mondo. Senonché, come riportato dal «Washington Post», «molti congressisti repubblicani hanno annunciato che si opporranno agli sforzi profusi dall’amministrazione Biden per collegare gli aiuti destinati a Ucraina e Israele. Gli Stati Uniti hanno già speso oltre 60 miliardi di dollari per l’Ucraina, e una quota crescente di legislatori repubblicani, incoraggiati da Trump, hanno iniziato a chiedere che gli alleati europei paghino una quota molto maggiore del conto». L’input è stato puntualmente raccolto da Mike Johnson, esponente di punta dell’ala trumpiana che in qualità di neoeletto speaker della Camera ha posto come condizione vincolante per l’approvazione da parte della maggioranza dei Rappresentanti il sezionamento del piano di sostegno unificato predisposto dall’amministrazione Biden, così da assicurare al Congresso la possibilità di votare il sostegno a Israele separatamente dalle altre questioni.

La mancata approvazione del piano di sostegno predisposto dall’amministrazione Biden produrrebbe «gravi conseguenze», ha dichiarato il consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan, secondo cui «ogni settimana che passa, la nostra capacità di finanziare completamente ciò che riteniamo necessario per permettere all’Ucraina di difendere il suo territorio e fare progressi sul campo si riduce costantemente. Per noi, la finestra si sta chiudendo». Si tratta di un segnale assai inquietante per Kiev, dal momento che, stando ai dati forniti dal portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale John Kirby lo scorso 8 novembre, il governo avrebbe giù speso il 96% circa dei fondi stanziati per tutte le aree di sostegno all’Ucraina, comprese le forniture di armi.

Dinnanzi all’Ucraina si stagliano quindi prospettive piuttosto fosche, anche per effetto degli scricchiolii che si avvertono all’interno dell’apparato dirigenziale ucraino. Le esternazioni di Zalužny all’«Economist» hanno suscitato l’ira di Zelensky, che le ha definite come funzionali alla propaganda russa e che, stando ad alcune indiscrezioni, avrebbero indotto il Ministero della Difesa a predisporre la rimozione del generale dall’incarico di comandante in capo delle forze armate. Le autorità di Kiev hanno fornito una secca smentita, mentre il maggiore Gennadij ?astiakov, fidato assistente di Zalužny, cadeva vittima di uno strano incidente che potrebbe verosimilmente risultare contestuale a un vero e proprio regolamento di conti interno ai vertici dello Stato ucraino. È questa l’opinione di Bryen, a detta del quale «a Kiev è scoppiata una guerra interna tra la cerchia di Zelens’kyj e la leadership dell’esercito ucraino. Come ha chiarito il generale Valerij Zalužny, la guerra in Ucraina necessita di un cessate il fuoco, che offrirebbe una finestra temporale da impiegare per ricostituire l’esercito e ottenere nuove armi che non sono ancora presenti negli arsenali statunitensi ed europei. Zelens’kyj, tuttavia, si oppone a qualsiasi interruzione dei combattimenti ed esige che il suo esercito mantenga ad ogni costo territori chiave come Avdiivka e riconquisti città importanti, tra cui Bakhmut». In tale scenario, spiega Bryen, l’eliminazione di ?astiakov si configurerebbe come la fase preliminare di un programma di “pulizia” pianificato sotto la supervisione di Zelens’kyj, implicante «l’arresto e l’epurazione del comandate in capo delle forze armate ucraine Valerij Zalužny assieme a tre generali legati a lui. Si tratta del comandante delle forze congiunte Sergeij Naev, del comandante del gruppo operativo-strategico Tavria Alexander Tarnavsky e del comandante delle forze mediche Tatyana Ostaš?enko».

È nel bel mezzo di questo marasma che è maturata la “riemersione” di un personaggio a dir poco controverso come Olek­seij Arestovy?, ex consigliere di Zelensky con trascorsi presso l’esercito e l’intelligence che già nel 2019 aveva pronosticato che  «al 99,9%, il prezzo che saremo chiamati a pagare per conquistare l’ingresso nella Nato sarà una guerra con la Russia. Se non riuscissi­mo ad entrare nell’Alleanza Atlantica, verremmo assorbiti dalla Rus­sia nell’arco di 10-12 anni. Il conflitto scoppierà tra il 2020 e il 2022, ma nel condurlo beneficeremo dell’attivo sostegno dell’Occidente, sotto forma armi, attrezzature, assistenza e nuove sanzioni contro la Rus­sia. Potremmo anche ottenere l’introduzione di un contingente Nato e l’imposizione di una no-fly zone».

Riguardo allo svolgimento delle operazioni militari, Arestovy? riteneva che si sarebbero dispiegate con «l’invasione da parte delle quattro armate russe che stazionano ai nostri confini, l’assedio di Kiev, il tentativo di accerchiare le truppe schierate nella zona in cui è attiva l’operazione anti-terrorismo nel Donbass, lo sfondamento dell’istmo di Perekop in Crimea, l’avanzamento verso il bacino idrico di Kakhovka per rifornire di acqua la Crimea». Sarebbero poi seguite «un’offensiva dal territorio della Bielorussia la creazione di nuove repubbliche popolari, attività di sabotaggio, raid contro le infrastrutture critiche e così via». Un vaticinio, quello formulato dall’ex consigliere di Zelensky, che si è poi realizzato in larga parte. 

Figura di indubbia intelligenza apparentemente destinata a ricoprire incarichi di rilievo nei futuri governi ucraini, Arestovy? è caduto in disgrazia nel gennaio del 2023, ufficialmente per via delle sue pubbliche dichiarazioni in cui si riconduceva la distruzione di un caseggiato presso Dnipro e la morte di una quarantina di cittadini ucraini che lo abitavano a un proiettile russo finito fuori bersaglio perché intercettato dalla contraerea ucraina, e non a un attacco missilistico russo deliberatamente indirizzato contro l’edificio.

Prevedibilmente, le esternazioni di Arestovy? suscitarono grande indignazione in tutto il Paese, costringendolo alle dimissioni e ridefinendo così i rapporti di forza in seno agli apparati di potere di Kiev a favore della corrente incline a proseguire la guerra a oltranza. E a scapito della fazione anelante a raggiungere una soluzione di compromesso con la Russia, di cui Arestovy? rappresenta a tutt’oggi il più autorevole esponente. Lo si ricava dal contenuto di una intervista rilasciata all’«Economist» nell’agosto del 2022, ma anche e soprattutto dalle forti critiche rivolte al comportamento ingannevole tenuto dai Paesi occidentali nei confronti della Federazione Russa. Nonché dalle sue reiterate invocazioni all’avvio di una trattativa con il Cremlino, formulate nella convinzione che quella diplomatica rappresenti la via migliore per porre fine al conflitto in maniera accettabile, anche qualora dovesse comportare la rinuncia agli oblast’ attualmente sotto controllo russo come contropartita per il placet di Mosca all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Una proposta alquanto irrealistica, visto che la “neutralizzazione” dell’Ucraina costituisce uno degli obiettivi irrinunciabili annunciati da Putin il 24 febbraio 2022, ma che Arestovy? ha inteso avanzare per ufficializzare la propria candidatura a presidente dell’Ucraina, nonostante la legge marziale attualmente in vigore renda quantomeno improbabile il regolare svolgimento delle elezioni, previste per il prossimo marzo.

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