La disneyficazione delle nostre città e' un fenomeno irreversibile?

"Pietre Senza popolo" di Angela Fais e' un manuale di resistenza attiva alle barbarie del neoliberismo urbano

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La disneyficazione delle nostre città e' un fenomeno irreversibile?

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di Leo Essen

 

Mentre le aree industriali si svuotano e il paesaggio umano diventa rarefatto, figure isolate attraversano spazi sovradimensionati. I punti di orientamento sono in rovina e l’atmosfera emotiva resta sospesa, segnata da silenzio, estraneità e da una memoria residuale del lavoro. Si diffonde una percezione di marginalità e disconnessione, mentre una debolissima spinta alla riappropriazione viene progressivamente espulsa dalla vita attiva. Parallelamente, altre aree - in genere i centri storici - vengono trasformate in spazi tematizzati e semplificati. Le strutture urbane ereditate dalla storia vengono ripulite, l’umanità che le popolava è considerata un ingombro indecente ed è sfollata oltre il perimetro della buona creanza. È la disneyficazione della città di Palermo che Angela Fais racconta in Pietre senza popolo (LAD, 2026).

Il neoliberismo, dice Fais, agisce su un doppio fronte, materiale e immateriale. Sul piano materiale delinea il quadro di una città attrattiva e scintillante solo per i turisti, segnata dal mordi e fuggi dei croceristi che scendono dalle navi per risalirvi poche ore dopo. Sul piano immateriale, invece, la città subisce una profanazione del patrimonio simbolico che ha nutrito la nostra cultura: una profanazione attuata nel nome di agende politiche orientate alla speculazione, che rivelano una natura meramente estrattiva e non tengono in alcun conto il valore culturale, storico-artistico e ambientale del territorio.

Intervenendo sul piano immateriale, la città si compromette più profondamente che su quello materiale. Si produce un divorzio tra urbs e civitas, tra spazio urbano e corpo sociale. Si afferma così una città senza cittadini né diritti, in cui viene progressivamente disarticolato il diritto stesso alla città. I residenti vengono espulsi dai centri storici e sostituiti da turisti e abitanti temporanei. I cittadini, privati di ruolo e appartenenza, diventano city users.

È un cambiamento antropologico in cui il cittadino si riduce a consumatore e la città a piattaforma di fruizione e fondo da cui estrarre rendita, mentre la proprietà si frammenta in una costellazione di titoli, carte e cedole detenuti dai cittadini stessi, i quali hanno progressivamente affidato a circuiti assicurativi privati le risorse che un tempo sostenevano un controllo pubblico su vecchiaia, salute e istruzione. Con i city users, si sancisce la crisi della polis e dell’identità urbana.

I sindaci potrebbero fermare la finanziarizzazione delle città e tentare di rigenerare i quartieri senza espellere i residenti. Ma oggi domina l’urgenza. L’attualità pulsa come una notifica incessante e piega l’umanità sotto il suo giogo. Tutte le forze devono servire, tutti i talenti prestarsi all’azione immediata. Si interviene qui e ora, con la foga di chi aggiorna il mondo a colpi di emergenza. In questo frastuono, la persona non pesa nulla sulla bilancia dell’efficacia: la grazia non fa statistica, l’artigiano non rientra nel budget. 

Il tempo accelerato del turista fa sì che il paesaggio si scomponga e si offra per frammenti. Una selva di tavolini invade la strada in via Maqueda. Si procede a zigzag tra negozi di souvenir e bancarelle fino a piazza San Domenico. Da qui si giunge al mercato della Vucciria, uno dei tre mercati storici della città, risalente al XII secolo, dove si sono insediate con forza due catene statunitensi di fast food. Le insegne all’angolo con via Maccheronai - un tempo strada delle botteghe della pasta fresca - rappresentano un ingresso a gamba tesa nell’immaginario urbano: una presenza estranea e dominante, ulteriore tassello di una colonizzazione sempre più pervasiva. 

Camminando per queste strade emerge con evidenza ciò che ai turisti resta invisibile: questo spazio non è pensato per chi lo abita. La città si è trasformata in un fondo da sfruttare nel momento stesso in cui è diventata accessibile al turismo di massa. Ma il turismo non è solo un mezzo, è un principio organizzativo. Trasforma non solo i modi di vivere, ma anche quelli di progettare lo spazio, separarlo e funzionalizzarlo, ridefinendo i rapporti tra le persone.

Il turismo di massa produce un paesaggio coerente con sé stesso: distese di B&B, fast food, ristorazione esotica, nodi logistici, aeroporti, navette, musei, verticalità ridondanti e circuiti chiusi. Non sono semplicemente inaccessibili per il cittadino, ma strutturalmente insensati, usufruibili solo da un consumatore generico scaricato a frotta da navi e aerei. Questo assetto favorisce un certo tipo di soggetto, una personalità adattiva che Angela Fais descrive con precisione.

Per i cittadini residenti il paesaggio smette di funzionare. Ciò che al turista appare fluido diventa frammentato e incongruo. È il caso, ad esempio, delle passerelle che collegano il porto a via Emerico Amari.

Il turismo è tempo libero (valore d’uso) dominato dal valore di scambio. I turisti del turismo di massa siamo noi che andiamo a Genova e a Palermo, e ogni volta ci chiediamo se quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più - perché abbiamo visto tutto ciò che c’era da vedere e mangiato tutto ciò che c’era da mangiare. Abbiamo reso omaggio a Goethe, che definiva il profilo di Monte Pellegrino il più bello tra i promontori del mondo. Abbiamo onorato il Grand Tour e la cucina locale. Abbiamo apprezzato il pane fresco e ripetuto con Montaigne - che lo disse del pane di Bolzano - di aver mangiato il migliore pane del mondo.

Leo Essen

Leo Essen

Ha studiato all’università di Bologna con Gianfranco Bonola e Manlio Iofrida. È autore di Come si ruba una tesi di laurea (K Inc, 1997) e Quattro racconti al dottor Cacciatutto (Emir, 2000). È tra i fondatori delle riviste Il Gigio e Da Panico. Scrive su Contropiano e L’Antidiplomatico.

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