Carla Filosa - Potere Legittimo E Legale

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Carla Filosa - Potere Legittimo E Legale

 

di Carla Filosa

In attesa del 22-23 marzo, l’attenzione al referendum confermativo viene distratta da eventi di gran lunga superiori, come l’ultimo attacco di sabato scorso Usa/Israele all’Iran, le pregresse minacce a Cuba – anch’essa si vorrebbe ricoprire dalla bandiera a stelle e strisce, al pari di Groenlandia e Canada – e guerra in Ucraina la cui fine è in apparenza sempre più lontana, mentre produce morti e impoverimento quale obiettivo finora stabilizzato.

Essere distratti non significa però in questo caso essere dirottati dall’obiettivo principale, bensì essere indotti a guardare da un punto di visuale diverso, necessariamente più ampio, ove il nostro focus può trovare una motivazione causale che maggiormente identifica e direziona il problema da analizzare. In questa che ormai da molti viene chiamata “3° guerra mondiale a pezzi”, secondo la definizione ormai datata di papa Bergoglio, una delle novità più vistose in cui questa multiforme crisi appare è la liquidazione di ogni forma sedimentata di diritto, da quello internazionale a quello nazionale fino a quello più ideologico di “diritto umano”. 

È bene rammentare, ora, che, se è la riflessione che cerchiamo di proporre e su cui cimentarci, è opportuno per primo rivolgere lo sguardo alle condizioni oggettive che hanno preparato e reso necessario questo mutamento che forse possiamo definire epocale, per poi ritornare sui piani sovrastrutturali in cui le condizioni soggettive operano, ma non in modo separato e autonomo.

 Lo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione si presenta sempre ineguale rispetto allo sviluppo dei rapporti giuridici sia sul piano nazionale sia su quello internazionale, e dato che questi ultimi esprimono e rappresentano le relazioni economiche che li determinano, è prioritario riuscire ad analizzare l’importanza di questo divario, occultato nelle società, che la storia inevitabilmente sta portando alla luce.  Le condizioni soggettive, dunque, cioè l’apporto volontario degli individui organizzati o meno, rispondono alle novità o mutamenti che intervengono nei rapporti sociali di produzione, condizionati dalle modalità con cui viene attuato il reperimento di risorse naturali o lo sviluppo tecnologico, il rilievo dato ai cambiamenti climatici, ecc., rispetto a cui dover ripristinare un equilibrio fortemente incrinato, e che dovrà risultare poi la soluzione imperialistica della crisi di fronte alla svolta storica.

L’anarchia del modo di produzione capitalistico, caratteristica degli interessi contrapposti dei grandi capitali centralizzati, devia verso l’alto i prezzi monopolistici dai valori delle merci, imponendo l’inflazione come fatto permanente, sia in fase di crescita che di stagnazione. Non a caso nel secondo giorno di attacco all’Iran da parte di Usa e Israele, alla chiusura dello stretto di Hormuz – il “collo di bottiglia” tra Iran e Penisola arabica, ovvero il blocco di un immenso traffico di merci, in particolare circa ¼ di petrolio e gas che riforniscono sia l’Europa sia la Cina e l’Asia - già si sono fatti i conti di quanto aumentare i prezzi dell’energia, in modo da speculare già in anticipo sull’uso di questa guerra. 

 L’innovazione tecnologica, ormai con l’apporto anche dell’AI, permette inoltre di determinare una trasformazione delle contraddizioni di questo sistema nel senso dell’aumento smisurato dell’esercito di riserva dei lavoratori, che ora appare come esubero dalle necessità produttive, e pertanto oggetto preoccupante di instabilità sociale.

Il cambiamento, di cui stiamo analizzando lo sviluppo, avviene proprio nell’instabilità delle fasi di crisi, la cui specificità, si ricordi, è un eccesso di sovrapproduzione che i mercati non riescono più ad assorbire. La destabilizzazione politica dell’intera area mediorientale - come una configurazione che si sta puntualmente realizzando con l’attacco iraniano alle limitrofe basi Usa in Iraq, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Siria, ecc., e con minacce di probabili riemersioni di azioni terroristiche da parte di cellule “dormienti” in tutta Europa – è funzionale a una “ripresa” capitalistica, unilaterale e dispotica. Il bombardamento ha specificamente colpito in uno dei punti nevralgici della via della seta o dell’approvvigionamento energetico cinese, quale obiettivo palese ma mai dichiarato tra le evidenti assenze strategiche di questa via militare di riaffermazione della supremazia del dollaro.  

Nessuna base legale per questo tentativo di ripresa egemonica dell’Occidente da parte dell’amministrazione Trump, definito una “cricca al potere” da Jeffrey Sachs (Università della Columbia), in quanto non c’è alcuna approvazione dal Congresso americano e nessuna considerazione del diritto internazionale, apertamente cancellato dal diritto dell’arbitrio del più forte. Il cambio di regime mediante l’eliminazione fisica, è criminale, non politica, dall’Iraq, alla Libia, alla Siria, al Venezuela e ora all’Iran. Il fallito tentativo di cambio di valuta in Iran non è indifferente rispetto all’attacco militare, nonostante le trattative in corso stessero incoraggiando soluzioni negoziali, interrotte a sorpresa.

Tutto ciò non dev’essere considerata una digressione, ma un minimo di delineazione fattuale delle mutevoli basi delle Costituzioni nazionali e del diritto internazionale che, a detta del nostro ministro degli esteri “vale fino a un certo punto”, o che, analogamente, a detta del ministro canadese Trudeau “abbiamo un certo insieme di regole che applichiamo quando ci fanno comodo”. Ormai però anche questo stesso ministro non sembra più opporsi alla politica statunitense. Non ci sono voci critiche alla fine dei princìpi di regolazione internazionale, e questo è l’humus esterno già presente ma emerso solo dopo l’avvio dell’attacco politico alla Costituzione italiana, “troppo piccola per non cadere”, solo in apparenza il contrario di quanto si dice in gergo finanziario con “too big to fail” (troppo grande per fallire).

Dopo che in Italia sono volati gli stracci, come si è detto la volta precedente, quando la denigrazione personale al posto delle argomentazioni ha fatto alzare i sondaggi alle adesioni al NO, si è allora cambiato rotta giocando la partita sul piano del merito per mostrare una serietà da spendere anche da parte di questa maggioranza governativa.  La verità però non si addice a chi ha cercato di depistare l’obiettivo di una riforma su organizzazioni di rango inferiore rispetto a quelle fondamentali di cui si è cercato di nascondere l’importanza. La separazione delle carriere tra giudici requirenti e giudicanti, infatti, non è il target primario del referendum, bensì la divisione del Csm istituito dalla Costituzione in due organismi distinti, sopra i quali viene creata un’Alta Corte di Giustizia, cui viene assegnato un ruolo disciplinare.

Secondo quanto spiegato dall’ex magistrato Gherardo Colombo, di cui si riportano le parole, auspicabilmente in modo corretto, il Csm è formato da 33 membri di cui: il Presidente della Repubblica, il Presidente di Cassazione, il Procuratore Generale. Gli altri sono: 10 di nomina politica, 20 suddivisi in 13 giudici e 7 Pm (15 + 15). La valutazione dei Pm è oggi effettuata dai giudici. La professione del Pm consiste nella richiesta dei risultati delle indagini, come nella ricerca di prove che possono essere pure a favore dell’imputato, di cui può richiedere anche la eventuale assoluzione, se del caso. Ruolo diverso dall’avvocato difensore, obbligato invece a difendere unicamente il proprio cliente, pena di commettere un reato se non assolvesse a questo compito. I ruoli del Pm e dell’avvocato difensore non si sovrappongono, restano indipendenti.

Per quanto riguarda poi le componenti dei membri laici (politici) e dei magistrati, la riforma pone una differenziazione in termini di indebolimento di questi ultimi, di cui propone un sorteggio, cioè una casualità rispetto a competenze e capacità individuali che non verrebbero valorizzate, mentre per i politici presenta prima una scelta di professionisti operata dalla maggioranza di governo, su cui poi effettuare un sorteggio, dove la casualità riguarda solo il numero, la quantità, non la qualità della scelta già predefinita e assicurata. Mentre la separazione delle carriere tra Pm e giudici giudicanti non cambia niente rispetto alla terzietà del giudice, la perdita di credibilità dei magistrati a favore del governo, all’interno del meccanismo apparentemente eguale del sorteggio, rivela essere questo il vero scopo della riforma.

La duplicazione dei Csm quindi, uno per i giudici e l’altro per i Pm, propone una divisione che per l’ambito disciplinare viene a riunirsi successivamente nell’istituzione dell’Alta Corte di Giustizia. Se l’impianto di questa Riforma dovesse essere l’eliminazione delle “correnti” mediante appunto il sorteggio, ciò non potrà mai avvenire in quanto queste sono organizzazioni sindacali e culturali che storicamente hanno aiutato il passaggio della legislazione penale dal fascismo alla democrazia del dopoguerra, e che in seguito hanno sostenuto un dibattito di avvicinamento progressivo alla Costituzione. Importante a questo punto è capire che questa Riforma non tocca minimamente gli interessi dei cittadini con i loro problemi di giustizia, ma è un regolamento di conti, come già detto, tra poteri dello stato, per il prevalere del potere esecutivo. Stesso iter che possiamo notare nell’esecutivo Usa, che attacca i giudici da lui stesso nominati e infrange ogni diritto muovendo guerra senza legittimità internazionale alcuna! Siamo in una fase politica che richiede l’affermazione di un diritto della forza a scapito di qualsiasi altro diritto precedente, di cui ci si deve liberare o con la legalità o con le armi.

Se questa Riforma dovesse passare, i diritti delle persone verrebbero meno tutelati analogamente alla diminuzione di indipendenza della magistratura, entro cui si inserirebbero interessi politici che ne devierebbero l’indirizzo. Anche il magistrato Di Matteo ribadisce che in tal caso si avvierebbe una “Giustizia a due velocità: spietata con i deboli e ad armi spuntate nei confronti dei potenti”. Così come è stato abrogato l’abuso d’ufficio, limitato il reato di traffico d’influenze, liberalizzate le procedure d’assegnazione degli appalti pubblici, limitata la durata delle intercettazioni, istituito un interrogatorio preventivo per soggetti per i quali la procura ha chiesto misure cautelari, risulta proprio che la riforma Nordio costituisca uno scudo di protezione per i potenti, che occupano tutti i gradini dell’apparato finanziario e produttivo, o parassitario.

Ciò significa che l’eventuale legittimazione di un potere libero da controlli e quindi con una sorta di naturalizzazione del potere per via legale, permetterebbe anche la naturalizzazione delle ristrutturazioni cosiddette tecnologiche con l’assoluto controllo sui salari e sull’occupazione, ovvero con condizioni di vita peggiorative. La legge stabilisce, in tal caso, l’assicurazione monopolistica dell’arbitrio di turno con l’uso della legge al posto della forza bruta, che fuori dalle aule dei tribunali si traduce in minori salari individuali per minor occupazione – o lavoro povero come ultimamente si è riscoperto! – che in altri termini significa poter ricondurre percentuali crescenti di pluslavoro non pagato sotto il comando del capitale “in sofferenza” per l’endemica non estinzione della crisi.

Per tutti questi motivi dobbiamo impegnarci a difendere l’attuale Costituzione, possibilmente da integrare in futuro, ma ora dev’essere chiaro che in questa situazione altamente critica siamo tutti chiamati a difendere noi stessi e quelli che verranno dopo di noi, votando NO a questo trabocchetto istituzionale.

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