Il fallimento FCA con Renault

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Il fallimento FCA con Renault

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di Giorgio Cremaschi

Passano le stagioni ed i governi, ma la subordinazione del potere politico e mediatico verso la famiglia Agnelli resta una costante. Così ora la notizia del fallimento della fusione FCA Renault viene presentata come un danno terribile per la casa francese, il cui governo ha impedito un matrimonio vantaggioso, ah che guaio lo stato nell’economia.

La realtà é molto più complessa quasi opposta. La FCA è oramai un gruppo multinazionale USA con stabilimenti in Italia. Il cuore produttivo e della progettazione oramai sta oltre oceano, la sede legale in Olanda, quella fiscale, ancora, in Gran Bretagna. La famiglia Agnelli è italiana solo per le origini, anche la sua finanziaria di casa, la Exor, ha trasferito la sede all’estero.

In questi anni gli Agnelli hanno fatto grandi profitti, ma FCA e FIAT hanno perso colpi decisivi. Il gruppo ha saltato una intera stagione di innovazione tecnologica - ibrido elettrico informatizzazione - per la semplice ragione che gli Agnelli hanno preferito guadagnare piuttosto che investire. In questo è stato fondamentale Marchionne, immeritatamente beatificato, che ha costruito l’operazione Chrysler con grande ingegneria finanziaria e senza ingegneria reale. In Italia ci sono sei stabilimenti FIAT, ma i nuovi modelli non ci sono e la produzione reale è sufficiente per la metà degli impianti e dei lavoratori. 

Si stava quindi preparando una nuova crisi industriale del gruppo, quando è nata la possibilità della fusione FCA Renault. Il gruppo francese alleato con la giapponese NISSAN oggi è nella condizione opposta di quello controllato dalla famiglia Agnelli. Tanta produzione, tanti investimenti in innovazione, soprattutto sull’elettrico, ma minori guadagni, tanto è vero che l’alleanza con i giapponesi scricchiola. Il matrimonio era quindi davvero conveniente per entrambi: gli Agnelli ci mettevano un po’ di soldi e la presenza negli USA, la Renault le fabbriche e le tecnologie. Solo che alla fine l’accordo è saltato e non certo perché la FCA sia stata rigida sulla difesa della produzione in Italia, anzi questa sarebbe stato il classico vaso di coccio. No l’accordo è saltato perché lo stato francese, principale azionista Renault, voleva un ruolo decisionale importante nel nuovo gruppo e la FCA per questo è scappata. É vero che a suo tempo la FIAT aveva fatto un accordo con Obama per la Chrysler, ma quell’accordo era esclusivamente finanziario, lo stato ci metteva i soldi e la FIAT aveva la piena gestione, con l’impegno di restituirli. Cosa che effettivamente la FIAT ha fatto, ovviamente al prezzo del dimezzamento dei salari e di condizioni terribili per gran parte dei lavoratori. 

La famiglia Agnelli non è invece abituata ad uno stato che voglia controllare ciò che fa. In questo la politica italiana l’ha davvero educata male, fino ad oggi con il governo gialloverde che sì è dato per disperso e con i balbettii di CGIL CISL UIL. In Francia non andata così, la CGT si è mobilitata e assieme ad un vasto movimento di opinione pubblica ha costretto il governo ad alzare la posta nella gestione del gruppo. Una cosa simile era avvenuta un decennio fa in Germania. Marchionne aveva tentato di acquisire la Opel, ma sindacati e governi locali avevano fatto saltare la trattativa, perché consideravano la FIAT produttivamente non affidabile. 

La realtà è che la famiglia Agnelli ha buona fama solo in Italia. Altrove, soprattutto nei paesi più grandi d’Europa, no. E purtroppo in Italia la FIAT è stata abituata ad avere tutti i soldi ed i favori pubblici gratis, con un potere politico servile che ha concesso tutto senza chiedere nulla. All’estero non sempre è cosi ed allora ecco che la fusione FCA Renault salta. 

Ora sarebbe necessario che un governo italiano degno di questo nome convocasse la FCA ad un tavolo per chiedere conto di ciò che è successo e garanzie per il futuro. Perché è evidente che i contraccolpi del mancato accordo li pagheranno i lavoratori, nella stessa misura in cui avrebbero pagato quelli di un accordo. Perché l’Italia per le multinazionali è una repubblica delle banane dove si può fare ciò che si vuole, dove le perdite sono pubbliche e i profitti privati. Fino a che la politica non troverà il coraggio di ricostruire ed affermare regole ed intervento pubblico nell’economia e nelle imprese.

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