Il Vaso di Pandora dell'occidente

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di Giacomo Gabellini per l'AntiDiplomatico

 

Lo scorso 30 aprile, sulla testata ucraina «Stana» si leggeva che il villaggio di Ocheretyne, situato a 15 km di distanza a nord-ovest di Avdiivka, «è stato completamente catturato dall’esercito russo […]. La svolta è stata così rapida e profonda che le forze armate ucraine non riescono ancora a stabilizzare la situazione, mentre i russi continuano ad avanzare». E lo fanno, per di più, aggirando le fortificazioni che gli ucraini avevano cominciato ad allestire in seguito alla caduta di Avdiivka. Così, prosegue la pubblicazione ucraina, l’esercito russo, dotato di riserve e supporto di fuoco adeguati, si trova nelle condizioni di progredire in maniera relativamente rapida e di distruggere le linee di rifornimento delle forze armate ucraine, preparando così il terreno per l’accerchiamento delle unità nemiche schierate nell’area.

Parallelamente, la 98° divisione aviotrasportata delle forze armate russe continua a realizzare progressi di rilievo presso Chasiv Yar.

Al punto che, ha dichiarato il generale Vadym Skibitsky, vicedirettore dell’intelligence militare di Kiev, nel corso di un’intervista rilasciata all’«Economist» il 2 maggio, la caduta della città è ormai una questione di giorni. Anche perché, ha dichiarato alla «Bild» l’analista militare Julian Röpcke, «i soldati migliori sono stati uccisi, feriti o in servizio pressoché continuo da mesi e mesi. Molti sono assolutamente esausti perché le fasi di riposo e di recupero non sono state loro concesse, a causa della penuria di rimpiazzi. Ciò riduce la loro efficacia in combattimento e inficia il loro morale». La nuova mobilitazione ordinata dal governo di Kiev non produrrà alcun effetto apprezzabile, rileva ancora il quotidiano tedesco, perché le nuove reclute arruolate spesso a forza non risultano minimamente motivate, né adeguatamente addestrate prima di essere inviate sul campo di battaglia.

Dalle direttrici di avanzamento seguite dalle forze armate russe emerge l’intenzione di chiudere in una tenaglia Kostantinovka, città chiave dell’oblast’ di Donec’k, in prospettiva di muovere verso le regioni di Sumy e Kharkiv. È questa l’opinione di Skibitsky, secondo cui tra la fine di maggio e l’inizio di giugno l’esercito russo, che per sua ammissione «opera come un corpo unico, con un piano chiaro e sotto un unico comando», si orienterà verso l’Ucraina nord-occidentale nell’ambito di un piano in tre fasi implicante anzitutto l’incremento della pressione militare fintantoché non comincerà ad avvertirsi l’impatto delle consegne di materiale bellico previste dal piano di sostegno da 61 miliardi di dollari recentemente approvato dal Congresso statunitense.

In realtà, in tutto l’Occidente si tende a sovrastimare grossolanamente l’efficacia del provvedimento, come si evince da un rapporto del Government Accountability Office (Gao) statunitense in cui si legge che «alcuni appaltatori non intendono stipulare con il Dipartimento della Difesa contratti a lungo termine e a prezzi fissi per garantire all’Ucraina la fornitura di armi provenienti dalle scorte del Pentagono». Segno che l’Occidente non solo non dispone della capacità produttiva necessaria a sostenere una guerra ad altissima intensità come quella russo-ucraina, ma che fa affidamento su un tessuto industriale privato inesorabilmente mosso dalla logica del profitto. L’industria bellica statunitense segue pertanto «un percorso di minimizzazione dei costi che non implica il miglioramento attivo – tantomeno rapido – delle attrezzature trasferite. I processi burocratici paneuropei, che hanno trasformato pressoché ogni progetto militare occidentale in una panoplia infinita di documenti e riunioni, non fanno altro che aggravare il problema». Per quanto concerne l’Europa, la situazione è ancora peggiore. Lo si ricava dalle esternazioni del primo ministro estone Kaja Kallas, la quale ha espresso preoccupazione per la carenza di munizioni denunciata dalle forze ucraine per le crescenti difficoltà che queste ultime riscontrano nel processo di evacuazione dei feriti sotto i bombardamenti russi. Il ministro della Difesa estone Hanno Pevkur, dal canto suo, ha ammesso che l’Europa non dispone dei fondi necessari a rastrellare proiettili sufficienti da inviare all’Ucraina.

La seconda fase elencata da Skibitsky contemplerebbe lo scatenamento di una massiccia campagna di disinformazione russa atta a minare la popolarità della classe dirigente di Kiev, così da sabotare la mobilitazione – attraverso cui si pianifica di arruolare circa 350.000 ucraini di età compresa tra i 18 e i 60 anni – su cui Zelens’kyj e i suoi collaboratori hanno investito pressoché tutto il capitale politico a disposizione. Il relativo provvedimento dovrebbe diventare pienamente esecutivo il 18 maggio, e vede i consolati esteri ucraini profondere enormi sforzi per massimizzarne gli effetti. La vicepremier Olga Stefanišina ha assicurato che, contrariamente a quanto si vocifera ormai da settimane, Kiev eviterà il ricorso ai rimpatri forzati, con l’evidente scopo di evitare che il malumore continui a diffondersi. La corruzione dilaga letteralmente, come certificato dal numero astronomico delle lettere di licenziamento consegnate non soltanto ai reclutatori militari, ma anche a stretti collaboratori di Zelens’kyj come Serhiy Shefir, che ricopriva il ruolo di primo assistente del presidente fin dal 2019. Il suo allontanamento fa seguito a quelli di Oleksii Reznikov, sostituito lo scorso settembre al vertice del Ministero della Difesa con Rustem Umerov, e di Oleksij Danilov, rimosso dall’incarico di segretario per la Sicurezza Nazionale a marzo. Ufficialmente motivati dalla necessità di adottare nuove forme di interazione con la società e con le forze armate, i continui rimpasti all’interno del governo nascono, scrive il «Jerusalem Post», «dagli scandali di corruzione legati al Ministero della Difesa ucraino e, soprattutto, dal fallimento della tanto propagandata controffensiva dello scorso anno, presentata in Occidente come la svolta che avrebbe portato alla sconfitta dell’esercito russo». L’ondata di licenziamenti riflette inoltre «l’enormità della crisi che Zelens’kyj è chiamato ad affrontare mentre l’esercito perde le città ucraine una dopo l’altra e lotta per mantenere posizioni difensive contro l’avanzata delle forze russe. Zelensky non è riuscito a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi e sta trascinando il suo Paese in un abisso dopo aver visto molte aree dell’Ucraina cadere in mano al nemico, le infrastrutture e l’economia nazionali distrutte e milioni di persone sfollate».

La fase “intermedia” indicata dal vicedirettore dell’intelligence militare di Kiev è funzionale a quella finale, per mezzo della quale la Russia si propone di separare l’Ucraina dai suoi sponsor occidentali. Risultato che, in parte, sta già iniziando a manifestarsi, con l’accentuazione delle divisioni interne alla Nato. La Polonia ha chiuso i suoi confini alle derrate agricole ucraine e ridotto sensibilmente i volumi delle consegne di materiale militare a Kiev, mentre la Slovacchia si è accodata all’Ungheria nel manifestare la propria salda intenzione di tenersi fuori dal conflitto, sia per quanto concerne il trasferimento di armi che in relazione all’invio di personale militare del proprio Paese sul campo di battaglia. Una prospettiva, quella dell’intervento diretto delle forze armate della Nato in caso di sconfitta ucraina, che il presidente francese Emmanuel Macron, preoccupato dall’incremento dell’influenza russa nell’area della Françafrique, ha invece rilanciato dopo averla inserita nel novero delle opzioni praticabili – di concerto con il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin. Così «impegnando senza averne titolo tutta l’Alleanza con la sua dichiarazione, ben al di fuori delle norme che la stessa si è data» e senza l’assenso dei singoli leader europei. A partire dal cancelliere Olaf Scholz, che nel maldestro tentativo di rafforzare la contrarietà della Germania all’ipotesi paventata da Macron ha più o meno involontariamente svelato urbi et orbi “segreto di Pulcinella”, vale a dire che specialisti francesi e britannici erano già da tempo presenti in Ucraina a supporto delle forze armate di Kiev. La dichiarazione ha suscitato lo sdegno di Parigi e Londra, ed è stata seguita a stretto giro di boa dalla diffusione, da parte di «Russia Today», del contenuto di una videoconferenza tra tre alti ufficiali della Luftwaffe intenti a individuare un strada percorribile per persuadere Scholz ad autorizzare la consegna a Kiev dei missili Taurus, da impiegare ad avviso dei partecipanti alla discussione per colpire il ponte di Ker? che collega la Crimea alla Russia.

Nel complesso, conclude il «Jerusalem Post», «esistono numerose prove a supporto della tesi secondo cui la sconfitta dell’Ucraina stia profilandosi all’orizzonte, sollevando in tutta Europa crescente preoccupazione circa le profonde implicazioni di questo potenziale scenario». In primis per quanto concerne «il devastante impatto strategico sulla

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