Covid-19:  i conti cantano

Covid-19:  i conti cantano

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Di Luca Busca

Metodologia

Per l’acquisizione dei dati necessari allo studio è stata utilizzata una sola fonte, l’ISTAT, l’unica abilitata a elaborare questo tipo di informazioni. Sono stati acquisiti i numeri relativi ai decessi dall’anno 2017 al 2022 divisi per fasce di età di cinque anni ciascuna, come indicato nella tabella riassuntiva. Per il 2022 l’Istituto Nazionale di Statistica non ha ancora calcolato la suddivisione in fasce di età. Per tutti gli anni è stato riportato il totale dei decessi e la somma della divisione in fasce. Le due cifre non corrispondono ma dietro la discrepanza non si nasconde alcun complotto. La difformità, infatti, riguarda tutti i sei anni presi in considerazione ed è prodotta, probabilmente, da una diversa modalità di rilevamento dei dati.

Sulla base dei numeri raccolti è stata calcolata la media pre-pandemica (anni 2017, 2018 e 2019) sia delle singole fasce di età sia dei due totali e della differenza tra di essi. Per gli anni 2020, 2021 e 2022 è stato calcolato l’eccesso di mortalità per ogni singola fascia di età (escluso il 2022 di cui non ci sono ancora dati sufficienti), quello dei totali sia in numero di decessi sia in percentuale sull’anno precedente. È stato infine inserito il dato relativo alla popolazione residente, sempre da fonte ISTAT, che ha fatto registrare un calo costante in tutti gli anni presi in considerazione. La diminuzione è dovuta in gran parte alla drastica riduzione delle nascite, compensata solo parzialmente dall’immigrazione. Sulla decrescita della popolazione ha inciso anche l’aumento dei decessi che ha caratterizzato gli anni dal 2020 al 2022. Questo dato è stato utilizzato per calcolare il tasso di mortalità.

 

Considerazioni

  1. Analizzando il 2020 si registra un incremento dei decessi rispetto alla media pre-pandemica di 97.869 unità pari al 15,1% sul totale, mentre sulla somma delle fasce di età si registra un aumento ancor più consistente: 101.447 unità pari al 15,9%. Appare quindi evidente che nel 2020 una variabile abbia inciso pesantemente sulla crescita dei decessi. Dispiace per il vasto mondo dei negazionisti ma con ogni probabilità è stato proprio il Covid a causare questa tragedia.

  2. Analizzando nello specifico le diverse fasce di età risulta altrettanto evidente che tra zero e 44 anni la variabile Covid non ha causato alcun incremento di decessi. Anzi, con proporzioni differenti, il tasso di mortalità è sceso rispetto agli anni precedenti, dato, questo, che dimostra la sostanziale immunità dei giovani alle forme più gravi della malattia.

  3. Più complicata l’analisi del 2021, anno caratterizzato da due nuove variabili: la mutazione del virus e una campagna vaccinale molto estesa. Esaminando il totale dei decessi si registra un incremento rispetto alla media pre-pandemica di 60.758 unità pari al 9,4% sul totale e un po’ di più sulla somma delle fasce di età, 62.386 unità pari al 9,8%. Questa minor crescita assume caratteristiche più contenute se si considera la drastica riduzione della popolazione residente che è diminuita di oltre 200 mila unità, la maggior parte delle quali nelle fasce di età più avanzate e, perciò, più colpite dal Covid. Risulta quindi evidente che le due variabili (campagna vaccinale e minore aggressività del virus) abbiano inciso molto poco sull’eccesso di mortalità.

  4. Analizzando le fasce di età salta agli occhi che la lieve decrescita del tasso di mortalità prosegue solo nella fascia 0-4 anni, quella fortunatamente esentata dal vaccino, passando da un -19,1% del 2020 al -21,5% del 2021. Le altre categorie risentono in maniera minore del fenomeno di diminuzione del tasso di mortalità e addirittura in due casi (15-19 anni e 30-34 anni) tornano o superano i livelli ante pandemia. Resta confermata la sostanziale assenza di eccesso di mortalità nella fascia compresa tra 0 e 44 anni e quella tra 45 e 49 continua a presentare un eccesso risibile: 0,6% nel 2020 e 0,2 nel 2021. Nelle fasce tra i 50 e oltre i 95 gli scostamenti non sono lineari, in alcuni casi il tasso è lo stesso del 2020, in altri è inferiore.

  5. L’analisi del 2022 è gioco forza solo parziale a causa dell’assenza dei dati di mortalità divisi per età. Sul totale si registra un incremento (+4.464) rispetto all’anno precedente e una flessione (-32.647) nei confronti del 2020: 713.499 decessi totali. Se si considera un ulteriore calo della popolazione residente di oltre 179 mila persone, si evidenzia una crescita ingiustificata. I tassi di mortalità rispetto alla popolazione residente al 31 dicembre dell’anno precedente risultano infatti i seguenti: 2020 = 1,239%; 2021 = 1,197%; 2021 = 1,209%. Il confronto con la media ante pandemia aggrava pesantemente il dato sull’eccesso di mortalità del 2022: 1,073%.

  6. Teoricamente per il 2022 non dovrebbero esserci variabili, il Covid è andato scemando, come ampiamente previsto, e la campagna vaccinale ha raggiunto livelli inediti per percentuale di adesioni anche grazie al sostanziale obbligo imposto con il green pass rafforzato. I dati ufficiali su contagi, ricoveri e decessi che hanno caratterizzato il periodo pandemico hanno ampiamente dimostrato l’incapacità del vaccino a immunizzare. Fattore questo che però non ha cambiato l’area interessata ai decessi da Covid che ha continuato ad essere quella di età avanzata e in numero sempre più basso a causa della minore aggressività del virus. L’eccesso di mortalità quindi può spiegarsi solo con la presenza di una o più “variabili nascoste”.

  7. Questa deduzione è stata fatta propria anche dall’establishment politico e scientifico che ha supposto due diverse “variabili nascoste”: il riscaldamento globale e l’incremento dell’inquinamento. Nel primo caso l’eccesso di mortalità del 2022 è stato attribuito al forte caldo registrato durante l’estate, valutata come una delle più calde di sempre. Al di là dell’analisi tecnica circa i cambiamenti climatici che rappresentano comunque un problema molto serio, (anche se picchi di calore più elevati furono registrati sia nel 2003 sia nel 2012) è lo stesso ISTAT a smentire l’ipotesi nell’ambito del suo lavoro di rilevamento del trend dei decessi mese per mese: Istat-Andamentodeidecessi-2022. Dal confronto con il 2020 si evidenziano i consueti picchi di gennaio e dicembre e un innalzamento nel mese estivo più caldo, agosto per il 2020 e luglio per il 2022. Nel marzo del 2020 si è registrato l’apice dei decessi dovuto al Covid, picco ovviamente assente nel 2022.

La seconda ipotesi, quella dell’inquinamento, pecca in credibilità in quanto non si fonda su alcun rilevamento dati. Tra l’altro risulterebbe anche estremamente difficile trovare una relazione proporzionale su base annua tra un così cospicuo aumento di decessi e un altrettanto consistente incremento dell’inquinamento. Inoltre, va fatto presente che il Report europeo “Health at a glance” (qui in una sintesi dell’Università di Padova unipd.it-alcol-fumo-principali-fattori-rischio-salute) stima ancora il tabagismo e il consumo di alcol come i maggiori fattori di rischio per la salute, nonostante i consumi delle due sostanze siano in calo progressivo dal 1970 per quanto riguarda l’alcol e dai primi anni ‘80 per il tabacco. L’inquinamento come causa di morte è entrato da pochissimi anni nel rapporto, e solo grazie al fatto che la Commissione Ambiente della CEE stimava in circa 800 mila i decessi annui continentali attribuibili a questa causa. Secondo la sintesi del Report i decessi da inquinamento nel 2019 sarebbero stati 307 mila, in drastico calo dal 2009. Dato, questo, dovuto con ogni probabilità più alla necessità di promuovere un inesistente miglioramento delle emissioni che a fattori reali. Resta il fatto che ufficialmente il dato annulla l’inquinamento come giustificazione all’eccesso di mortalità del 2022.

  1. Una terza “variabile nascosta” è stata invece fortemente negata: le reazioni avverse al vaccino. Nel forsennato tentativo di smentire l’evidenza, l’establishment politico e scientifico non pubblica dati e studi sulle reazioni avverse al vaccino. Anzi ha visto bene di rendere più arduo l’accesso al sistema Eudravigilance (adrreports.eu/it) per le segnalazioni, il cui numero resta comunque il più elevato rispetto a tutti i farmaci presenti. I decessi attribuibili ai diversi vaccini non vengono pubblicati, anche se ormai le diverse commissioni di indagini sparse nel mondo ne hanno ampiamente dimostrato l’esistenza, evidenziando così un comportamento assai poco trasparente in merito. Nel frattempo fonti non ufficiali hanno diffuso dati preoccupanti circa i decessi dovuti ad effetti collaterali presenti nei “bugiardini” di Pfizer e Moderna. Miocarditi e morti improvvise risultano in cospicuo aumento soprattutto in quelle fasce di età comprese tra i 15 e i 50 anni che risultavano esenti da forme gravi di Covid-19. Solo con la pubblicazione dei dati 2022 sulla mortalità divisa per fasce di età sarà possibile accertare se il processo di peggioramento rilevato nel 2021 nei giovani abbia avuto uno sviluppo anche nell’anno seguente. Confidando sempre nella consueta “trasparenza” che caratterizza l’Istituto Nazionale di Statistica.

 

 Conclusioni

  • Se ai dati sull’eccesso di mortalità si aggiungono quelli dei decessi (189.582), dei contagi (25.765.219 al 26 aprile 2023) e del tasso di decessi calcolato sia sulla popolazione media dal 2020 al 2022 (3,21 ogni 1000 abitanti) sia sul totale dei casi (7,36 ogni 1000 contagi), appare evidente che la gestione italiana della pandemia è stata disastrosa. (Fonte who.int/region/euro/country/it) La strage del 2020 è forse attribuibile più al criminale protocollo “Tachipirina e vigile attesa” che all’aggressività della variante Delta. Lo dimostra il tasso risibile di mortalità ottenuto dall’associazione ippocrateorg.org con cure domiciliari preventive (due su 60 mila casi trattati).

    Questi dati attestano anche l’inefficacia dei provvedimenti coercitivi adottati e del vaccino utilizzato che, come ampiamente dimostrato, non aveva alcuna capacità di immunizzazione. Il Green pass in ogni sua forma ha invece avuto un effetto controproducente abilitando milioni di vaccinati non immunizzati a diffondere liberamente il virus a discapito dei non vaccinati, ridotti agli arresti domiciliari e privati dei più elementari diritti civili e sociali. Il sostanziale obbligo vaccinale ha indotto milioni di giovani a farsi somministrare un farmaco inutile (non correvano alcun pericolo di contrarre forme gravi come dimostrano i dati sulla mortalità) e ad alto rischio di reazioni avverse.
  • L’incapacità iniziale a gestire una pandemia, ampiamente dimostrata dalle indagini relative al procedimento penale per la strage di Bergamo, ha innescato un processo irreversibile di manipolazione della realtà per mezzo di omissioni e menzogne. Ricostruirle tutte richiederebbe interi volumi e questa non è la sede appropriata per farlo. È sufficiente constatare che l’ostinazione a coprire il disastroso operato induce tuttora l’establishment politico, scientifico e i media mainstream a perseverare nell’errore. Questo “castello di menzogne” è la causa principale di un considerevole numero di decessi che, come dimostrano i dati sopra riportati, continuano ad essere in eccesso senza una ragione “scientificamente” dimostrabile. Oltre a ciò questo “negazionismo di Stato” ha innescato due processi che sembrano assumere caratteristiche irreversibili.

Il primo è costituito da una sempre più rigorosa privatizzazione della Sanità pubblica e della cura. Il processo è in atto da anni con il definanziamento, l’aziendalizzazione di ASL e ospedali, l’esternalizzazione del personale, il demansionamento dei medici di base, etc. L’instaurazione della “Scienza dogmatica” ha ulteriormente ristretto il controllo della cura, demandando alla Commissione Europea il compito di decidere in merito all’acquisto di farmaci. Delega questa che è costata solo all’Italia 5 miliardi di euro tra dosi scadute e inutilizzate. Soldi che si sarebbero potuti utilizzare per finanziare la Sanità pubblica, accorciando notevolmente i tempi di attesa per gli esami diagnostici.

Il secondo “effetto avverso” innescato dal “castello di menzogne” è rappresentato da una sempre più radicata sfiducia nella “Scienza dogmatica”. Allo stato attuale il 61,41% dei genitori di bambini della fascia 5-11 anni hanno, fortunatamente, deciso di non vaccinare i propri figli. Ben diversa la situazione in quella superiore, 12-19 anni, dove il ricatto del Green pass ha portato a quasi l’84% di “bidosati” per poi crollare, una volta decaduta la coercizione del lasciapassare, al 46,82% di “tridosati” (fonte lab24.ilsole24ore.com/numeri-vaccini-italia-mondo). Questi dati attestano il livello di fiducia nel vaccino ben al di sotto del 50% della popolazione italiana, espresso dal rifiuto di sottoporre i propri figli a un inutile rischio. Non solo, molti di quelli che invece lo hanno fatto se ne sono pentiti una volta appuratone il pericolo. Le difficoltà ad ottenere il riconoscimento delle reazioni avverse a causa del protocollo negazionista e, quindi, l’accesso alle cure relative ha ulteriormente aggravato il fenomeno di radicamento della sfiducia, allargandone il campo anche alle altre vaccinazioni e alle cure allopatiche in genere.

Il perseverare del “negazionismo di Stato” e la sempre più profonda privatizzazione della Sanità pubblica stanno mettendo seriamente a rischio la salute dell’intera cittadinanza. Le principali cause di morte in Italia, come nella maggior parte del mondo occidentale, sono, infatti, dovute a malattie cardio vascolari e a tumori di varia natura. Molto spesso l’origine di queste patologie è di carattere genetico. La ricerca in tal senso è fondamentale sia ai fini della prevenzione sia della cura. L’uso improprio dei farmaci mRna sotto la pandemia rischia di inficiare anni di lavoro e seri progetti di ricerca a esclusivo beneficio degli introiti di multinazionali private.

  • L’urgenza immediata è quella di uscire da questo sistema lobbistico intento solo a promuovere l’interesse privato, allo scopo di ripristinare quanto prima la priorità dell’interesse comune. Per farlo è indispensabile ristabilire una verità plausibile, per mezzo di indagini mirate, dell’attribuzione delle responsabilità e di ricerche finalizzate a curare le reazioni avverse evitando di screditare sistematicamente l’evidenza. Base indispensabile, questa, per poter restituire alle scienze, rigorosamente molteplici, la loro natura pluralista, fondata sul confronto di tesi diverse, sul riconoscimento degli errori e sui tempi lunghi della ricerca. Caratteristiche che escludono, gioco forza, la logica del profitto, per produrre il quale servono tempi rapidi e certezze che le scienze non possono dare in quanto processo in continua evoluzione.

La ricerca del profitto impone inoltre delle scelte che assicurino il ritorno economico. Quasi mai, però, la soluzione migliore ai fini della salute collettiva è quella che garantisce i guadagni maggiori. Il Covid-19 ne è un esempio eclatante: i risultati migliori sarebbero stati raggiunti con cure preventive domiciliari a base di antinfiammatori, la ricerca si sarebbe dovuta orientare verso i farmaci monoclonali e il vaccino avrebbe dovuto rispettare i tempi lunghi della sperimentazione per essere efficiente, niente di particolarmente redditizio né minimamente paragonabile all’exploit di Pfizer nel 2022 (www.open.online-pfizer-boom-2022-vaccini).

Se si vuole ripristinare la fiducia della collettività nelle scienze, nella ricerca scientifica, nella medicina, unici strumenti a nostra disposizione per promuovere un benessere realmente comune, non c’è altra soluzione se non quella di riportare tali mezzi sotto l’egida della comunità, in modo da renderli scevri dalla logica del profitto, trasparenti e condivisi. La salute è un bene comune, tutti devono avere uguale accesso alla diagnosi e alla cura e questo non è possibile in un sistema sanitario soggetto a brevetti e privatizzazione.

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