"Da noi mascherina obbligatoria, per otto ore!" La testimonianza di un lavoratore in una fonderia

"Da noi mascherina obbligatoria, per otto ore!" La testimonianza di un lavoratore in una fonderia

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Qualcuno si è chiesto che cosa significhi indossare continuativamente una mascherina naso-bocca quando si lavora al caldo e/o si fa fatica, qui e là nel mondo (1)?  A questo si è aggiunto il carico del greenpass con tamponi ravvicinati e del super-greenpass (vaccinazione o “guarigione”) per gli over-50, come condizione per accedere al lavoro. Vorremmo raccontare, in modo anonimo, alcune storie da luoghi di lavoro disagevoli nei quali oltretutto le regole “antipandemiche” sono state applicate al di là delle stesse prescrizioni. Chi vuole ci scriva (info@lantidiplomatico.it)

 

Vi pubblichiamo la prima testimonianza: un lavoratore di una fonderia.

 

Il tuo lavoro non è in un comodo ufficio con aria condizionata...

Lavoro in una fabbrica del settore elettrico. Siamo in duecento. Lì hanno regole rigidissime da subito, e sono rimaste sempre quelle. Distanziamento di due metri, non uno. E mascherine. Siamo militarizzati. Subito arriva qualcuno a dirti “mascherina!”. Otto ore così. La ditta fornisce le mascherine. Comunque credo sia così in tutte le fabbriche.

 

Ma il Dpcm del 26 aprile 2020 (2) imponeva la mascherina solo se non si mantiene la distanza…

No, da noi mascherina obbligatoria, per otto ore di lavoro. La FFP2 se si è a contatto con altri lavoratori, chirurgica negli altri casi. Prima della pandemia si mettevano le mascherine solo nelle aree della colata e dove  si rompe la sabbia con le resine. Ma per pochi minuti, non otto ore.  E non si sa fino a quando.

 

Data la situazione attuale, toglieranno finalmente le mascherine al chiuso in contesti pesanti come il vostro?

Eh no. Da noi non le toglieranno fino ad agosto… Sono un po’ fiscali, diciamo.

 

Fa caldo in fonderia.

Il metallo fonde a 800 gradi. Chi lavora a contatto con il metallo sono una trentina di persone. Poi di fianco al reparto dove si cola c’è sempre una temperatura media di trenta gradi. Poi ci sono lavori diversi, chi avvita bulloni e chi prende un mestolo di metallo fuso.

 

E i sindacati? E il medico del lavoro?

I sindacati hanno spinto per la “sicurezza”, d’accordissimo con l’azienda. Il medico del lavoro passa, ci fa pseudo-visite e trova che va tutto bene. Non ci difende. Del resto adesso tutto passa in secondo piano: riapriranno la cassa integrazione per i cali produttivi dovuti alla guerra.

 

E il greenpass?

Quando è stato introdotto, sono stato (con altri) fuori dai cancelli. I sindacalisti sono venuti fuori a monitorare la situazione. Siamo stati un po’ discriminati, anche fra colleghi… E i sindacati insistevano: “andate a vaccinarvi”. Poi mi sono messo in mutua, in ottobre. Diverse settimane e non mi hanno pagato. Non sono l’unico. Bisognava fare un giorno di presenza con il greenpass e solo dopo ti mettevi in mutua. E’ stato un decreto fatto al momento. E violando il principio che è il medico a decidere. Ma l’azienda, lo Stato, l’Inps, non so di chi è la colpa, hanno deciso che non andavamo pagati. Poi sono tornato in fabbrica, facendo continuamente i tamponi. Successivamente è arrivato il super-greenpass per gli over 50. Fortunatamente ho avuto la Covid. Me la sono cavata. Per un po’ di mesi sono a posto. Come altri colleghi. Quelli invece che... non sono riusciti ad avere la malattia e non hanno 50 anni, fanno il tampone. 

 

(1) Il problema è stato sollevato molto poco in Italia (timore di essere additati come no mask?) e di più in Francia, grazie all’Institut national de recherche et de sécurité pour la prévention des accidents du travail et des maladies professionnelles (Inrs). «Altiforni, fonderie, reparti saldatura, ma anche lavanderie… e all’esterno lavoratori agricoli, addetti al verde, muratori… oltre i 28 °C per un’attività che richiede sforzo fisico, e oltre i 30 °C per un’attività sedentaria, il caldo può essere un rischio per i lavoratori. (…) E portare la mascherina è un problema ulteriore: occorre ripensare l’organizzazione del lavoro, degli orari, delle pause e degli spazi, riservando poi l’uso della mascherina alle sole situazioni incompatibili con il distanziamento fisico».

 

(2) Il decreto in questione, “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da

Covid-19”, conteneva un protocollo condiviso fra governo e parti sociali che, quanto alle mascherine, prevedeva «laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, con adozione di strumenti di protezione individuale». Idem per i cantieri.

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