“EPSTEIN FURY” (di Andrea Zhok)

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“EPSTEIN FURY” (di Andrea Zhok)

 

di Andrea Zhok*

Il “Times of Israel” di ieri (10/03) dedica un articolo a ciò che per molti era chiaro dall’inizio: l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran non ha alcuna data di scadenza prevedibile e non ci sono segni di un collasso del regime, né di una “rivoluzione colorata”.

Potremmo compiacerci di aver avuto ragione. In molti capivano perfettamente da subito che la strada dell’aggressione frontale può avere semmai l’effetto di consolidare un regime e di radicalizzarlo, ben difficilmente di persuadere la popolazione che chi li bombarda gli vuole bene e fa i loro interessi.
Potremmo concludere che il Mossad e il Deep State americano siano imbecilli, gente incapace, che non è riuscita neppure a considerare probabile un esito che a moltissimi appariva certo.

Non stiamo parlando naturalmente di Trump, che potrebbe perfettamente aver creduto che in 4 giorni lo avrebbero incoronato imperatore dell’Iran e che perderà le elezioni di mid-term (l’uomo, lasciato a sé stesso, potrebbe girare in tondo tutto il giorno alla ricerca del proprio culo.)
Il punto è che queste decisioni non le prende Trump, se non formalmente, e la sua condizione di minorità rende semplice usarlo come cavatappi dai veri decisori (come Biden prima di lui.)

Insomma, può darsi che i decisori reali abbiano davvero sbagliato clamorosamente i conti, ma è altrettanto possibile, anzi più probabile, che lo scenario di un conflitto duraturo sia stato non solo messo in conto, ma visto con favore.

E qui è opportuno riflettere un momento su cosa comporterebbe uno scenario del genere, uno scenario in cui il conflitto si prolunga per mesi.
A chi giova? Chi sono i perdenti in questo scenario?

Lasciamo perdere le popolazioni, i civili, l’ambiente, ecc. tutte cose che per gli oligarchi del potere mondiale sono insetti, tutt’al più interferenze che meritano al massimo un bonifico extra ai loro giornali, per far passare la narrativa adatta.

I primi perdenti sono i paesi del Golfo, paesi ricchissimi, ma anche fragilissimi, paesi che si illudevano di essere “sotto l’ombrello americano”. Sta succedendo loro quello che succederà agli europei che ancora si illudono di essere “sotto l’ombrello della Nato”. Il giorno in cui l’ombrello serve, si accorgeranno di non essere “sotto l’ombrello”, ma di essere loro l’ombrello, che riceve la pioggia al posto degli USA.
Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, ecc. uscirebbero rovinati da una guerra prolungata. (Il mercato immobiliare a Dubai ha perso un quinto del suo valore in una settimana). Ora, i governanti di questi paesi possono ben minacciare di ritirare i loro capitali dal mercato statunitense, come hanno fatto, ma per investirli dove? In Cina? La verità è che quello che sta già ora accadendo è esattamente il contrario: si sta disinvestendo dai paesi del Golfo e i capitali disinvestiti si spostano nei loro “hub” di riferimento cioè New York o Londra.

I secondi perdenti sono i soliti cabarettisti cotonati dell’Unione Europea, che si agitano per fingere di contare, si spendono in lezioni a orologeria di moralità internazionale, ma dopo aver tagliato eroicamente i ponti con la Russia per i propri rifornimenti energetici, ora vedono ridursi gli approvvigionamenti di gas e gasolio, per la chiusura dello stretto di Hormuz. Il risultato è del tutto ovvio: ulteriore desertificazione industriale, con le industrie maggiori che trasferiscono la loro produzione negli USA.

Il terzo possibile perdente, ma al momento non sta accadendo, sarebbe la Cina, che viene messa in difficoltà nei propri approvvigionamenti petroliferi. Anche questa opzione è evidentemente gradita agli oligarchi israelo-americani.

Infine, ma forse più importante di tutte le motivazioni: incombe l’ombra di una stagflazione mondiale. La stagflazione sarebbe qui una combinazione di inflazione interna di origine esogena (dovuta all’aumento dei prezzi dell’energia) e rallentamento della produzione industriale.

Qualcuno ingenuamente potrebbe dubitare che questo sia un esito gradito ai decisori apicali, alle oligarchie finanziarie. Ma in verità questo esito è desiderabilissimo per chi ha un eccesso di capitali accumulati che fanno fatica a trovare investimenti – e che al momento forniscono rendite molto basse.
Come sempre (vedi pandemia) non bisogna guardare alle perdite di breve periodo, ma alla redistribuzione di potere comparativo nel tempo.

Una stagflazione mondiale opera come un meccanismo darwiniano, dove chi ha maggiori scorte può permettersi perdite momentanee (come nei meccanismi di dumping) e uscirne in una posizione consolidata. Alla fine di una crisi stagflattiva i capitalisti di medio livello scivolano verso il basso, mentre il vertice finanziario si consolida.

Le massive distruzioni che una guerra produce rappresentano, alla fine della stessa, straordinarie occasioni di investimento per chi ha capitali fermi in abbondanza.

Ora, non è detto che tutti questi processi filino come desiderato. Ci sono alcune possibili criticità. La maggiore è rappresentata dalla tenuta della popolazione israeliana, che potrebbe ad un certo punto fare pressione sul proprio governo per staccare la spina. Non credo sia un caso che, per “ragioni di sicurezza nazionale”, la copertura interna e internazionale delle distruzioni interne ad Israele questa volta è pressoché nulla. La censura è draconiana. Come al solito, nel mondo moderno se una cosa non appare in TV non esiste. (Se una bomba ti capita sotto casa, ma al Tiggì non ne parlano, vuol dire che sei stato privatamente sfortunato; te ne fai una ragione.) Quanto questo gioco di negazione possa durare non è chiaro.

Ma alla fine, come accade sempre per i decisori accorti, gli esiti contemplati sono tutti favorevoli (Win – Win).

Se il regime iraniano collassa, il paese e le sue risorse verranno saccheggiate e la Cina messa in un angolo.

Se resiste, ad essere drenati saranno i paesi del Golfo e l’UE, indebolendo forse un po’ la Cina.
 
In entrambi i casi la lobby Epstein ne esce più grassa e potente di prima.

*Post Facebook del 11 marzo 2026

Andrea Zhok

Andrea Zhok

Professore di Filosofia Morale all'Università di Milano

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