Il Frente Patriótico dei Peruviani all'Estero guida la resistenza da Roma

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Il Frente Patriótico dei Peruviani all'Estero guida la resistenza da Roma

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di Geraldina Colotti

 

Roma, Largo di Torre Argentina. È domenica 11 ottobre, vigilia della Giornata della Resistenza Indigena, a oltre cinque secoli di lotte dei popoli originari contro la barbarie coloniale. Con bandiere, simboli di dignità e abiti tradizionali, i collettivi dell'emigrazione “nostroamericana” sono arrivati da diversi punti d'Italia e persino dalla Svizzera. Hanno manifestato di domenica perché il 12 ottobre è un giorno lavorativo per loro che, come migranti, sostengono in gran parte i mestieri di cura nelle case degli italiani. Motore organizzativo della convocazione è stato il Frente Patriótico PEX (Peruviani all'Estero), portato avanti fondamentalmente dall'impegno incrollabile delle compagne militanti.

Disteso a terra, un lungo striscione ricorda le vittime della repressione del regime di Dina Boluarte e dell'oligarchia in Perù: non vittime passive, ma eroi ed eroine che indicano un cammino di resistenza fin dai tempi della "conquista". Una scia di sangue, violazioni e sopraffazioni con cui, dal 12 ottobre 1492, l'imperialismo occidentale ha imposto la sua egemonia, distruggendo intere popolazioni, occupando territori e fondando le basi del modo di produzione capitalista sul genocidio e sul saccheggio.

Gli interventi e gli slogan della manifestazione, insieme a una piccola rappresentazione teatrale della "conquista", hanno sintetizzato questo percorso storico, segnalando l'urgenza di strutturare un fronte di resistenza comune.

Dalle Ande all'Amazzonia — devastata dagli interessi delle grandi corporazioni transnazionali e dai governi a loro subalterni —, le forze dell'estrema destra avanzano a colpi di brogli elettorali, lawfare e repressione brutale. Questa offensiva continentale gode della copertura diretta della cricca di pedofili e affaristi che costituisce il governo di Trump in Nordamerica e che oggi pretende di riportare indietro le lancette dell'orologio anche in Brasile e nell'intera regione.

In piazza a Roma si è unita anche la voce combattiva dei militanti salvadoregni, che hanno denunciato come il "modello Bukele" basato sullo stato di emergenza permanente e sulla carcerazione di massa — lo stesso metodo disumano applicato dall'ICE contro la popolazione migrante negli USA — si stia estendendo rapidamente in tutta l'America Latina per mano dei governi di estrema destra. Un modello di controllo sociale e violenza punitiva che punta a incarcerare la povertà e a soffocare qualsiasi barlume di organizzazione popolare.

La situazione politica in Perù è stata denunciata con particolare contundenza. Il Paese soffre oggi il consolidamento di un regime dittaturale de facto articolato dal fujimorismo, guidato da Keiko Fujimori, erede del dittatore Alberto Fujimori (ricordato per il piano di sterilizzazioni di massa delle donne indigene e la repressione genocida). Di fronte all'incapacità della borghesia peruviana di risolvere la crisi organica del Paese, la risposta del governo è stata la militarizzazione, l'insulto all'opposizione e la promulgazione di leggi "pro-crimine" che proteggono le mafie mentre si torturano e stipano oltre 104 mila prigionieri nelle carceri peruviane (come a El Milagro di Trujillo, dove stipano 6.000 persone in spazi concepiti per 1.600).

Con la menzogna che impone di “scegliere tra democrazia o terrorismo”, il fujimorismo impone una legislazione in cui la presunzione di innocenza viene schiacciata, mentre devia risorse pubbliche per finanziare la grande stampa e acquistare caccia da guerra F-16 dagli USA invece di spegnere gli incendi forestali.

Di fronte a questa barbarie, la piazza di Roma ha preteso con forza la liberazione immediata di Pedro Castillo, presidente legittimo del Perù, sequestrato e incarcerato per aver osato rappresentare i settori più umili senza l'avallo delle oligarchie. Allo stesso modo, si è alzata la voce per la liberazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, sequestrati da truppe speciali degli USA il 3 gennaio scorso. Un inedito episodio di arroganza e insolenza imperialista che crea un precedente pericoloso per la sovranità globale e le cui conseguenze geopolitiche devono essere ancora analizzate in tutta la loro gravità.

Questa aggressione risponde alla strategia di un "Nuovo Piano Condor" implementato sotto il cappello del cosiddetto "Scudo delle Americhe", apparato coercitivo che copre le violazioni sistematiche dei governi satelliti di Washington mentre condanna i popoli che resistono a un presente di miseria, aggressione e blocco. Per questo, la manifestazione a Roma ha ribadito il legame ombelicale tra la resistenza indigena latinoamericana, l'eroica lotta del popolo palestinese e la resistenza sovrana dell'Iran, dello Yemen e del Libano contro il neocolonialismo anglo-statunitense.

Il 12 ottobre 1492 non rappresenta l'"incontro di due mondi", ma l'atto di nascita dell'accumulazione originaria del capitale su scala planetaria, così come teorizzato da Karl Marx nel Primo Libro de Il Capitale. La spoliazione delle terre comunali dei popoli originari della Nostra América, la schiavitù delle comunità Taíno a La Española e l'annientamento del 95% della popolazione indigena del continente (dove le malattie sono state affiancate dal lavoro forzato, dalla distruzione della sovranità alimentare e dalla violenza armata) hanno costituito la base sanguinosa su cui si è eretto il mercato mondiale mercantilista e industriale europeo.

Una dialettica del saccheggio che non ha ancora ricevuto alcuna riparazione. Prima che l'ondata reazionaria togliesse il fiato ai processi di emancipazione antineocoloniale nel continente, in Venezuela si era costituita una commissione speciale anticoloniale proprio con questo intento, sostenuta dalle istituzioni dei popoli come l'ALBA o la RUNASUR. Ma ora, con il presidente della RUNASUR, l'ex capo di Stato della Bolivia Evo Morales, perseguitato dall'imperialismo, le cose si sono fatte ulteriormente difficili. E, nelle analisi che hanno messo in evidenza il ruolo della Chiesa cattolica nella "conquista" di ieri e di oggi, sono state ricordate le parole di Evo al riguardo, quando ha rievocato: «Sono arrivati con il fucile e la croce. Ci hanno detto di chiudere gli occhi e di pregare, e quando li abbiamo riaperti, ci avevano spogliato di tutto».

Questa matrice di dominazione territoriale, estrattivista e razzializzata è stata assunta e perfezionata dall'impero statunitense. Attraverso la dottrina del "Destino Manifesto", Washington ha espanso la propria frontiera continentale sterminando le nazioni Cheyenne, Arapaho e Lakota (in massacri emblematici come Sand Creek nel 1864 o Wounded Knee nel 1890) e strappando al Messico oltre la metà del suo territorio nel 1846. Con il salto di qualità del 1898 — la guerra ispano-statunitense e l'annessione di Puerto Rico, Guam, Filippine, Cuba e Hawaii —, il capitalismo statunitense ha compiuto il passo decisivo verso la sua fase imperialista di proiezione di potenza d'oltremare.

La logica coloniale del XVI secolo e l'espansione militare del XIX secolo continuano a operare oggi in modo ininterrotto. La ricerca feroce di risorse naturali, energia ed egemonia politica è la stessa che ha spinto gli USA a promuovere il colpo di Stato in Iran nel 1953 contro Mohammad Mosaddeq dopo la nazionalizzazione del petrolio, ad abbattere in modo criminale il volo commerciale 655 di Iran Air nel 1988 uccidendo 290 civili, e a scatenare guerre non provocate contro la Repubblica Islamica dell'Iran, come l'aggressione su vasta scala iniziata il 28 febbraio 2026.

Minacciando di "annientare" il popolo iraniano proprio come fatto con i nativi americani, le élite di Washington rivelano che le forme della violenza statale cambiano, ma l'essenza dell'accumulazione per spossessamento rimane intatta.

Di fronte all'idra imperialista e ai suoi megaprogetti estrattivi — subappaltati in molti casi alla criminalità organizzata per privare le comunità delle loro acque, dei boschi e dei minerali —, i popoli originari mantengono una continuità storica di combattimento che smentisce le narrazioni pacifiste del liberalismo.

Lo ha dimostrato la recente assemblea-celebrazione per i 30 anni del Congreso Nacional Indígena (CNI) in Messico, tenutasi presso la Casa de los Pueblos Samir Flores con la partecipazione di 32 popoli indigeni e delegazioni internazionali. L'immagine della Comandanta Ramona con la bandiera messicana nella Selva Lacandona al fianco del Subcomandante Marcos nel 1996 assurge a simbolo di una riserva morale e ideologica che rifiuta di sottomettersi alle riforme legali truccate dello Stato borghese.

Come ha affermato Marichuy (María de Jesús Patricio Martínez), le comunità organizzate hanno visto passare governi "di tutti i colori" mentre il saccheggio si approfondisce, dimostrando che la vera emancipazione è possibile solo attraverso l'autogestione, la difesa intransigente del territorio e la convergenza con le lotte delle madri dei desaparecidos e delle classi lavoratrici.

La manifestazione dell'11 ottobre a Largo di Torre Argentina ha dimostrato che la lotta della classe lavoratrice migrante in Europa non è separata dalla battaglia geopolitica che si combatte sulle Ande, in Amazzonia, nei Caraibi o nell'Asia Occidentale.

Dalla resistenza contro il fujimorismo in Perù fino alla difesa irrinunciabile della sovranità in Venezuela, dove i popoli originari comandano e governano i propri territori; dalla memoria del CNI in Messico fino alla causa del popolo palestinese e iraniano, il filo conduttore è uno solo: la lotta contro un sistema imperialista decadente ma profondamente aggressivo. La dignità rivoluzionaria dei popoli non si piega nei tribunali dell'impero, non si vende alle multinazionali e si riafferma con fermezza nelle piazze, esigendo la libertà dei prigionieri politici e la restituzione della sovranità dei popoli aggrediti.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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