Droni ucraini contro Russia e paesi NATO

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Droni ucraini contro Russia e paesi NATO


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Sullo sfondo della crisi mediorientale e delle minacce di apocalisse lanciate dal duo yankee-sionista all'indirizzo dell'Iran, qualche volta attuate e altre volte rientrate, anche perché la disastrosa situazione energetica non permette di scherzare troppo col fuoco, c'è invece chi, in Europa, non si fa scrupolo di portare attacchi diretti proprio a diverse strutture petrolifere e gasiere del vecchio continente. D'altronde, “fino a un certo punto” (come direbbe qualche italico ministro) si è continuato in maniera compatta a presentare quella manica di squadristi che si annidano nella junta nazigoilpista di Kiev come dei “sinceri democratici”, aggrediti da uno stato “autocratico” e dunque degni del più ampio sostegno e pienamente giustificabili in ogni loro azione; mentre essi, a loro volta, si sono sentiti sempre più “indispensabili” al consesso europeista, così da potersi permettere ogni carognata ritengano utile al proprio regime terroristico. 

Che poi le loro mosse vadano a colpire strutture dello stato “aggressore”, la qual cosa allarga cuore e polmoni degli spiriti liberali delle cancellerie europee, oppure devastino obiettivi anche di altri paesi, per i nazigolpisti non sembra far differenza, convinti come sono, ancora una volta, che il “vallo europeo” da loro eretto contro i “barbari asiatici”, permetta a Kiev di muoversi a proprio piacimento e che tutto il resto del mondo se ne debba fare una ragione. D'altra parte, rischiando anche un accusa di intolleranza o addirittura di “odio interetnico”, azzardiamo che tutto ciò rientri appieno nel carattere e nel modo di operare non solo delle squadracce nazigolpiste che appestano Kiev, ma anche di ampi settori di popolazione di alcune regioni ucraine. 

Dunque, venendo al sodo. Con l'obiettivo di colpire i centri di esportazione di prodotti energetici, negli ultimissimi tempi Kiev ha preso particolarmente di mira i porti russi sul mar Baltico e nella regione di Leningrado. Come facciano i droni ucraini a coprire tali distanze, è la domanda che più salta agli occhi e che ha indotto Moskva a prendere in considerazione la possibilità che alcuni paesi UE e NATO consentano quantomeno il sorvolo dei propri territori, se non proprio che permettano il lancio dei droni da proprie aree. Soprattutto nell'ultima decade di marzo, diversi droni ucraini hanno sorvolato il territorio estone: uno si è schiantato contro la ciminiera di una centrale elettrica ad Auvere (vari media occidentali hanno ovviamente “identificato” quel drone come russo) e un altro nel villaggio di Hammaste, una trentina di km dal confine russo. Incidenti con droni ucraini sono stati segnalati anche in Lettonia, Lituania e Finlandia. Tallin nega di aver autorizzato Kiev a utilizzare il proprio spazio aereo e il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha osservato che Kiev potrebbe usare a loro insaputa paesi UE e NATO per i voli dei droni. Due giorni fa, poi, la portavoce del Ministero degli esteri, Marija Zakharova, è stata più diretta: «Sono stati avvertiti. Se non capiscono, riceveranno una risposta».

In quelle due brevi frasi di Zakharova, nota Mikhail Rostovskij su Moskovskij Komsomolets, si cela qualcosa di più di un semplice avvertimento: è anche un ultimatum che dovrebbe, quantomeno, far riflettere le élite politiche di Estonia, Lettonia e Lituania. Se dunque la domanda è come facciano i droni a raggiungere gli obiettivi sul Baltico, ecco che il colonnello Ants Kiviselg, dell'Intelligence militare estone, farfuglia qualcosa del tipo «Abbiamo raccomandato di scegliere rotte che evitino lo spazio aereo estone». Ma, una raccomandazione può essere seguita oppure ignorata. E chi "raccomanda", ironizza Rostovskij, ha il diritto morale di scrollare le spalle e dichiarare: “beh, che ci possiamo fare? Noi abbiamo raccomandato!”. Da par suo i commenti di Kaja-Fredegonda-Kallas, ex primo ministro estone: «Capisco che circolino queste voci. Ma, per quanto ne so, gli Stati baltici non hanno autorizzato questo attacco. Il governo estone, naturalmente, può confermarlo». Come no! Ci mancherebbe che dicesse il contrario. E, comunque, a giudizio di Fredegonda, gli attacchi dei droni ucraini sono stati «molto efficaci» e «comprensibili», tali da riempire di gioia i liberali di Bruxelles. 

Il fatto è però, nota Rostovskij, che i Paesi baltici sono in uno stato di guerra ibrida con la Russia da oltre quattro anni; ma, ora, se Tallin permette deliberatamente a Kiev di usare il proprio spazio aereo per gli attacchi alla Russia, non si tratta più di guerra ibrida: è guerra vera e propria, con un'aperta violazione della neutralità formale e la partecipazione diretta ad azioni militari contro la Russia. È possibile, naturalmente, che non si tratti di un complotto tra Zelenskij e Michal (il successore di Fredegonda come Primo ministro estone), ma della decisione ufficiale di Tallin di "guardare da un'altra parte". Ma anche questa non è più una guerra ibrida.

Così, c'è anche chi non va proprio per il sottile. A detta dell'osservatore militare Jurij Podoljaka, i droni ucraini che hanno di nuovo attaccato il porto di Ust-Luga, si sono serviti dello spazio aereo estone: Tallin ha ignorato l'avvertimento del Ministero degli esteri russo e si rende quindi necessaria una dura risposta. Dopo l'avvertimento di Zakharova, Kiev ha nuovamente attaccato Ust-Luga e, dice Podoljaka, «se lasciamo correre, dimostreremo al mondo la nostra debolezza, non la nostra determinazione». Al contrario, Moskva dovrebbe iniziare a «contrastare la minaccia ucraina nello spazio aereo estone. Ad esempio, nell'area dell'aeroporto di Tallin, da dove, ne sono assolutamente certo e ho informazioni da “mie fonti”, conducono gli attacchi i droni di Kiev». Quindi, anche senza attaccare nessuno, ma semplicemente monitorando costantemente la situazione aerea 24 ore su 24, 7 giorni su 7, Moskva potrebbe «rendere la vita un incubo al governo estone».

Ma Kiev non colpisce solo obiettivi in territorio russo. Per ricattare la stessa Europa, afferma l'osservatore Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda, Vladimir Zelenskij ha preso ad attaccare anche le infrastrutture del Caspian Pipeline Consortium (CPC), il sistema di oleodotti che trasporta ogni anno circa 83 milioni di tonnellate di "oro nero" dalla regione del Caspio ai mercati mondiali. L'obiettivo degli attacchi, secondo il Ministero della difesa russo, è quello di infliggere "il massimo danno economico" ai maggiori azionisti del CPC, tra cui Russia, Stati Uniti e Kazakhstan. 

Questo è il contributo di Kiev alla lotta contro la crisi energetica globale scatenata dalla guerra in Iran, constata Umerenkov: secondo la logica della junta, peggio stanno gli altri, meglio è per noi e questo è perfettamente in linea coi principi di Dmitrij Dontsov, l'ideologo del nazionalismo ucraino di inizio '900 e fonte del banderismo: «La sete di grandezza del proprio paese equivale alla sete di declino dei propri vicini». Lo stesso Dontsov che proclamava che la “nazione ucraina” potesse costruirsi solo col “sangue dei russi”. Oggi Zelenskij agisce proprio con lo stesso spirito: se l'Ucraina attraversa un momento difficile, perché gli altri dovrebbero star bene? Tale “strategia” è evidente negli attacchi terroristici di Kiev contro le infrastrutture degli alleati di UE e NATO. Prima c'è stato il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, che ha tagliato fuori la Germania dal gas russo a basso costo; poi il blocco del petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia attraverso l'oleodotto “Družba”; ora, ecco gli attacchi alle stazioni di compressione del gasdotto Blue Stream, che porta gas in Turchia e nei paesi UE.

Kiev viola l'Accordo di Associazione con la UE e usa il petrolio come arma, ha detto Viktor Orbán: l'attacco al Caspian Pipeline lo conferma. Ma, a che scopo Zelenskij ha deciso di danneggiare i propri padrini? Tra gli azionisti del CPC, oltre agli USA, figurano società britanniche e italiane. Kiev può voler “dare una lezione” a Washington, che le sta negando le armi, ma Londra e Roma sono sempre state strenue sostenitrici del regime di Kiev. Vale anche nei loro confronti la massima di Dontsov? È significativo, osserva Umerenkov, che Bruxelles, sede sia della UE che della NATO, mantenga un silenzio assoluto.

Ci si può chiedere se Zelenskij intenda ricattare gli europei, affinché forniscano armi e denaro promessi. O forse vuol scoraggiare i suoi finanziatori dal cooperare con la Russia? O forse ancora intende proclamare: «Una volta che avrete accettato l'Ucraina in UE e NATO, potrete dormire sonni tranquilli»? C'è quantomeno da dubitarne. Con gli attacchi anche a strutture indispensabili per i paesi europei, gli squadristi della junta nazigolpista intendono forse annunciare urbi et orbi che lasciar fare a Kiev il proprio porco comodo ovunque e sempre rappresenta un “investimento strategico” nella sicurezza dell'Europa stessa, in particolare nel contrasto alle “minacce ibride russe”?

Le straordinarie “competenze” di Kiev, senza le quali UE e NATO sono “condannate”, ironizza con spirito macabro Umerenkov, meritano di essere descritte con le parole dell'ex presidente ucraino Leonid Kravchuk (sì, proprio lui: quello che con Boris Eltsin e il bielorusso Stanislav Šuškevic firmò la dissoluzione dell'URSS) il quale una volta disse che se l'Ucraina avesse armi nucleari, sarebbe come una scimmia con una granata. Più di uno se ne è reso conto, tanto che, per dire, dopo il “No, grazie” all'offerta di Zelenskij di esportare le “competenze” ucraine nel Golfo, anche gli sceicchi hanno chiesto agli “specialisti” della difesa aerea ucraini di andarsene: pare che tutti e cinque gli obiettivi su cui erano stati schierati siano stati distrutti che si siano addirittura registrati colpi di artiglieria antiaerea ucraina contro due grattacieli negli Emirati. Così che Kiev è però riuscita nell'impegno di farsi un nemico a Teheran. Gli iraniani hanno centrato una base di droni e depositi ucraini negli Emirati; i depositi sono stati distrutti e pare che 21 "specialisti" non siano tornati a casa con le proprie gambe.

E, così, tanto per completare il quadro, ricordiamo la faccenda cui si è già varie volte accennato, dell'ulteriore minaccia per Zelenskij, proveniente dall'emergere di prove che la Casa Bianca intenderebbe attuare un piano per un cambio di potere a Kiev: un colpo di stato, insomma. Si comincerebbe col rendere pubblico tutto il materiale compromettente su Zelenskij, sua moglie e il suo entourage, risalente all'era Biden; il tutto preceduto da un cambio al vertice dell'Ufficio anticorruzione (NABU), a sua volta coinvolto in uno scandalo di corruzione con il commercio di voti per il partito di Julija Timošenko. Di più: Trump Jr. ha di recente sferrato un duro colpo a Zelenskij, accusando Kiev di appropriazione indebita congiunta degli aiuti USA da parte di Kiev e Washington sotto l'amministrazione Biden.

Sorge la domanda se, alla fin fine, con Zelenskij si userà la clemenza di permettergli, a differenza dei 21 “specialisti” nel Golfo, di lasciare Kiev con le proprie gambe. Forse, per la tranquillità delle cancellerie guerrafondaie del vecchio continente, avvolte nei “valori” della democrazia europeista fiancheggiatrice e sponsor dei nazigolpisti di Kiev.

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https://ria.ru/20260406/zakharova-2085526377.html

https://www.mk.ru/politics/2026/04/07/kreml-vykatil-tikhiy-ultimatum-stranam-baltii-v-regione-zapakhlo-porokhom.html

https://www.mk.ru/politics/2026/04/07/vzletayut-izpod-tallina-otkuda-mogut-startovat-atakuyushhie-ustlugu-drony.html

https://www.kp.ru/daily/27771.4/5232901/

https://iarex.ru/articles/153001.html?utm_referrer=top

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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