AYATOLLAH BIRICHINI, BIRICHINI - Osservazioni sull’Iran e le proteste che squassano il Paese
di Paolo Di Mizio*
La prima cosa da dire è che non è assolutamente questione di essere pro imperialismo americano o anti imperialismo americano. Non è questione de “il nemico del mio nemico è mio amico”. È questione di essere intellettualmente onesti o no, e di vedere le cose lucidamente senza essere “filtrati” da una cortina di disinformazione e ipocrisia.
Denunciare la politica predatoria degli Usa e dell’Occidente (l'Occidente è definibile come il corteo degli stati servili al seguito dell’impero americano), non significa appoggiare il regime degli ayatollah e tantomeno giustificare ogni sua azione. Io sono ateo, oltretutto, figuriamoci quanto possa essere favorevole per principio a un regime di impronta teocratica.
Però la realtà che salta agli occhi, grande come una casa, è che:
(1) ci viene somministrata una dose da cavallo di menzogne.
(2) come al solito, si usano due pesi e due misure.
(3) si avallano crimini tra i più feroci in nome di presunti ideali “democratici” basati sul presupposto che i valori della nostra cultura siano “superiori” a quelli delle culture terze. In altre parole, è il solito trucco di "esportare democrazia e libertà" ai poveri popoli che ne sentono tanto il bisogno e che poi saranno felici (come in Iraq, in Libia, in Siria...).
Sul punto 1: tutto il racconto di giornali e tv, secondo cui le piazze si ribellano per mancanza di libertà e chiedono più diritti per le donne, è ciarpame allo stato puro. Nessuno dei manifestanti chiede questo (ho ascoltato diversi comizi insieme a un’amica persiana che me li ha tradotti: tutte le istanze sono di mera natura economica, non libertaria).
Aggiungo per chi non lo sapesse che la donna in Iran gode di libertà inimmaginabili in molti altri paesi islamici e che l’obbligo poliziesco di indossare il velo è largamente favolistico, caricaturale (basta una passeggiata nel centro di Teheran per riscontrarlo). Sorvolo su altre menzogne come il numero delle vittime della repressione: numero non verificabile e quindi quasi certamente gonfiato a piacimento dai servizi occidentali.
Sul punto 2: perché le accuse di restrizione delle libertà della donna vengono mosse solo all’Iran, con conseguenti atti ostili, e non a Pakistan, Bangladesh, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Oman, Yemen, Sudan e altri paesi in mezza Africa, dove la condizione della donna è ben peggiore che in Iran? È impossibile non vedere, in questo doppio standard, un’arma di assedio geopolitico secondo un’agenda predatoria ed egemonica.
Sul punto 3: non si può liquidare l’uso di feroci sanzioni economiche con un “succede anche ad altri, per esempio Cuba”. Le sanzioni non “succedono”, non sono una calamità naturale né uno strumento “neutro”, come fanno credere i nostri giornali: sono una forma di guerra asimmetrica, sono un’aggressione alle popolazioni civili, sono un reato di particolare atrocità e come tale trattato dalla giurisprudenza internazionale. Approfittando della propria forza economica, si mette alla fame un popolo intero perché alla fine si ribelli e destabilizzi un governo sgradito a noi potenze straniere. È una barbarie, una punizione collettiva, a mio parere uno dei reati più gravi sul piano internazionale, secondo solo a crimini come lo sterminio e il genocidio.
Cuba da 70 anni - cioè da tre generazioni - non può accedere al benessere economico che le sue risorse le consentirebbero, perché le è impossibile commerciare con altri. Tre generazioni costrette a vivere nel sacrificio, nella fame e nel bisogno dalla volontà di uno stato imperiale, sfortunatamente vicino alle sue coste.
Il Venezuela, ricco di petrolio e risorse naturali, è stato messo alla fame progressivamente a partire dal 2013 con le sanzioni, quando Chàvez aveva ridotto la povertà assoluta dal 52% al 34%, aveva quasi completamente sradicato l’analfabetismo, aveva istituito scuole e università gratuite per tutti, aveva creato il sistema sanitario nazionale gratuito per tutti.
Non ricordo quale leader statunitense qualche mese fa disse: “Visto? Cuba è alla fame. Il comunismo non funziona”. Sublime ipocrisia. L'adattamento attualizzato sarebbe: "Visto? l'Iran è alla fame. L'islam non funziona".
In conclusione: vediamo la pagliuzza nell’occhio del nemico – un regime un po’ autoritario in Iran, ayatollah birichini, birichini – e non vediamo la trave nel nostro occhio, di noi che come servi al seguito dell’Impero Americano applichiamo metodi abietti come le sanzioni economiche e ci facciamo pure belli declamando: “Democrazia! Democrazia!”.
* da Facebook

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