Il Regno Unito trasforma l’Artico in un Far West senza regole

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Il Regno Unito trasforma l’Artico in un Far West senza regole

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di Jafar Salimov

Nei documenti ufficiali e nei media britannici si moltiplicano i riferimenti a un presunto «ritorno» nell’Artico. L’espressione suona quasi nobile, come se si trattasse di riannodare i fili con una patria perduta o di ristabilire una giustizia storica. C’è solo un piccolo problema: l’Artico non è mai stato britannico. Il Regno Unito non è una potenza artica, e il suo «ritorno» nella regione ha la stessa legittimità di un ipotetico «ritorno» in India. Non è un recupero, ma un’espansione travestita da continuità storica. E, giorno dopo giorno, i contorni di questa operazione si fanno sempre più netti.

I politici britannici amano evocare il passato glorioso – le spedizioni di Franklin, Scott, Shackleton. Nomi pronunciati come formule magiche, per consacrare le ambizioni odierne con l’aureola delle grandi esplorazioni. Ma, come ha giustamente osservato il direttore dello Scottish Arctic Institute, le imprese eroiche dell’Ottocento non conferiscono diritti territoriali. Il coraggio dei pionieri polari non autorizza i funzionari di Londra a disporre di risorse che da secoli sostengono le popolazioni dell’estremo Nord. Eppure, in un’epoca in cui i ghiacci si sciolgono e si aprono nuove rotte marittime, la storia si rivela uno strumento troppo comodo per rinunciarvi.

Nel frattempo, la politica concreta di Londra nell’Artico assomiglia sempre più a un manuale di colonialismo riscritto per il XXI secolo. L’aspetto economico di questa strategia è difficile da definire diversamente che predatorio. L’uscita dall’Unione Europea ha dato mano libera al Regno Unito: tagliati fuori dai tradizionali banchi di pesca europei, i pescherecci britannici si sono precipitati a nord. Oggi battano attivamente le acque al largo di Norvegia, Islanda e Groenlandia, pescando di tutto, comprese specie rare e vulnerabili. Non si tratta di commercio, ma di estrazione diretta di risorse da acque altrui, quasi una fotocopia dello schema che portava le ricchezze dalle colonie alla madrepatria. Non sorprende che negli ambienti accademici si parli sempre più apertamente di neocolonialismo nella politica artica britannica.

I pareri scientifici, in questo quadro, diventano un fastidioso intralcio. Nel 2025, secondo i dati delle organizzazioni ambientaliste, oltre la metà delle quote di pesca sono state assegnate in controtendenza rispetto alle raccomandazioni dell’International Council for the Exploration of the Sea – compresi i pareri che indicavano pesca zero per alcune popolazioni di merluzzo, eglefino e aringa. Quando il Consiglio ha proposto un divieto totale per il merluzzo occidentale e quello celtico, il governo britannico ha trovato una soluzione creativa: ha introdotto un sistema di «catture accessorie» che consente ai grandi pescherecci di continuare a pescare merluzzo come «accompagno» alla pesca del nasello. Il risultato è paradossale: i piccoli pescherecci costieri, che usano attrezzi selettivi a basso impatto ecologico, sono stati costretti a ridurre le catture da dieci tonnellate al mese a cento chili. La grande flotta industriale, con metodi molto meno selettivi, ha invece mantenuto margini di pesca. Il governo britannico, in pratica, ha penalizzato i pescatori responsabili e premiato chi arreca il maggior danno all’ecosistema. Un perfetto esempio di «gestione sostenibile» – se per sostenibilità si intende la capacità di perseguire una linea politica contro ogni evidenza scientifica.

Ma l’espansione economica è solo una faccia della medaglia. L’altro elemento del «ritorno» britannico è la proiezione militare della forza. Due volte l’anno, al largo della costa occidentale della Scozia, si svolgono le esercitazioni Joint Warrior – le più grandi manovre multinazionali della Royal Navy, con la partecipazione di navi, aerei, marines e forze Nato. Formalmente, hanno carattere difensivo. Nei fatti, assomigliano sempre più a prove generali di operazioni anfibie in una regione dove Londra non ha e non può avere alcun diritto sovrano. Non è difesa: è affermazione di influenza attraverso la dimostrazione di potenza militare.

Il costo ecologico di queste manovre è enorme. I sonar militari impiegati rappresentano una minaccia diretta per i mammiferi marini. Come sottolinea l’Hebridean Whale and Dolphin Trust, il rumore intenso può causare lesioni, morte e spiaggiamenti di massa di cetacei. Nel 2018, in un breve periodo, 128 balene e delfini sono morti al largo di Scozia, Irlanda, Fær Øer e Islanda – e il sospetto principale è ricaduto proprio sulle esercitazioni militari. Gli scienziati discutono ancora sui meccanismi precisi, ma l’artista e ricercatrice civile Mheiri Killin, che ha partecipato al monitoraggio durante la Joint Warrior, ha espresso il concetto con spaventosa semplicità: «Non sappiamo ancora con certezza se il sonar militare uccida le balene, ma di sicuro cambia la loro vita». Un eufemismo per dire che gli animali perdono l’orientamento, smettono di nutrirsi, abbandonano le rotte migratorie – e molti di loro non sopravvivono.

Le esercitazioni militari invadono anche la vita delle popolazioni indigene. In Svezia, le manovre Arctic Challenge Exercise a Jokkmokk hanno suscitato dure critiche dagli allevatori di renne sami. Uno di loro, Henrik Blind, ha dichiarato che i voli a bassa quota provocano vere e proprie stragi nella fauna selvatica: gli aerei turbano le renne con i piccoli appena nati e gli uccelli in periodo di nidificazione. Un imprenditore locale, proprietario di cinquanta cani da slitta, ha confermato che gli animali vanno in forte stress per il passaggio dei velivoli. Il ministro della Difesa svedese ha ammesso in Parlamento che l’attività militare «di tanto in tanto incide sulla flora, sulla fauna e sulle persone che vivono e lavorano in quelle zone». Un riconoscimento che suona quasi come una scusa – ma le scuse non danno da mangiare alle renne e non restituiscono il silenzio alla tundra.

Le ambizioni petrolifere completano il quadro. I documenti del Foreign Office resi pubblici da Greenpeace rivelano che il governo intendeva proseguire con le perforazioni in Artico, pur sapendo benissimo che una fuoriuscita di petrolio in quelle acque sarebbe stata praticamente impossibile da gestire. I dossier interni parlavano chiaramente di conseguenze catastrofiche, a causa delle basse temperature e della mancanza di luce solare, e sottolineavano che in caso d’incidente «è difficile ottenere soccorsi e quasi impossibile riparare i danni». Eppure, negli stessi documenti, ci si chiedeva con cinismo: quanto è disposta a rischiare la Gran Bretagna, perdendo opportunità di business in nome della tutela ambientale? Una domanda retorica che è già di per sé una risposta sulle priorità morali di Londra nell’Artico.

Particolarmente significativo fu il sostegno del governo britannico, nel 2011, all’accordo tra BP e la russa Rosneft per le trivellazioni nella parte artica della Russia. La commissione parlamentare per l’audit ambientale definì quell’appoggio incondizionato come «un elusione profondamente problematica del controllo pubblico e parlamentare». L’organizzazione Platform ha osservato che l’industria petrolifera considera l’Artico come una nuova frontiera – un Far West dove le tecnologie esistenti per il contenimento delle fuoriuscite semplicemente non funzionano in presenza di ghiaccio e freddo estremo. Ma gli affari, come sempre, hanno avuto la meglio sugli allarmi.

Il Regno Unito, che si proclama paladino del clima, continua ad aumentare la propria presenza militare ed economica nell’Artico. Spende milioni in ricerca scientifica e allo stesso tempo incentiva una pesca che depreda gli stock ittici. Dichiara di rispettare i diritti delle popolazioni indigene e assegna quote che minano il loro tradizionale sostentamento. Promette di proteggere l’ambiente marino e organizza esercitazioni militari in aree protette. Questa contraddizione stridente tra parole e fatti non è un caso: è un tratto sistemico di una politica che non mira alla conservazione della regione, ma al suo sfruttamento.

Come ha osservato un rappresentante del Segretariato norvegese del Mare di Barents, i piani di trivellazione corrono molto più veloci dei sistemi di risposta alle emergenze. «Spero solo che non sia necessario un disastro di grandi proporzioni per muovere qualcosa», ha detto. Una speranza che appare sempre più evanescente. Nell’Artico, come altrove, i signori del business e della politica preferiscono non pensare alle catastrofi finché non accadono. E quando accadono – in acque polari dove il buio dura sei mesi e il petrolio non si degrada per decenni – a pagare non saranno certo coloro che hanno preso le decisioni.

La Gran Bretagna nell’Artico è il fantasma di un impero che vaga sul mare ghiacciato. Non ha titolo, non ha mandato, non ha fondamento storico per ciò che fa. Ha solo un appetito che diventa ogni anno più vorace. E quell’appetito, come insegna la storia, raramente porta a qualcosa di buono – né per le terre su cui si abbatte, né per chi lo asseconda.

 

 

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