Gli umarel dei tg

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Gli umarel dei tg

 

di Marco Trionfale

Nella terribile tragedia di Crans-Montana, costata la vita a tanti giovanissimi, vi è un elemento che mi ha particolarmente colpito. Molti di noi hanno puntato l’indice sul comportamento di alcuni di quei ragazzi che di fronte ai primi segnali d’incendio sono rimasti a filmare, convinti che tutto si sarebbe in qualche modo risolto. Una reazione giudicata irresponsabile. Tutti abbiamo pensato all’incirca: “Ci fossi stato io, al primo svilupparsi di una piccola fiammella, sarei di certo intervenuto spegnendola, o, se non fosse stato possibile, avrei subito imboccato quella piccola scala e sarei fuggito.

Insomma, avrei agito.

Abbiamo presunto, dai nostri comodi divani, di saper far meglio rispetto a chi era sulla scena del disastro.

Un atteggiamento che mi ricordava qualcosa. E subito mi sono venuti in mente gli umarel.

Gli umarel sono una figura tipica della Romagna e, credo, di tutta l’Italia: vengono così chiamati quei signori che si posizionano oziosamente a fianco dei cantieri, e, vantando competenze immaginarie, indicano a dito i presunti errori degli operai, o in alternativa si mettono a battibeccare tra loro sulla realizzazione del progetto, spesso del tutto privi della benché minima cognizione di causa, ma ormai liberi, in quanto pensionati, da ogni onere di prova.

Ecco, mi pare che seguendo i tg assumiamo un atteggiamento simile. Accogliamo le notizie in due modi: o come strumento per sentirci moralmente superiori a qualcuno, o come base su cui dividerci in schieramenti ultras.

Dando per scontato, in entrambi i casi, che non sia compito nostro modificare la realtà.

Di fatto, nel tragico caso di Crans Montana, abbiamo criticato chi è rimasto fermo a guardare, senza renderci conto che in questo momento stiamo facendo esattamente la stessa cosa: restare immobili, mentre un incendio comincia a divampare davanti ai nostri occhi.

Siamo rimasti a guardare l’inizio di una guerra in Europa, e addirittura siamo rimasti zitti e fermi mentre i nostri governanti la alimentavano, buttandoci armi come legna in un camino.

Abbiamo assistito per due anni a un genocidio, ci siamo risvegliati un attimo, giusto il tempo di farci notare, ottenendo un risultato minimo, e siamo tornati a occuparci d’altro.

Abbiamo osservato imperterriti l’impero coloniale che da sempre ci domina buttare giù la maschera e palesarsi come stato canaglia, con atti di pirateria, furti, sequestri di persona, avvertimenti mafiosi e omicidi mirati dei propri stessi cittadini.

E tutto ciò che riusciamo a fare di fronte a questi principi di incendio è commentare, sentirci superiori, puntare il dito, battibeccare tra noi.

Perché non reagiamo seriamente?

Certo, lo so che molti lo fanno, con rabbia e passione, rischiando sulla loro pelle, non voglio in alcun modo minimizzare l’attività di coloro che si impegnano, ma se provo a immaginare lo sguardo degli storici del prossimo secolo (ammesso arrivi ad esistere), credo che appariremo nel complesso colpevolmente passivi.

Immaginarsi un complesso, un’unità, questo è la prima fatica.

Chi ha la sventura anagrafica di ricordare gli anni Settanta, non può non notare la differenza di impegno (sincero, velleitario, opportunistico… bah, se ne potrebbe parlare per mesi…); si scendeva in piazza per la fame nel Bangladesh, per la guerra nel Biafra, si faceva pressione sul governo per tantissime cose.

E poi?

Ci siamo stancati.

Tutto è avvenuto gradualmente, senza che ci dessimo troppo peso: abbiamo taciuto sulle missioni di pace, sulle esportazioni di democrazia, sulle cosiddette extraordinary rendition, quei sequestri di persona fatti alla luce del sole, constatando che a noi non accadeva niente di male; abbiamo taciuto sull’esistenza di Guantanamo, sugli omicidi mirati, sulla detenzione di Assange e di altri giornalisti, e ancora non ci è successo niente. 

Abbiamo così tacitamente accettato che la linea rossa da non oltrepassare da parte del potere, si spostasse negli anni dalla legalità rispettata, per lo meno formalmente, al più brutale e dichiarato progetto genocida.

Non so voi, ma io sono circondato da persone cresciute nel modo giusto, leggendo libri giusti, ascoltando cantautori giusti e rock band giuste, guardando i film giusti, che oggi giustificano ogni nefandezza, in nome del mantenimento di un ordine, che riconoscono essere privo di legittimità, ma che alla fin fine è quello che ci garantisce quella cosa che sbrigativamente chiamiamo benessere.

È come se valori quali giustizia ed uguaglianza fossero lussi che ci si può permettere solo nei momenti belli; come una pelliccia da indossare alle feste, ma da portare urgentemente al Monte di pietà quando gli affari vanno male.

Come è stato possibile un tale scivolamento?

Lo so, lo so, l’atomizzazione della società; ognuno di noi è divenuto una monade con un cellulare in mano, ma sono un po’ stufo di sentirlo ripetere: non c’è modo di modificare tutto ciò?

In sintesi: che fare?

Personalmente tento di seguire il decalogo in quattro punti del compianto Goffredo Fofi:

  1. Resistere
  2. Studiare
  3. Fare rete
  4. Rompere i coglioni

In cui chiaramente il punto 3, fare rete, è il più problematico e portatore di contraddizioni.

Eppure l’abbiamo visto che può funzionare, che quando le manifestazioni propal hanno assunto grandi dimensioni il potere si è allarmato ed è corso ai ripari, affinché tornassimo a distrarci.

Fare rete deve essere il nostro primo obiettivo, rispetto al quale purtroppo toccherà ingoiare rospi giganteschi: rinunciare all’impulso di sottolineare la propria superiorità morale verso chi è più incline a compromessi, accettare che si unisca alla lotta chi per anni se ne è fregato, e dà per scontato che la sua parola valga come la nostra, accettare come alleato chi sta solo cercando di posizionarsi per un suo tornaconto, considerare, e qui la dico grossa, il partito traditore della sinistra per antonomasia, il PD, come un alleato momentaneo e strategico.

Questo per me significa fare rete.

È giusto tutto questo? Assolutamente no, ma la giustizia è un bene di lusso che andremo a riscattare un giorno, e indosseremo in tempi migliori.

Perché da qui in avanti si muore.

P.S. Marco Trionfale ha telepaticamente captato i 92 minuti di fischi seguiti all’affermazione riguardo il Pd. Per cancellare ogni sospetto di torbida affiliazione e dare valore alla sua posizione può soltanto citarsi addosso, sottolineando come entrambi i suoi libri in commercio, “Albeggerà al tramonto” e “Il tempo del secondo sole”, siano talmente critici nei confronti di quel partito, da aver subito una strisciante discriminazione nei microambienti sottoculturali dell’editoria.

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In un futuro molto prossimo, il potere ormai libero da ogni forma di controllo, non temendo l’opinione pubblica, disgregata e distratta, non temendo l’informazione, complice e acquiescente, non temendo la magistratura, riformata e sottomessa, è divenuto sempre piu simile ad un adolescente in delirio di onnipotenza.

Un paio di iniziative governative, nemmeno piu sgangherate di altre, faranno però sì che un gruppo di anziani decida giunto il momento di ribellarsi. Memori delle antiche forme di organizzazione, costituiranno una banda talmente acciaccata ed improbabile da sfuggire ai radar del potere e sfruttando la sua idiozia porteranno a termine un’azione formidabile e insensata che sconvolgerà il mondo intero.

Un percorso di speranze e di paure, di slanci lirici e dolori fisici, di imprevisti e botte di fortuna, comico e drammatico allo stesso tempo, sul quale il gruppo di anziani avra un minimo controllo, che produrra risultati imprevisti, ma che avra l’effetto di mantenere intatta la loro dignità e dare una speranza per un nuovo sol dell’avvenire.

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IL TEMPO DEL SECONDO SOLE

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L’ATTESISSIMO SEGUITO DI “ALBEGGERAì AL TRAMONTO”!

In tutto il mondo, in seguito alle vicende narrate in Albeggerà al tramonto, si sono accesi centinaia di focolai di ribellione. Gruppi di potere nemmeno troppo occulti reagiscono con determinazione e violenza, spalleggiati dai governanti eletti che loro stessi controllano. A contrastarli si erge una rete internazionale segreta, che si rivela al mondo adottando il nome di Sesta Internazionale, con l’obiettivo dichiarato di convogliare le proteste in un unico movimento compatto. Nel frattempo, a Corvina, un misterioso omicidio scuote la città e coinvolge il gruppo di vecchietti del Bar New Age. Con Ercole in ospedale, Catozzo in galera, Belli latitante, tutti sotto processo per il rapimento dell’ex Sindaco, e Baldi costretto a nascondersi per sfuggire all’arresto, toccherà ai componenti superstiti della banda risolvere il caso. Ne scaturirà una serie di vicende ai limiti del possibile, nelle quali le debolezze individuali si tramutano in forza, l’umanità in efficienza e le paure in motivi di coraggio. Marco Trionfale, tornando a Fratti e riprendendo il filo di Albeggerà al tramonto, racconta nel consueto stile comico e surreale le imprese degli anziani combattenti del quartiere e presenta nuovi personaggi che portano nel gruppo la loro voglia di lottare per la propria e la nostra libertà.

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