Iran, Trump alza la pressione. Pechino prova a fermare la guerra
Donald Trump afferma di non avere fretta di riprendere gli attacchi militari contro l’Iran. La strategia di Washington, almeno per il momento, punta a ottenere attraverso la pressione economica ciò che non è riuscita a conseguire sul campo di battaglia. «Stiamo paralizzando la loro economia», ha dichiarato il presidente statunitense a Channel 12, sostenendo che la popolazione iraniana sarebbe ormai esausta e che Teheran desidererebbe un accordo più che in qualsiasi altro momento dall'inizio della guerra. Trump ha tuttavia ammesso di non sapere con certezza chi prenda le decisioni a Teheran, aggiungendo che Washington non vuole essere nuovamente ingannata. Una dichiarazione che rivela le difficoltà statunitensi nel tradurre la pressione militare ed economica in risultati politici concreti. La risposta iraniana non lascia comunque spazio a interpretazioni sulla disponibilità a capitolare.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito che il Paese non cederà alle minacce di guerra, mentre il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha liquidato senza mezzi termini qualsiasi ipotesi di resa: «Non esiste nel nostro lessico». Teheran continua a indicare nella propria iniziativa diplomatica presentata all'Assemblea generale dell'ONU lo scorso settembre l'unica proposta concreta per una soluzione negoziata. Questa posizione è stata ulteriormente ribadita a Pechino da Ali Bagheri Kani, vice segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, durante un incontro con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. L'esponente di Teheran ha assicurato che l'Iran non accetterà compromessi sulla propria sicurezza nazionale, sovranità e integrità territoriale. Ha inoltre definito crimini di guerra incancellabili l'aggressione israelo-statunitense e l'assassinio della Guida suprema Ali Khamenei e dei suoi familiari.
Da parte sua, Wang Yi ha confermato il sostegno cinese alla sovranità e alla sicurezza iraniane, insistendo sulla necessità di risolvere il conflitto attraverso il dialogo e i negoziati. Un messaggio che il presidente Xi Jinping ha rilanciato nello stesso giorno durante l'incontro con il sultano dell'Oman Haitham bin Tariq, in visita a Pechino. Xi ha sottolineato che il Golfo Persico non deve trasformarsi in un terreno di competizione tra grandi potenze, ribadendo l'impegno cinese per una pace duratura in Asia occidentale. Pechino e Mascate hanno inoltre invocato una soluzione pacifica del conflitto, l'attuazione del memorandum d'intesa di Islamabad e la ripresa del dialogo tra Washington e Teheran. Parallelamente, la diplomazia cinese ha annunciato una missione del proprio inviato speciale in Medio Oriente in Iran, Oman e Arabia Saudita. La posta in gioco supera ormai ampiamente i confini regionali.
La crisi dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per i flussi energetici mondiali, ha già provocato forti ripercussioni sui mercati, costringendo Washington e l'Agenzia internazionale dell'energia a ricorrere più volte alle riserve strategiche. La nuova chiusura del passaggio marittimo, seguita alla violazione statunitense degli impegni assunti nell'ambito dell'intesa di Islamabad, dimostra quanto fragile sia qualsiasi tentativo di stabilizzazione. Il messaggio che arriva da Teheran è chiaro: la pressione economica non basterà a imporre una capitolazione. E mentre Trump scommette sull'indebolimento dell'Iran, la Cina prova a impedire una nuova escalation, consapevole che una guerra contro una civiltà e una potenza regionale di queste dimensioni avrebbe conseguenze ben oltre il Medio Oriente. Anche per l'economia globale.


