Il copione venezuelano applicato a Cuba: guerra economica, mediatica e minaccia militare
Dopo il blitz in Venezuela e il sequestro di Maduro, L'Avana accusa Washington di seguire lo stesso schema a tre fasi: strangolamento economico, campagna denigratoria e opzione della forza
di Fabrizio Verde
Un freddo vento di guerra, carico di minacce e retorica d'assedio, spira di nuovo da Washington in direzione de L’Avana. L'ultima mossa è un ordine esecutivo che non cerca più nemmeno sofisticati pretesti legali: il presidente degli Stati Uniti, invocando un'emergenza nazionale fittizia e chiaramente pretestuosa, ha deciso di imporre dazi a qualsiasi paese provi a inviare petrolio a Cuba. Per L'Avana, non è solo un inasprimento del blocco economico imposto da sei decenni. È la proclamazione di una nuova, pericolosa fase: un assedio totale e deliberato finalizzato a paralizzare ogni funzione vitale della nazione, dalla luce nelle case alle ambulanze negli ospedali, dai trattori nei campi agli autobus per i lavoratori. Una politica che il governo cubano non esita a definire "criminale", concepita per affamare non solo le industrie ma la speranza stessa di un popolo che ha l’unica colpa di aver scelto un percorso di sviluppo indipendente e sovrano.
A lanciare l'allarme più forte e articolato è stato il Presidente Miguel Díaz-Canel, parlando ai quadri del Partito Comunista a L'Avana. Il suo non è stato solo un discorso di condanna, ma un'analisi lucida e preoccupata di una strategia imperiale che ha smesso di nascondere i suoi obiettivi finali. Díaz-Canel ha tracciato un filo rosso che collega l'aggressione militare al Venezuela del 3 gennaio scorso - con il suo tragico tributo di 32 combattenti cubani caduti impegnati nella difesa di Maduro - alla morsa che oggi si stringe attorno all'isola. Quell'evento, ha spiegato, è stato il banco di prova di una dottrina aggiornata della "pace attraverso la forza", un copione che ora viene riscritto per Cuba.
Il copione, secondo la lettura cubana, si sviluppa su tre livelli paralleli e sinergici. Il primo è la guerra economica totale, simboleggiata dal taglio del flusso vitale del carburante. Il secondo, apertamente sbandierato da alcuni settori dell'amministrazione USA, è la minaccia militare diretta, espressa in dichiarazioni che parlano di "entrare e distruggere il luogo". Il terzo, più subdolo e pervasivo, è la guerra non convenzionale: una battaglia ideologica per strappare un popolo alle sue radici culturali e rivoluzionarie, combattuta nel grande palcoscenico dei media globali e dei social network, dove si "assassina la reputazione" di leader e Stati prima di passarli alle armi vere. Venezuela docet.
È in questo contesto che Díaz-Canel ha denunciato con forza la volontà “annessionista”, il riemergere euforico di quei settori che, soprattutto nella diaspora, vedono in un intervento statunitense la soluzione magica ai problemi dell'isola. A costoro il Presidente ha rivolto una domanda bruciante: "Quando capiranno tutte le falsità degli argomenti di Trump, che dice di interessarsi al benessere del popolo cubano?". La risposta, implicita, è che l'impero non è interessato al benessere, ma all'esempio. Temono ciò che Cuba, libera dal blocco, potrebbe dimostrare al mondo: che un altro modello sociale, fondato sulla giustizia e la solidarietà, è possibile.
Di fronte a questa sfida esistenziale, la risposta cubana si articola su un duplice binario, apparentemente contraddittorio ma profondamente coerente con la sua storia. Da un lato, la fermezza incrollabile e la preparazione alla difesa. "Mai la resa sarà un'opzione", ha tuonato Díaz-Canel, evocando lo spirito dei caduti in Venezuela e promettendo che qualsiasi aggressione militare troverebbe una resistenza valorosa e determinata. La nazione è in stato di allerta, consapevole che la posta in gioco è la sovranità stessa.
Dall'altro lato, persiste e si rafforza l'offerta di un dialogo civile. Cuba riafferma la sua storica disponibilità a sedersi a un tavolo con gli Stati Uniti, ma lo fa ponendo condizioni chiare e non negoziabili: parità sovrana, mutuo rispetto, non ingerenza e assoluto rispetto del diritto internazionale. È la posizione di un paese che si considera di pace, che non rappresenta una minaccia per la sicurezza di Washington, e che ricorda come il vero pericolo per la stabilità regionale provenga proprio dalla politica di forza e dall'unilateralismo dell'amministrazione statunitense.
Infine, c'è la risposta quotidiana, fatta di lavoro e resistenza. La seduta straordinaria del Comitato provinciale del partito a L'Avana, ultimo di una serie di incontri in tutto il paese, ha approvato centinaia di impegni per il 2026. Si parla di incrementare la produzione alimentare, di potenziare le esportazioni, di migliorare i trasporti e i servizi medici, di avanzare nella trasformazione digitale. È la prova che, mentre denuncia l'aggressione dalla tribuna dell'ONU e mobilita la solidarietà internazionale, Cuba non si limita ad attendere. Sta cercando, superando ostacolo dopo ostacolo, di costruire la propria prosperità. La sfida è titanica: sviluppare un'economia moderna sotto un assedio progettato per impedirglielo. Ma il messaggio è chiaro. Di fronte alla scelta tra il dominio straniero e la difesa della patria, Cuba ha già fatto la sua scelta. E non intende tornare indietro. La parola d’ordine è sempre la stessa: “Patria o muerte”.

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