Catastrofe Neoliberista: un “libro necessario”

Presentato ieri alla Sala Stampa della Camera dei Deputati il libro del Professor Angelo D’Orsi

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Catastrofe Neoliberista: un “libro necessario”

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di Luca Busca

“Questo è un libro necessario, dobbiamo leggerlo tutti”. Con queste parole Elena Basile ha aperto il suo intervento alla presentazione del volume di Angelo D’Orsi, cogliendo immediatamente il punto centrale dell’opera: non un semplice saggio, ma uno strumento di orientamento in un presente che appare sempre più opaco e incomprensibile. La necessità di questo libro nasce da una domanda elementare e insieme vertiginosa: come siamo arrivati fin qui? Come è stato possibile che, nel giro di pochi decenni, si sia prodotta quella che Basile definisce una “realtà distopica”, segnata da guerra permanente, erosione del diritto e trasformazioni culturali profonde?

La risposta, secondo D’Orsi, non può che passare attraverso la storia. “Senza ricostruire le origini storiche dei fenomeni che stiamo attraversando — ha spiegato — noi non possiamo capire quei fenomeni, e quindi non possiamo neanche fare politica”. In un contesto dominato da un eterno presente mediatico, in cui gli eventi si succedono senza memoria né profondità, il richiamo al metodo storico assume un valore radicale. Questo metodo si fonda, come lo stesso autore chiarisce, su due pilastri: la ricerca delle cause e la periodizzazione. Le cause, sottolinea D’Orsi, sono sempre plurali e devono essere gerarchizzate; non esiste mai una spiegazione unica, ma un intreccio di fattori economici, politici, culturali. La periodizzazione, invece, consente di individuare le fratture, i momenti di rottura che segnano il passaggio da un’epoca all’altra.

È proprio su questa base che il libro si struttura come una ricostruzione per decenni: gli anni Settanta come fase di crisi e transizione, gli anni Ottanta segnati dall’affermazione del neoliberismo reaganiano e tatcheriano, gli anni Novanta come momento di svolta globale, fino ai Duemila e al presente, in cui le contraddizioni esplodono in forma sempre più evidente. Tra gli eventi che segnano una cesura, uno emerge su tutti: il 1989. Ma D’Orsi invita a diffidare della narrazione dominante. Non si è trattato di un “crollo” spontaneo del Muro di Berlino, bensì di uno smontaggio, di un processo politico che ha segnato la fine dell’equilibrio bipolare. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del sistema socialista, il mondo si è trovato sotto il dominio di una sola superpotenza. Questa trasformazione ha avuto conseguenze profonde. Innanzitutto, la perdita di funzione dell’ONU come “terzo”, come arbitro tra blocchi contrapposti. Venuto meno l’equilibrio, anche il diritto internazionale ha iniziato a essere progressivamente eroso. “Da quel momento — osserva D’Orsi — comincia una sistematica erosione del diritto internazionale”, fino ad arrivare alla situazione attuale, in cui la legge non nasce più dal diritto ma dalla forza.

Per comprendere la portata di questa regressione, lo storico richiama la figura di Ugo Grozio, padre del diritto internazionale moderno. Grozio partiva da un presupposto realistico: la guerra non è eliminabile, ma può essere regolata. Distinguendo tra ius ad bellum (il diritto di fare guerra) e ius in bello (le regole da rispettare durante la guerra), egli poneva le basi di una limitazione della violenza. Eppure, oggi assistiamo al rovesciamento di questi principi. “Gaza è l’esempio del rovesciamento di Grozio”, afferma D’Orsi. Non solo per la sistematica violazione delle norme, ma per la distruzione deliberata di infrastrutture civili, culturali e sanitarie. “Dodici università rase al suolo. Dodici. E qualcuno si è chiesto come mai a Gaza ci fossero dodici università? Questa sarebbe una domanda interessante. Perché Gaza è stata una grande capitale culturale. Ma questo non ce lo hanno mai spiegato”. La riflessione di D’Orsi si intreccia con quella di Basile, che individua nella finanziarizzazione dell’economia e nella trasformazione della NATO da alleanza difensiva a struttura offensiva due elementi chiave del mutamento globale. Il passaggio dalla fine del sistema di Bretton Woods alla “militarizzazione del dollaro” segna, secondo la diplomatica, l’ingresso in una fase in cui guerra ed economia diventano sempre più interdipendenti.

In questo quadro, il libro assume un significato che va oltre l’analisi storica. Come ha sottolineato Stefania Ascari, “questo libro è un atto di resistenza”. Non si tratta solo di comprendere, ma di denunciare “un sistema di potere che decide chi ha diritto di sopravvivere e chi può essere bombardato”, un sistema che applica il diritto internazionale in modo selettivo, piegandolo agli interessi geopolitici. Per Ascari, la contraddizione è evidente: mentre l’Occidente rivendica valori universali, pratica una politica fondata su doppi standard. “Il diritto vale solo se colpisce i nemici, mai gli alleati”, osserva, indicando nella guerra e nel riarmo la nuova normalità di un ordine internazionale sempre più instabile.

E tuttavia, il discorso di D’Orsi non si chiude nella diagnosi. Al contrario, si apre a una prospettiva, per quanto fragile, di trasformazione. Il richiamo finale è ancora una volta a Antonio Gramsci, e alle parole che campeggiavano sulla testata dell’“Ordine Nuovo”:

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

Tre verbi che, nel contesto attuale, acquistano un’urgenza nuova. In un mondo in cui “la menzogna è diventata verità [e in cui] le parole producono guerra”, il primo compito è tornare a conoscere; il secondo, a partecipare; il terzo, il più difficile, a organizzarsi. Perché, come conclude lo storico, l’alternativa non è più tra guerra e pace, ma tra “pace o catastrofe”. Ed è su questo crinale che si gioca, oggi, la possibilità stessa di un futuro.

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Luca Busca

Luca Busca

Inizio il mio percorso giornalistico nel 1982, nel 1984 ottengo l’iscrizione all’albo dei pubblicisti come collaboratore del quotidiano La Repubblica e dell’Agenzia Giornalistica Telegraph. Entrato nel mondo musicale live come ufficio stampa, fondo, alla fine del 1984, la mia prima azienda di organizzazione di eventi musicali.  Dal 1987 al 2002 ho curato sei edizioni del Roma Live Festival, la rassegna Rock della capitale.
Come direttore di produzione ho poi partecipato alla realizzazione di Reality show, lavorando in Messico, Santo Domingo, Kenya, Sudafrica e India. Sono stato
commerciante, e amministratore di un’azienda che si occupava di fotovoltaico. Nel frattempo sono tornato a fare il giornalista occupandomi prima di arte (Next Exit), di viaggi (omonimo inserto di Repubblica) e ora di vino e olio per la rivista e la guida Bibenda. Sono anche docente presso la Fondazione Italiana Sommelier. Da un paio di anni scrivo per il blog Sinistrainrete e l’AntiDiplomatico

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