La crisi della "politica zero Covid" cinese: un confronto con l'Italia (e in generale l'occidente collettivo)

La crisi della "politica zero Covid" cinese: un confronto con l'Italia (e in generale l'occidente collettivo)

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di Leonardo Sinigaglia 


Il semplice fatto che gli stessi figuri che gioirono per i lavoratori sgomberati a colpi di idrante a Trieste e che si impegnarono nella sistematica censura di ogni manifestazione critica rispetto alla gestione pandemica in Italia siano ora impegnati nell’esaltare le proteste cinesi come “lotte per la libertà” e dare risonanza mediatica anche ad assembramenti di poche dozzine di persone avvenuti letteralmente dall’altra parte del mondo dovrebbe essere già un campanello d’allarme. Perché se si vuole comprendere veramente che cosa sta avvenendo in questi giorni in Cina non si può non tenere conto di questo fatto: una certa chiave di lettura proposta ora da media e personaggi pubblici è quantomeno strumentale, se non completamente falsata. 

 

La "politica zero Covid" cinese

Prima di tutto per comprendere cosa sta accadendo in diverse città cinesi serve capire in cosa consiste la “politica zero Covid”, ossia la strategia di gestione pandemica applicata nel paese sin dai primi giorni del 2020. Questa si basa sulla constatazione che, per l’altissima densità abitativa e la disparità geografica delle risorse, la Cina non disporrebbe delle risorse sanitarie necessarie a far fronte ad una diffusione incontrollata o prolungata del virus. Ciò appare evidente andando a vedere la disponibilità di posti letto, circa 5 ogni mille abitanti, che nonostante la progressiva crescita di questi ultimi anni risultano complessivamente ancora insufficienti ai bisogni della popolazione, soprattutto nelle zone rurali. Ma non solo: ciò che manca è una struttura sanitaria sociale di prossimità in grado di prevenire i ricoveri ospedalieri. Una riforma volta a colmare questo vuoto, già preannunciata nel 2016, ha subito notevoli ritardi proprio per l’avvento della pandemia. Il 2 giugno 2020 il presidente cinese Xi Jinping aveva appunto affermato come la necessità della creazione di un sistema sanitario pubblico all’avanguardia fosse prioritaria per la Cina, ma nonostante ciò ad ora sono prevalse misure di carattere emergenziale, come la mastodontica opera di edificazione in meno di 10 giorni di un ospedale dedicato ai pazienti Covid munito di 5000 posti letto a Wuhan (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-cina_in_nuovo_focolaio_covid_costruito_ospedale_da_1500_stanze_in_5_giorni/38822_39210/=).

La “politica zero Covid” ha quindi l’obiettivo di impedire la diffusione del virus, non quello di gestire la convivenza con esso, secondo la volontà codificata dall’ormai nota espressione del presidente cinese "rénmín zhìshàng, sh?ngmìng zhìshàng", ossia “mettere al primo posto le persone e le loro vite”.

Ciò è stato perseguito attraverso quarantene per chi viene dall’estero, ridotte recentemente da 21 a 10 giorni, preciso tracciamento dei casi e dei loro contatti, individuazione di questi tramite test di massa (è avvenuto che venissero testati in pochi giorni anche diverse decine di milioni di abitanti da parte delle autorità sanitarie pubbliche) e “lockdown” di diversa estensione in caso di focolai. Questi non sono mai stati applicati in maniera generalizzata, ma sempre come risposta “proporzionale” al numero dei casi: si parla infatti di “zero Covid dinamico” in quanto possono essere isolate le singole unità abitative, un gruppo di edifici, quartieri, intere città o, salendo, intere province. 

Questo sistema si è rivelato particolarmente efficace nel primo anno di pandemia, in quanto dopo l’isolamento di Wuhan per i cinesi ci fu un ritorno ad una sostanziale normalità, ma con il procedere del tempo e l’insorgere di nuovi focolai in città importanti come Shanghai o Pechino, o in regioni politicamente delicate come lo Xinjiang sono emerse via via le contraddizioni di questo modello.

Non si tratta unicamente della comprensibile frustrazione per un protrarsi senza chiari orizzonti temporali delle restrizioni, anche se a “singhiozzo”, ma anche di tutto il corollario socio-economico legato a queste, oltre che agli abusi commessi dalle amministrazioni e dai funzionari locali.

Proprio questi fin dai primi giorni della pandemia sono stati il centro propulsivo di iniziative non sempre conformi alle normative nazionali o non rispondenti alle reali necessità delle persone, tacciate dal Partito e dall’opinione pubblica di essere misure “a taglia unica”, non rispondenti alle reali necessità della popolazione ma dogmaticamente osservanti la forma. Non è un caso che più di una volta ufficiali locali siano stati costretti alle dimissioni, e le amministrazioni costrette alle scuse dopo le pressioni delle autorità centrali governative e del partito (https://www.globaltimes.cn/page/202211/1278793.shtml), o anche a rimuovere misure particolarmente invise e formalmente illegali come casi, temporanei, di introduzione di obblighi vaccinali (https://tanghe.gov.cn/thyw/54943.html).

Il malcontento popolare è quindi cresciuto nel tempo per i naturali disservizi verificatisi durante i periodi di maggiori restrizioni, andando poi a trovare nuovi motivi di crescita nell’impatto economico non solo dei lockdown cinesi, ma anche nella crisi del commercio internazionale. Per capire bene la portata di ciò serve tenere a mente che moltissimi milioni dei lavoratori che operano nelle metropoli della fascia costiera sono in realtà migranti interni, a volte persino stagionali, provenienti dalle più povere regioni rurali. Il blocco delle attività lavorative o il ritiro degli investimenti stranieri ha portato a crisi occupazionali localmente molto sentite.

L’intervento dello Stato a tutela dei cittadini soggetti a restrizioni e colpiti dal dissesto sociale non è mancato, sia sotto forma di aumento delle pensioni statali, sia tramite l’impiego attivo dell’esercito e dei quadri del partito per compiti d’assistenza e solidarietà. Ma ovviamente questo non deve ingannare: non sono state poche le mancanze e gli errori, puntualmente denunciati dalla popolazione e spesso contestati negli scorsi anni con manifestazioni di portata locale. 

Dalla Foxconn ad Urumqi

Ad aver fatto notizia negli ultimi giorni sono le manifestazioni che si sono originate a partire da quelle nello stabilimento della Foxconn di Zhengzhou e dagli eventi della capitale dello Xinjiang. 

Nel primo caso abbiamo una manifestazione operaia che solo come sfondo ha la questione pandemica. L’azienda taiwanese Foxconn ha a Zhengzhou un enorme impianto in cui lavorano qualcosa come 200.000 persone, punto chiave nella produzione di iPhone e di altri prodotti d’alta tecnologia a livello internazionale. In questo le condizioni lavorative sono già da anni denunciate come sotto la media nazionale, e oggetto di proteste e rivendicazioni sindacali. Con l’insorgere di casi all’interno dell’impianto, una vera e propria “mini-città”, questo è andato in isolamento, con un esodo di massa di circa 10.000 lavoratori che hanno abbandonato lo stabilimento per tornare a casa. Ciò è avvenuto in un periodo chiave della produzione, a ridosso del Natale, e ha generato nell’azienda una grande preoccupazione per la carenza improvvisa di personale. E’ iniziata subito una frenetica ricerca di nuovi lavoratori tramite l’offerta di stipendi notevolmente aumentati (https://www.globaltimes.cn/page/202211/1278924.shtml). I nuovi assunti hanno però poi ricevuto notifica di un “aggiustamento” contrattuale che annullava ogni promessa, andando ad inficiare anche sui lavoratori rimasti in loco! Ciò ha provocato una vera e propria sommossa sedata dall’arrivo della polizia, di cui le immagini si sono diffuse a livello internazionale, a seguito della quale l’azienda ha deciso di fare un passo indietro, chiamando in causa un “errore amministrativo”. 

Fra le varie rivendicazioni dei lavoratori però vi erano anche quelle relative agli standard delle quarantene nell’impianto, di cui si lamentano le pessime condizioni, oltre che la frustrazione per i frequenti test. E’ chiaro però come si tratti di una protesta fondata su rivendicazioni sindacali, frutto al massimo delle contraddizioni nate a seguito della “Riforma e Apertura” degli anni ‘80, e solo marginalmente connesse alla gestione pandemica.

Risulta però ben più ancorato a questa dimensione ciò che è accaduto a Shanghai a seguito dei fatti di Urumqi. Nella capitale dello Xinjiang un incendio scoppiato in un complesso di appartamenti in "lockdown" ha ucciso almeno 11 persone. Molti hanno accusato le stringenti misure di quarantena come causa dei ritardi nei soccorsi, interpretazione respinta dalle autorità locali, ma sentita come veritiera da molti cittadini cinesi, soprattutto sul web.

A seguito di ciò a Shanghai, in una via intitolata ad Urumqi, si è tenuta una veglia a ricordo delle vittime partecipata da diverse dozzine di persone, evolutasi poi in manifestazione. Questa ha mostrato una notevole eterogeneità: accanto ad alcuni manifestanti intenti a scandire cori contro il Partito Comunista e Xi Jinping, altri hanno intonato la Marcia dei Volontari, inno ufficiale della Repubblica Popolare, e l’Internazionale. La manifestazione si è poi dispersa dopo l’intervento pacifico della polizia, con un paio di fermi tra i quali quello di un reporter della BBC, Edward Lawrence, e Su Yutong, giornalista per Radio Free Asia, piattaforma mediatica del National Endowment for Democracy, creatura del Dipartimento di Stato americano fondata da Reagan nel 1983 come mezzo per condurre opere di destabilizzazione e propaganda.

Nelle giornate seguenti diverse proteste, nessuna delle quali di dimensioni particolarmente elevate, si sono verificate in altre città, da Wuhan a Pechino, fino ad Urumqi, mostrando sempre un carattere eterogeneo e domande diversificate: si chiede un allentamento delle restrizioni, un miglioramento della “politica zero covid”, ma anche maggiori supporti sociali e un rinnovato impegno a migliorare il rapporto tra cittadinanza ed istituzioni, tra popolazione e Partito. 

Questa eterogeneità è sintomo del fatto che convivono diverse anime: una patriottica, interessata a correggere politiche che si ritengono sbagliate, intenta a partecipare alla dialettica politica tramite la critica (o l’autocritica se interni al Partito) e la supervisione, l’altra propensa invece all’attacco sistemico nei confronti del Socialismo e del governo della Repubblica Popolare. Andando a visionare nelle chat pubbliche collegate alle proteste dell’applicazione WeChat, molto usata in Cina, è ben visibile questa spaccatura, così come il fatto che queste piccole agitazioni, almeno a Shanghai siano state costruite attorno alla presenza di giornalisti in contatto con l’Occidente (per la visione delle conversazioni si consiglia l’ottimo canale telegram in lingua inglese Mango Press).

La portata delle proteste non è stata particolarmente significativa, mentre lo è stato il loro essere trasversali rispetto ai vari ambienti: in alcuni luoghi, come Wuhan e Urumqi protesta cittadina, in altri, come Pechino, animata dagli studenti universitari in dialogo con le autorità dei locali atenei, a Shanghai protesta dai toni più “politici”, in parte contro l’ordine costituito in quanto tale. Questo dato interessante potrebbe portare alla creazione di un fronte più ampio comprendente le singole vertenze e realtà, cosa resa però improbabile dalla frammentazione non solo geografica, ma politica e rivendicativa: se i cittadini di Urumqi hanno ben accolto il segretario distrettuale del Partito Comunista Cinese intervenuto al megafono per promettere l’abbattimento delle tasse locali, degli affitti, dei mutui e delle tariffe dei parcheggi, facendo alla fine eco al suo grido “il Socialismo è giusto!” (https://t.me/mangopress/11473), difficilmente molti dei manifestanti di Shanghai, con i loro slogan “Abbasso il PCC!” e “Abbasso Xi Jinping!” valuterebbero di fare altrettanto.

Se da una parte si ha la critica della politica zero Covid o la manifestazione di reali contraddizioni sociali con lo scopo dell’automiglioramento del sistema socialista, dall’altro si ha il tentativo esplicito di portare avanti progetti di “rivoluzione colorata” sul modello già sperimentato ad Hong Kong e ben noto a livello internazionale. E’ importante scomporre quindi i due fenomeni, come differenziata è stata la risposta delle istituzioni: apertura e dialogo nel primo caso, ferma denuncia e condanna nel secondo.

La crisi della “politica zero Covid”

Fermo restando che le proteste alle quali si sta assistendo, e probabilmente si assisterà, prendono piede a partire da fenomeni diversi e complessi, è chiaro come l’elemento catalizzante congiunturale sia quello della crisi della “politica zero Covid”. Se nei due anni trascorsi le misure sono state sopportate, se non in diversa maniera supportate, dalla cittadinanza, arrivati al terzo anno di pandemia la frustrazione di diversi settori della società è divenuta assai più marcata e visibile. Il problema fondamentale è l’assenza di una chiara prospettiva, di una strategia d’uscita dallo “zero covid” che possa significare un ritorno completo alla normalità. Questa è la più grande sfida che si pone alle istituzioni cinesi: il superamento della fase emergenziale per un ritorno stabile alla costruzione economica, politica e civile del paese.

In realtà negli ultimi tempi segnali “d’uscita” ve ne sono stati, e anche parecchi. Vi è stato recentemente un notevole allentamento delle misure di quarantena e di tracciamento, e anche simbolicamente la presenza del presidente cinese a Bali in occasione del G20 dopo anni di “isolamento” sul territorio nazionale è un qualcosa di significativo. Passi verso la normalizzazione e l’ingresso in un periodo fattivamente “post-covid” stanno avvenendo, e, forse proprio per questo, le contraddizioni del periodo pandemico tendono a scoppiare, quasi in reazione alla maggiore distensione e apertura del dibattito politico.

Perché sì, per quanto possa apparire strano a molti in Cina esiste un dibattito politico che vede una dialettica complessa con un’enormità di soggetti, ognuno con la propria prospettiva, ma che politicamente devono soggiacere agli interessi generali della nazione, e non al profitto di qualche speculatore privato.

E’ particolarmente significativo un articolo (https://www.whatsonweibo.com/zhejiang-daily-people-first-does-not-mean-anti-epidemic-first/)  apparso proprio il 29 novembre sul Quotidiano di Zhejiang (lo Zhejiang, importante provincia con 64 milioni di abitanti, è collocato a sud di Shanghai, sulla costa cinese), giornale collegato al Partito Comunista Cinese, dal titolo “Mettere al primo posto le persone non significa “mettere al primo posto le misure anti-pandemiche”, in cui non solo si comprendono le genuine ragioni di scontento in parte della popolazione, ma si critica duramente l’operato delle autorità locali, le quali in diversi casi hanno abusato “del loro potere e stanno rendendo le cose difficili per la gente. Ciò ha portato a una deformazione della prevenzione dell'epidemia. Non hanno detto esplicitamente che stanno imponendo chiusure, ma le hanno imposte, stanno ignorando gli interessi delle masse e le richieste della gente, interrompendo l'ordine della vita normale a loro piacimento e stanno persino trascurando la vita e la sicurezza di il popolo, danneggiando l'immagine del Partito e del governo e spezzando il cuore delle masse. Ci sono anche alcune persone che hanno colto questa situazione epidemica per fare soldi. Rispetto all'epidemia, sono questi fenomeni che fanno male alle persone. Il conseguente senso di impotenza, stanchezza e rabbia è comprensibile”.

L’articolo continua dicendo come dovrebbe essere ovvio che “le misure anti-epidemiche servono a proteggersi dal virus, non a proteggersi dalle persone; sarebbe dovuta sempre essere una questione di porre "prima le persone", non la cosiddetta "prevenzione dell'epidemia". Indipendentemente dal tipo di misure di prevenzione e controllo adottate, queste dovrebbero tutte mirare a consentire alla società di tornare alla normalità il prima possibile e a rimettere in carreggiata la vita il prima possibile. Questi sono tutti come “ponti” e “barche” per raggiungere questo obiettivo, e non servono a tenere le persone al loro posto, come azioni cieche e avventate che non tengono conto dei costi”.

Una presa di posizione così decisa espressa dall’interno dello stesso Partito all’indomani delle proteste è un chiaro segno di comprensione e di volontà di approfondire il dialogo con la cittadinanza per proseguire una politica “incentrata sul popolo”, e afferma anche la volontà di perseguire la ricerca di un “atterraggio morbido”, ossia di un’uscita praticabile dalla “politica zero Covid”, al posto di concentrare il dibattito su pro e contro restrizioni.

Un confronto con l’Italia (e in generale con l’Occidente collettivo)

L’andamento della gestione pandemica in Cina e la reazione davanti a queste proteste, se confrontata con l’atteggiamento tenuto in Italia rispetto alle medesime questioni, non senza sorprese per il cittadino medio lascia ben poco spazio alla narrativa di una Cina “totalitaria” contrapposta ad un Occidente amante della libertà.

In primo luogo è evidente come la gestione pandemica abbia avuto nel paese asiatico una strategia fondamentalmente chiara e univoca, che per quanto possa essere criticabile ha sicuramente giovato di più rispetto al sovrapporsi di “fasi”, “colori”, “zone”, Italie protette et similia che ha dovuto sperimentare la Penisola non senza confusione e stress per i cittadini, stress esploso già dopo 3 mesi, con le manifestazioni di Torino, e non dopo tre anni.

Si deve poi prendere in considerazione come in Cina, a differenza che in Occidente, misure generalizzate non sono mai state applicate. Qui si è sempre preferito per una gestione “locale” (per quanto questa dimensione sia assolutamente diversa quantitativamente rispetto alla nostra analoga), fondata sulla situazione particolare rispetto alla grande gestione a “misura unica” utilizzata in Italia per tanti mesi.

Parlando del trattamento sintomatologico della malattia, nella Repubblica Popolare, è interessante vedere il ruolo che ha avuto la medicina tradizionale cinese (MTC) nella risposta al covid. In uno studio pubblicato sul ‘Journal of Market Access & Health Policy’ sui protocolli sanitari nazionali e regionali, sviluppati soprattutto a febbraio 2020, numerosi contengono indicazioni di terapie fondate sulla MCT sia per i pazienti con sintomi lievi, sia per quelli in condizioni più gravi. Accanto alla risposta tradizionale appaiono chiare le raccomandazioni per quanto riguarda la dieta e altri trattamenti non-farmacologici. Per quanto riguarda i trattamenti farmacologici risultava diffuso in molte linee guida l’utilizzo dell’idrossiclorochina, della clorochina fosfato, di antiretrovirali come il Lopinavir/Ritronavir, o antivirali non approvati dall’Aifa e utilizzati in Cina e Russia come il Oseltamivir. (Tinging Qiu, Shu Yao Liang, Monique Dabbous, Yitong Wang, Ru Ha, Mondher Toumi, “Chinese Guidelines Related to Novel Coronavirus Pneumonia”, pubblicata su ‘Journal of Market Access & Health Policy” in data 8 ottobre 2020).

L’assenza di trattamenti specifici non ha impedito alle autorità sanitarie cinesi di sviluppare protocolli di cura che tenessero conto non solo dell’infezione virale, ma anche della sintomatologia connessa e dello stato generale di salute della persona. Tutto ciò è da confrontarsi con il vero e proprio boicottaggio della autopsie dei deceduti per Covid nei primi tempi della pandemia avvenuto in Italia e la costante guerra di posizione scatenata dall’ex ministro Speranza attorno alla formula omicida “tachipirina e vigile attesa”. Ma pensiamo anche alla consapevolezza del rischio prioritario per la popolazione anziana o per i ricoverati ospedalieri mostrato dalle autorità cinesi, intente sin dai primissimi giorni all'isolamento dei casi Covid rispetto alle strutture ospedaliere comuni, mentre in Italia le RSA diventavano veri e propri lazzaretti, e gli ospedali focolai di contagio.

Volendo parlare della particolarmente odiosa misura del “green pass”, che ha portato in Italia in piazza centinaia di migliaia di persone per diversi mesi, persone che sono state diffamate e apertamente schernite quando non minacciate dai media e da personaggi pubblici, è singolare notare come nel “totalitarismo” asiatico misure del genere siano risultate assenti, con l’introduzione di di un’applicazione a scopo sanitario, ma utilizzata per tracciare i contatti dei casi positivi su un modello simile alla sfortunata nostrana Immuni.

E arrivando all’obbligo vaccinale è interessante notare la differenza fra l’approccio dell’Italia, e dei suoi vicini occidentali, e la Repubblica Popolare. Con il passare dei mesi anche in Cina, come nel resto del mondo, vennero prodotti e diffusi vaccini contro il Covid-19. Le compagnie farmaceutiche pubbliche cinesi Sinopharm e SinoVac si sono concentrate sulla produzione di vaccini “tradizionali”, ossia proteici o a vettore virale, differenziandosi qui quindi dalle multinazionali occidentali, che hanno invece optato per vaccini a mRNA, una tecnologia mai applicata prima sul campo, anche se nota da tempo. Le autorità cinesi sono state anzi scettiche di questa evoluzione, programmando lo sviluppo di un vaccino ad mRNA locale, ma ritardandone la diffusione per permettere maggiori test relativi alla sicurezza e all’efficacia. Non sono infatti mancate le preoccupazioni per i possibili effetti collaterali, anche letali, legati ad una certa fretta connessa con l’uscita sul mercato di medicinali non certo sperimentati e dalla provata affidabilità. Lo stesso Global Times, quotidiano rivolto all’estero del Partito Comunista Cinese, ha denunciato in un suo editoriale del 15 gennaio 2021 il silenzio dei media occidentali rispetto alle morti attribuibili al vaccino Pfizer (“Why were US media silent on Pfizer vaccine deaths?: Global Times editorial”, 15 gennaio 2021, https://www.globaltimes.cn/page/202101/1212939.shtml).

Questo “attacco” va inserito in una più generale guerra “sanitaria” fra Cina (e Russia) e paesi Occidentali. I vaccini della Repubblica Popolare, come il russo Sputnik, non sono infatti somministrati o persino riconosciuti dalla maggioranza dei paesi occidentali. Giustificata come una scelta dettata dalla “precauzione”, l’ostracismo nei confronti dei farmaci non prodotti da “Big Pharma” sembra rispondere in realtà ad esigenze economiche e geopolitiche, con interi stati, fra cui l’Italia, costretti a vedersi dettata l’agenda vaccinale in sedi esterne a quelle istituzionali nazionali, con contratti secretati e mai svelati al pubblico (https://ilmanifesto.it/trial-clinici-e-contratti-sui-vaccini-troppi-omissis). Ne sono nati casi a dir poco bizzarri, come quello collegato a San Marino: i cittadini della piccola repubblica sono hanno potuto vaccinarsi con Sputnik, non vedendosi però riconosciuto lo status di vaccinato all’interno della Repubblica Italiana, dovendo scegliere fra accettare le limitazioni che hanno colpito tutti i non-vaccinati o sottoporsi a nuove dosi con vaccini occidentali. 

Allo stesso tempo è visibile un attacco condotto in senso inverso, cercando la penetrazione dei farmaci ad mRNA delle multinazionali occidentali all’interno dei confini della RPC. Non a caso la stampa occidentale più volte si è scagliata contro questa, per loro, inspiegabile “chiusura” delle autorità  (https://www.nytimes.com/2022/02/18/business/china-coronavirus-vaccines.html) , arrivando anche alla censura per mano di George Soros a tutta la “politica zero Covid” e alla gestione pandemica cinese (https://www.cnbc.com/2022/02/01/soros-leadership-of-chinas-xi-threatened-by-covid-real-estate-crisis.html)

Anche sulla politica vaccinale l’operato della Repubblica Popolare si discosta rispetto a quella degli Stati occidentali. Nonostante l’impegno e la mobilitazione dei quadri e dei membri delle organizzazioni al fine di rafforzare ed ingrandire la campagna vaccinale, né il Consiglio di Stato, né il Congresso Nazionale del Popolo, uniche istituzioni con potestà legislativa ed esecutiva, hanno mai sancito nessun obbligo vaccinale o forme di coercizione, anche passiva, per costringere alla vaccinazione. 

Questo non significa però che non siano state promosse dalle autorità locali, regionali o municipali, obblighi parziali o forti limitazioni volte a creare un obbligo de facto in assenza di copertura giuridica. In particolare abbiamo visto l’applicazione prima di vere e proprie forme d’obbligo, poi verso luglio 2021, all’introduzione di limitazioni agli spostamenti dei non-vaccinati in alcune città e contee, come Anyuan, Yingtan e Ruijin nello Jiangxi, o le contee di Qingtian e Ninghai nello Zhejiang. Come sostenuto da studiosi come Zehua Feng e Zhengzhong Huang, giuristi rispettivamente dell’Università di Economia e Finanza del Guangdong e dell’Università di Hainan, in una ricerca finanziata dall’Università del Guangdong,  le varie misure attuate da enti amministrativi sono in diretta violazione della Costituzione della Repubblica Popolare, poiché vanno ad intervenire in un campo, quello della limitazione delle libertà dei cittadini, in cui solo la legge può operare, utilizzando strumenti amministrativi di ordine inferiore rispetto a quelli legali della autorità nazionali (Zhengzhong Huang, Zehua Feng, “Public health and private life under Covid-19 vaccination policies in China: a legal analysis, pubblicata su ‘Risk management and healthcare policy’ il 21 novembre 2021) 

Non sorprende quindi che gran parte di queste norme siano state ritirate grazie all’intervento delle autorità centrali, della mobilitazione dei cittadini, o da un mix dei due fattori. Possiamo infatti vedere l’esempio della contea di Tanghe, provincia di Henan, dove il 14 luglio 2021 vennero posti sotto obbligo vaccinale i lavoratori pubblici, obbligo richiamato il 16 luglio, solo due giorni dopo, per la forte opposizione della popolazione locale (https://tanghe.gov.cn/thyw/54943.html). Ma possiamo anche andare a ricercare le stesse dichiarazioni delle autorità nazionali, come la conferenza stampa organizzata dalla Commissione Nazionale per l’Assistenza Sanitaria della RPC l’11 aprile 2021, dove viene ribadito chiaramente il principio della massima estensione possibile del diritto a vaccinarsi e della scrupolosa volontarietà della vaccinazione, in particolare per gli studenti (Trascrizione della conferenza a questo indirizzo: http://www.nhc.gov.cn/xcs/fkdt/202104/d279e3354a5645828b671bf8bd15cbdb.shtml ). 

Al contrario di quanto avvenuto in Cina, in Italia e in molti altri paesi dell’Unione Europea sono state proprio le autorità nazionali ad applicare obblighi “informali”, andando a sancire discriminazioni assolutamente insopportabili ai danni dei non vaccinati, dal divieto di salire sui mezzi pubblici su tutta la rete nazionale, all’impossibilità di fare visite ospedaliere, passando per la necessità di provvedere ad un tampone dal costo deciso politicamente di 15 euro per poter lavorare. Centrale in questa prospettiva è stata l’introduzione del ‘Green Pass’ o di strumenti analoghi, che andavano appunto a dimostrare l’effettuata vaccinazione o l’esito negativo di un tampone nelle quarantotto ore precedenti. 

 

Come leggere le proteste cinesi?

E’ chiaro che quindi ciò che viene rappresentato con semplicità banalizzante e strumentale dai media occidentali nasconda in realtà situazioni ben più complesse e meno riconducibili alla narrazione di un preteso totalitarismo sperimentante la ribellione dei cittadini oppressi. Possiamo vedere come le contraddizioni acuite o portate da un periodo profondamente difficile e complesso siano ormai pienamente visibili, testimoniate da proteste, interesse pubblico, dibattiti e attenzione. Ma possiamo vedere come in queste contraddizioni cerchino di insinuarsi, fino ad ora con scarso successo al di fuori degli studi televisivi occidentali, le forze dell’imperialismo intente nel cercare di frantumare la Repubblica Popolare Cinese o quantomeno di indebolire la legittimità del Partito Comunista Cinese e la sua azione politica a livello internazionale e nazionale.

Le istituzioni e il Partito hanno ora la possibilità di trasformare dialetticamente questa sfida dell’uscita dal periodo pandemico in un nuovo strumento di miglioramento e rafforzamento, ben gestendo quelle che sono “contraddizioni in seno al popolo”, avendo cura invece di affrontare le “contraddizioni fra il popolo e i suoi nemici”, ossia quelle che contrappongono 1,4 miliardi di cinesi al tentativo imperialista portato avanti dagli Stati Uniti e dai loro agenti di sottrargli istituzioni proprie e il controllo del proprio futuro, come devono essere trattate.

I segnali per uno sviluppo creativo che valorizzi la partecipazione popolare ci sono tutti al momento. A noi, dall’altra parte del mondo, sta il compito di diffondere una corretta informazione sui fatti cercando, ancora una volta, di smantellare la rete di bugie di quello che non a caso è l’Impero della Menzogna.

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