Ampliare il conflitto dal Mar Rosso? Le strategie imperialistiche per il controllo del Medioriente

Ampliare il conflitto dal Mar Rosso? Le strategie imperialistiche per il controllo del Medioriente

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Maurizio Brignoli ha pubblicato con LAD Edizioni "Jihad e imperialismo" 






di Maurizio Brignoli

Ansarallah e l’attacco a Israele nel Mar Rosso

Nello Yemen nel 2011 scoppiava la rivolta degli al-Huthiyyun, meglio noti come huthi (per quanto il termine non sia gradito agli stessi), sciiti raggruppati nella formazione di Ansarallah (Partigiani di Dio), il movimento prende il nome da Hussein Badr al-Din al-Huthi un capo politico e religioso dello sciismo zaydita ucciso dalle forze governative nel corso di un’insurrezione nel 2004, che portava alla caduta del regime filosaudita artefice dell’inserimento dello Yemen nel mercato mondiale in stretta relazione con il capitale anglo-statunitense interessato allo sfruttamento delle risorse delle regioni centromeridionali e a una politica di privatizzazioni delle imprese statali a beneficio di Usa e petromonarchie. Per fronteggiare l’insurrezione – alla quale, a conferma che le contrapposizioni religiose fungono da paravento, partecipano anche sunniti, socialisti e formazioni del nazionalismo arabo – Usa e sauditi utilizzano prima l’infiltrazione jihadista con al-Qaida nella Penisola arabica (Aqpa), cui si aggiungeranno uomini dell’Isis per tramite degli Eau[1], e poi dal 2015 l’intervento militare diretto, giustificato con l’accusa ad Ansarallah di essere una quinta colonna iraniana (Ansarallah in realtà è riuscita a resistere grazie al sostegno popolare di cui gode nel paese)[2], con una coalizione composta da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrein, Eau, Giordania, Egitto, Marocco, Oman e Sudan con supervisione militare e interventi diretti di Usa, Regno Unito e Francia. Un’altra buona occasione per l’apparato militare-industriale statunitense che, dall’inizio del conflitto fino al 2020, ha venduto ai sauditi armi per oltre 60 miliardi di dollari.

L’Onu ha dichiarato che la guerra ha fatto retrocedere lo sviluppo umano di oltre vent’anni[3], mentre si stima il totale delle perdite alla fine del 2021 in 377.000 morti (40% nei combattimenti e il resto per malattia, fame, mancanza di acqua potabile)[4], ma secondo Ansarallah le vittime effettive superano il milione e mezzo. L’Onu già nel 2019 definiva la crisi yemenita come la peggior crisi umanitaria al mondo[5], con la copertura mediatica di questo massacro puntualmente relegata ai margini dell’informazione dato che veniva condotto da fedeli alleati dell’Occidente.

Lo Yemen è situato in una zona nevralgica (sbocco del Mar Rosso verso il Canale di Suez a nord e verso lo Stretto di Bab al-Mandab a sud) da dove passano enormi quantità di petrolio e dove gli Usa puntano a ostacolare la Via della seta marittima cinese. Si stimano grandi riserve sul confine conteso con l’Arabia Saudita, con il rischio che si aprano le porte alle compagnie petrolifere russe, cinesi e iraniane quando invece su petrolio e gas delle province yemenite orientali vorrebbero mettere le mani Usa ed europei, in particolare dopo la crisi dei rifornimenti energetici dovuta al conflitto in Ucraina. Il progetto originario saudita era quello di impadronirsi del petrolio yemenita da sfruttare in collaborazione con Israele e di utilizzare i porti dello Yemen per costruire un oleodotto che permettesse di superare lo stretto di Hormuz che divide la penisola arabica dalle coste iraniane e mette in comunicazione il golfo di Oman con il Golfo Persico, uno dei tratti marittimi più importanti al mondo dove transita un terzo del traffico mondiale di idrocarburi e particolarmente delicato perché bloccabile in caso di conflitto dall’Iran[6]. Usa, Regno Unito, Israele e Francia si sono invece ritagliati zone di saccheggio e di controllo di punti strategici cruciali.

La coalizione di aggressori filoccidentale non riuscirà però a sconfiggere la ribellione divenuta una sorta di “Vietnam saudita”. In seguito agli accordi iraniano-sauditi del marzo 2023 iniziavano anche trattative fra sauditi e Ansarallah per por fine al conflitto. Trattative sabotate da Usa e Regno Unito che temono sia gli accordi fra Riad e Teheran che rafforzano il blocco russo-cinese che di dover abbandonare le basi nello Yemen orientale ricco di petrolio; Israele che con la guerra ha aumentato la sua influenza nel Mar Rosso e nel Mar Arabico puntando a ottenere un punto di appoggio militare nella regione e gli Eau che hanno raggiunto il controllo dei porti meridionali dello Yemen e di alcune isole strategiche (Socotra) per costruire basi militari in accordo con Israele[7]. La Via della seta marittima ha nello stretto di Bab al-Mandab uno dei suoi punti critici e il controllo dello Yemen, per interposta persona e tramite la sponsorizzazione del conflitto, diventava per gli Usa uno strumento utile per ostacolare il percorso marittimo della Bri.

Fin dall’inizio della mattanza a Gaza Ansarallah, a differenza di diversi governi di paesi musulmani che hanno spese molte belle parole ma che non hanno mosso un dito in aiuto dei palestinesi, ha dato vita a una brillante operazione volta a colpire economicamente Israele (lo stato sionista non potrebbe continuare troppo a lungo il suo massacro se non avesse un incondizionato supporto di Washington dato che la guerra gli costa 260 milioni di dollari al giorno) ponendo un blocco nello stretto di Bab al-Mandab e nel Mar Rosso contro le navi di Israele o quelle lì dirette.

I governi di Usa e Regno Unito, con l’appoggio di Australia, Bahrein, Canada, Danimarca, Paesi Bassi e Nuova Zelanda, hanno dato vita all’operazione Prosperity Guardian scatenando una serie di bombardamenti sul territorio yemenita, presentati dal primo ministro britannico e dal presidente statunitense come “operazione difensiva” in nome della libertà di commercio e di navigazione a partire dal 12 gennaio. Naturalmente la propaganda occidentale ha fatto calare il silenzio sul fatto che nel corso della guerra fra Ansarallah e i sodali dell’Occidente i difensori della libertà di navigazione, oltre a elevare sanzioni illegali che hanno portato al blocco dei porti yemeniti con la popolazione che moriva di fame, abbiano derubato il petrolio attaccando le navi yemenite e saccheggiato impunemente enormi quantità di gnl trafugato con la scorta delle navi militari occidentali. Riassumendo in poche parole: la libertà di navigazione di risorse rubate dall’imperialismo occidentale va difesa assolutamente e poiché il problema vero è l’interruzione delle catene di approvvigionamento occidentali tutto il resto passa in secondo piano, dal massacro degli yemeniti al genocidio dei palestinesi.

I porti israeliani (Haifa e Ashdod) dal 25 gennaio iniziavano a essere attaccati anche dalle Forze di mobilitazione popolare (Fmp), composte da formazioni per lo più sciite sostenute da Teheran che hanno dato un contributo importante nella sconfitta dell’Isis e inquadrate nell’esercito iracheno, che stanno dando grossi problemi agli Usa con numerosi attacchi alle loro basi cui seguono le rappresaglie statunitensi che a inizio anno hanno portato all’uccisione a Baghdad di tre comandanti delle Fmp, accentuando così sempre più le richieste del governo iracheno volte a liberarsi della presenza statunitense.

 

Conseguenze per le catene di approvvigionamento occidentali.

La Banca mondiale ha lanciato un allarme: «I recenti attacchi alle navi commerciali in transito nel Mar Rosso hanno già iniziato a interrompere le principali rotte marittime, erodendo la flessibilità delle reti di approvvigionamento e aumentando la probabilità di strozzature inflazionistiche. In un contesto di crescenti conflitti, anche le forniture energetiche potrebbero essere sostanzialmente interrotte, portando a un’impennata dei prezzi dell’energia»[8]. Rialzo delle quotazioni del petrolio che, oltre a non dispiacere all’Opec plus (dove spiccano sauditi e russi e dei cui membri nessuno ha aderito all’operazione contro Ansarallah), avranno ricadute sull’aumento dell’inflazione[9].

Per quanto gli huthi siano stati chiarissimi nel dichiarare che solo le navi israeliane o dirette in Israele – e dopo i bombardamenti sullo Yemen quelle statunitensi e britanniche, con le grandi compagnie di assicurazione che si sono rifiutate di stipulare polizze per le navi di Israele, Usa e Regno Unito[10] – sarebbero state oggetto di attacchi, il traffico nel Mar Rosso e il transito per il Canale di Suez (dove passa circa il 20% mondiale delle merci trasportate via mare) hanno subito una riduzione e la scelta di molte compagnie di navigazione è stata quella di circumnavigare l’Africa con conseguente aumento dei costi e ritardo nelle consegne.

Muhammad al-Buheiti, membro dell’ufficio politico di Ansarallah, ha dichiarato: «Come per tutti gli altri paesi, comprese Russia e Cina, le loro spedizioni nella regione non sono minacciate. Inoltre, siamo pronti a garantire il passaggio sicuro delle loro navi nel Mar Rosso, perché la libera navigazione svolge un ruolo significativo per il nostro paese. Se parliamo della componente militare, le navi israeliane o comunque legate a Israele non avranno la minima possibilità di attraversare il Mar Rosso. Ansarallah non persegue l’obiettivo di catturare o affondare questa o quella nave. Il nostro obiettivo è aumentare i costi economici che lo stato ebraico dovrà sostenere per fermare la carneficina a Gaza»[11].

Usa e alleati perseguono il capovolgimento della situazione che si è venuta a creare con l’attacco alle navi israeliane in cui si assiste a un via libera per russi e cinesi (ma anche sauditi con i quali le trattative di pace proseguono nonostante i veti di Washington): «Da tempo gli Stati Uniti pretendono di affrontare i loro problemi di competitività e di debito estero con un ricorso sempre più sfacciato alle barriere commerciali e finanziarie. La storia insegna che questo tipo di rivolgimenti attiva una catena di azioni e reazioni, economiche e in ultima istanza militari. Ma a ben vedere, sotto l’intenzione dichiarata, cova un risiko economico più profondo. La grande questione sotterranea sta nel capire se anche nei prossimi anni gli americani e i loro alleati manterranno il controllo militare del Mar Rosso. Se così fosse, anche la linea commerciale che va dal canale di Suez allo stretto di Bab al-Mandab finirebbe soggetta al protezionismo americano del “friend shoring”: in sostanza, mentre i mercantili occidentali avrebbero via libera, i cargo dei paesi “nemici” potrebbero pagare alti pedaggi o addirittura trovare semaforo rosso. Ispirati dall’Iran, gli huthi guarda caso stanno servendo un progetto esattamente opposto a quello statunitense: lasciano passare i mercantili russi e cinesi mentre attaccano le navi battenti bandiere americane e britanniche»[12].

 

La posizione ambigua dei paesi arabi e della Turchia

All’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) fin dall’inizio del conflitto si sono delineate posizioni differenti: Kuwait, Oman e Qatar hanno rivolto dure accuse a Israele, mentre Eau e Bahrein, firmatari degli Accordi di Abramo del 2020, non andando al di là di un formale solidarietà con i palestinesi, hanno mantenuto una posizione più diplomatica. I sauditi, già impegnati in una trattativa per regolarizzare i loro rapporti con Israele, si sono trovati in una posizione delicata e, onde evitare contestazioni interne, si sono trovati costretti a bloccare le trattative con Tel Aviv, a denunciare i massacri sionisti e a porre la nascita di uno stato palestinese quale condizione per poter riavviare la negoziazione. Posizione alla quale si sono accodati Kuwait, Oman e Qatar. Gli Eau, che puntano a tutelare prioritariamente il proprio sviluppo economico e a trasformare il paese in un centro finanziario e commerciale globale di attrazione per gli investitori stranieri e aziende internazionali (mantengono relazioni molto forti anche con la Russia sotto sanzioni), non hanno nessuna intenzione di rompere le relazioni con Israele[13].

La Turchia – che continua a garantire gli approvvigionamenti petroliferi israeliani dall’Azerbaigian e che punta a trasformarsi in uno snodo cruciale per i rifornimenti energetici destinati all’Europa in collaborazione con Tel Aviv: il gasdotto EastMed che collega Israele all’Europa; un gasdotto di 300 chilometri che collega i giacimenti di gas palestinesi occupati nel Mediterraneo orientale a un impianto di liquefazione del gas a Cipro; un gasdotto sottomarino che collega la Turchia ai giacimenti di gas naturale in Palestina[14] – garantisce il 6,2% delle importazioni totali israeliane, con una crescita fra il 2020 e il 2022 da 3,56 miliardi di dollari a 5,7; dagli Eau, che nel 2022 hanno firmato un accordo di libero scambio con Tel Aviv e che dalla firma degli Accordi di Abramo hanno aumentato del 1543% le loro esportazioni verso Israele, arriva il 2,1% delle importazioni israeliane che sono passate dai 115 milioni di dollari del 2020 a 1,89 miliardi nel 2022; la Giordania occupa il terzo posto, più che raddoppiato il giro di affari dai 210 milioni del 2020 ai 469 del 2022, seguita dall’Egitto con 179 milioni. Complessivamente fra il 2020 e il 2022 le esportazioni dei paesi mediorientali verso Israele sono aumentate del 111%. Israele esporta gas naturale grazie ai giacimenti scoperti nelle sue acque territoriali e a quelli sottratti ai palestinesi, ma dipende dall’estero per gli approvvigionamenti di petrolio. Anche qui il 62% viene da paesi musulmani come Kazakistan e Azerbaigian, vi è poi la quantità di petrolio non determinata (in quanto importata illegalmente) che arriva dal Kurdistan iracheno e dal petrolio rubato ai siriani dall’alleanza curdostatunitense. Il porto turco di Ceyhan svolge in questo traffico un ruolo fondamentale avendo come terminali i porti israeliani di Ashkelon e di Eilat (che a causa degli attacchi yemeniti ha visto ridursi dell’85% la sua attività). Nel complesso quindi i commerci, al di là della retorica infiammata contro Israele, rimangono per lo più ininterrotti[15]. Gli interessi del capitale travalicano senza problemi il massacro dei palestinesi al di là di qualsiasi appartenenza religiosa.

Alcuni paesi arabi hanno offerto a Israele la possibilità di aggirare le rotte marittime bloccate con un’alternativa terrestre, limitata dall’importante differenza di quantità di merci trasportabili via mare e via terra, lungo la tratta Eau/Bahrein-Arabia Saudita-Giordania-Israele[16].

D’altro canto bisogna segnalare come, con l’eccezione del Bahrein che ospita la V flotta Usa, nessuno dei membri del Ccg, alleati degli Usa compresi, abbia aderito alla Prosperity Guardian. La posizione di questi paesi fornisce indicatori importanti che fanno comprendere come, pur non essendo in grado di giocare un ruolo di primo piano nel grande scontro interimperialistico, gli equilibri in Medioriente si stiano spostando a favore del fronte russo-cinese. Dalla distensione dei rapporti con mediazione cinese fra Riad e Teheran, all’abbandono delle milizie jihadiste finanziate in conto Usa per rovesciare Assad (riaccolto all’interno della Lega araba), dal mantenimento e ampliamento dei rapporti economici con Mosca in barba alle sanzioni occidentali alle transazioni energetiche con la Cina che iniziano a essere valutate in yuan e all’adesione ai Brics Plus, sono tutti segnali che indicano come questi paesi stiano percependo, e quindi mettendo in atto i relativi aggiustamenti a proprio vantaggio, un cambiamento a livello di forza internazionali cui conviene adeguarsi, senza per questo abbandonare i rapporti con gli Usa o con Israele dove questi possano continuare a essere convenienti.

 

Allargare il conflitto 1: danneggiare europei e cinesi

Usa e Regno Unito stanno estendendo il conflitto. Se gli Usa avessero voluto effettivamente por fine agli attacchi degli huthi l’azione più logica sarebbe stata quella di mettere le briglie all’alleato sionista. Cosa non impossibile dato che senza i rifornimenti statunitensi di armi Israele esaurirebbe in fretta le sue scorte e che ci sono dei precedenti nella storia dei rapporti fra Washington e Tel Aviv: Reagan costrinse Begin nel 1982 a interrompere la guerra in Libano e Bush sr. nel 1991 trattenne i versamenti miliardari che gli Usa versano a Israele per costringere Shamir a interrompere l’ampliamento degli insediamenti in Cisgiordania. Attaccando Ansarallah si ottiene esattamente il risultato di rendere ancora più incandescente la situazione in un tratto di mare e in una regione che necessita di essere pacifica soprattutto per Pechino.

L’operazione contro gli huthi ha diverse finalità. Dal punto di vista politico punta a colpire un alleato dell’Iran; da quello ideologico gli attacchi anglostatunitensi servono a distogliere l’attenzione dal massacro di Gaza e sono avvenuti mentre all’Aia venivano presentate dal Sudafrica le prove a carico di Israele relative all’accusa di genocidio; dal punto di vista economico e strategico l’operazione fa parte di un tentativo di mantenere un ruolo egemone nel Medioriente controllando le rotte cruciali del Mar Rosso e i suoi colli di bottiglia come Bab al-Mandab.

Israele, nei progetti occidentali, una volta impossessatosi definitivamente dei giacimenti palestinesi prospicienti la Striscia di Gaza[17], deve diventare uno dei principali fornitori di gas per l’Ue sabotata dagli Usa con l’attacco al Nord Stream russo-tedesco[18], una vittoria strategica statunitense che condanna definitivamente il mercantilismo europeo – realizzabile con il basso prezzo delle fonti energetiche russe e il basso costo della forza-lavoro europea che rendevano concorrenziali le sue merci – avviando l’Europa verso un processo di deindustrializzazione o di rilocazione negli Usa (che offrono migliori condizioni di approvvigionamenti energetici e al contempo vendono all’Ue il loro più costoso gnl)[19]. Ricordiamo inoltre che la realizzazione del progetto storico sionista del Grande Israele (Palestina, Giordania, Libano, 70% della Siria, 50% dell’Iraq, 33% dell’Arabia Saudita e dell’Egitto) trasformerebbe il paese in una nazione molto ricca dal punto di vista delle risorse energetiche[20], il che farebbe il gioco dei padrini statunitensi che controllerebbero per interposta persona un’altra via di approvvigionamento per la disperata Europa.

Sebbene una parte degli europei avesse nicchiato all’idea di partecipare all’ennesima operazione militare a guida Usa che rischia di trasformarsi in un altro disastro, Francia, Italia e Germania hanno poi deciso di dar vita a una missione militare, battezzata Aspides di fatto accodandosi a Washington, Londra e Tel Aviv, ma soprattutto ancora una volta autodanneggiandosi dato che gli europei hanno tutto l’interesse a tenere pacificato il Mar Rosso, cosa ottenibile solo facendo pressione per far terminare il massacro a Gaza e non certo estendendo le operazioni militari: «Gli europei, già economicamente e militarmente provati dal conflitto in Ucraina, non hanno alcun interesse a farsi coinvolgere in una guerra in Medio Oriente anche in considerazione del fatto che le iniziative militari anglo-americane, dall’Iraq all’Ucraina al Mar Rosso, hanno il brutto difetto di influire pesantemente e su molti fronti in modo negativo sull’economia e la sicurezza dell’Europa. Ancora una volta semmai, da un’Europa militarmente debole e disunita, sarebbe lecito aspettarsi qualche robusta iniziativa diplomatica tesa quanto meno a cercare di ottenere dagli Houthi garanzie circa il transito dei mercantili europei e dei flussi commerciali strategici per la nostra economia dallo Stretto del Bab al-Mandab»[21]. Gli europei stanno facendo un nuovo tentativo di dar vita a un apparato militare autonomo dagli Usa. Gli ultimi tentativi sembravano naufragati con la guerra in Ucraina condotta al guinzaglio di Washington e con un esponenziale aumento delle spese militari volto a raggiungere la fatidica quota del 2% del pil nazionale voluta dalla Nato, ma lo spettro di un ritorno alla presidenza statunitense di Trump, che potrebbe portare con sé il progetto di abbandonare l’Ue, permettendo al capitale russo di ristabilire rapporti proficui con quello europeo, in cambio di una neutralità di Mosca nel confronto con Pechino, potrebbe aver indotto gli europei a riprendere l’iniziativa su questo piano[22]. Resta il fatto che un’operazione nel Mar Rosso è quantomeno improvvida perché pone gli europei al fianco di Israele, perdendo così la possibilità di mediazione e relativa pacificazione che dovrebbe essere al centro degli interessi europei.

Ansarallah ha colpito solo le navi israeliane per por fine al massacro dei palestinesi, ma gli Usa hanno provato a spacciare il proprio intervento come operazione di autodifesa di fronte a un attacco all’economia mondiale. Leggiamo le dichiarazioni di Mohammed Ali al-Huthi, secondo in comando di Ansarallah: «Non esiste alcun blocco del Mar Rosso, e ciò che viene promosso dai media occidentali, secondo cui stiamo prendendo di mira la navigazione internazionale nel Mar Rosso mettendo in pericolo il commercio internazionale, non è vero. La navigazione attraverso il Mar Rosso è sicura per tutte le navi tranne quelle collegate a Israele. Fino a poco tempo fa, da quando abbiamo annunciato le nostre operazioni, 4.874 navi hanno attraversato in sicurezza. Ogni giorno circa 70 navi attraversano Bab al-Mandab senza subire danni. Non vogliamo che Bab al-Mandab venga chiuso, né che venga chiuso il Mar Rosso. Se avessimo voluto chiudere Bab al-Mandab, ci sarebbero state altre misure, alcune delle quali più facili del lancio di missili. È l’America che sta mettendo in pericolo la navigazione internazionale istituendo quella che chiama “Alleanza per la prosperità” per proteggere le navi israeliane, anche se un nome più appropriato sarebbe “Alleanza per la distruzione, la militarizzazione del Mar Rosso ed espansione del conflitto”. La Casa Bianca cerca di ingannare il mondo diffondendo la voce secondo cui passare da Bab al-Mandab non è sicuro. Esercita pressioni sulle compagnie di navigazione internazionali che non hanno collegamenti con Israele affinché non attraversino il Mar Rosso. Li invitiamo a fermare questi atti e a ricorrere alla soluzione migliore, ovvero fermare l’aggressione e togliere l’assedio al popolo di Gaza»[23].

Il risultato dell’operazione Prosperity Guardian è che il Mar Rosso rischia sì di essere bloccato davvero, ma da Usa e alleati. Cui prodest? A essere danneggiati principalmente saranno europei e asiatici che più dipendono dalle rotte marittime mediorientali, mentre la maggior parte delle rotte commerciali statunitensi gravita sul Pacifico: «A causa degli attacchi Houthi nel Mar Rosso, i costi di trasporto di un container da Shanghai a Genova sono più che quadruplicati nel giro di un mese e mezzo (+350%). Per ora, la crisi è più regionale che globale: nello stesso intervallo di tempo, infatti, i costi di trasporto da Shanghai a Los Angeles sono aumentati “solo” del 95%. A metà gennaio il traffico di portacontainer, petroliere e metaniere dallo stretto di Bab al-Mandab si era ridotto di quasi la metà (-46%), riflettendosi sul traffico dal canale di Suez più a nord (-35%). I primi effetti della crisi si cominciano a vedere anche nei maggiori porti italiani, che da fine dicembre sono arrivati a far segnare una riduzione dei traffici commerciali superiore al 20%. Anche il passaggio di gnl dal Qatar attraverso Suez è crollato. Gli effetti di questa crisi sull’inflazione potrebbero essere significativi, soprattutto per l’Europa. Ispi stima che gli attuali maggiori costi di trasporto dal Mar Rosso potrebbero far aumentare i prezzi generali in Europa del +1,8% entro 12 mesi, e l’inflazione “core” del +0,7%, rispetto a uno scenario senza crisi»[24].

Gli Usa hanno perso la guerra in Afghanistan, con una spesa che in vent’anni ha superato i 2.300 miliardi di dollari per l’80% finiti nelle tasche del complesso militare-industriale, e hanno subito fatto in modo di aprire il conflitto in Ucraina, conflitto militarmente perso dalla Nato, ma economicamente vinto dagli Usa contro uno dei suoi principali concorrenti l’Ue (anche qui grossi introiti per il complesso militare-industriale calcolabili in quasi 50 miliardi di aiuti militari).

 

Strategie imperialistiche concorrenti per il controllo del Medioriente

Il conflitto iniziato il 7 ottobre ha mostrato fin dall’inizio che non sarebbe rimasto limitato alla Palestina. L’Asse della resistenza filoiraniano sta creando difficoltà a Israele e alleati occidentali, oltre che con le forze yemenite di Ansarallah, anche in Libano, dove Hizballah costringe Israele a mantenere una parte del suo esercito impegnato nel confine settentrionale, in Siria e Iraq, dove le basi statunitensi subiscono costanti attacchi (oltre 150 finora). Fra dicembre e gennaio l’Iran, individuato come l’elemento di collegamento fra le forze antisioniste, è stato oggetto di attacchi, il più clamoroso dei quali a Kerman il 3 gennaio (rivendicato in ritardo dall’Isis, più volte utile strumento di Usa e alleati) in occasione della commemorazione della morte del generale Suleimani con una strage che ha causato 95 morti, ma c’è stata anche l’uccisione del generale dei pasdaran Reza Mousavi a Damasco e attacchi nelle province del Sistan e del Baluchistan da parte del gruppo jihadista sunnita Jaish ul-Adl, con conseguenti ritorsioni iraniane che nel giro di pochi giorni hanno colpito nel Kurdistan iracheno (un centro del Mossad e un imprenditore curdo che trafficava il petrolio rubato ai siriani con Israele)[25], in Iraq (le basi dell’aeronautica Usa e il consolato), in Siria (i jihadisti appoggiati dall’Occidente a Idlib, con un lancio di missili da 1.200 chilometri di distanza che mandava chiari avvertimenti a Israele mostrando che l’Iran possiede gli strumenti per colpire direttamente lo stato sionista) e Pakistan (due basi di Jaish ul-Adl che sostengono i separatisti del Belucistan, anche questi utilizzati alla bisogna dai servizi segreti statunitensi per danneggiare il corridoio sino-pachistano della Bri). Se l’obiettivo degli attentati all’Iran era quello di minacciare Teheran e l’Asse della resistenza a non insistere nel sostegno ai palestinesi la risposta ha mostrato che l’Iran è in grado di difendersi e che chi spinge per un attacco all’Iran deve prepararsi a una guerra durissima che potrebbe indebolire ulteriormente Washington e fargli perdere nel medio periodo il conflitto globale che ha aperto con Cina e Russia[26].

Gli Usa cercano di ribaltare una situazione in Medioriente che li ha visti perdere la loro posizione egemonica con la ritirata in Afghanistan, il fallito cambio di regime in Siria per mano jihadista, la pacificazione fra Arabia Saudita e Iran mediata da Pechino, il fatto che diversi paesi del Golfo vedano nella Cina la possibilità di rapporti economici più vantaggiosi che potrebbero portare alla realizzazione del petroyuan. Nei progetti di almeno una parte dell’amministrazione statunitense un conflitto nella regione, che vada al di là del massacro di Gaza e si estenda anche a Libano e soprattutto Iran, potrebbe permettere agli Usa di invertire la situazione. L’apertura del fronte del Mar Rosso, che danneggia tutti i concorrenti di Washington, potrebbe avere come (iniziale) tappa successiva un attacco al Libano[27]. Permangono quali punti di riferimento nella dottrina strategica di Washington le direttive del Defense Planning Guidance del 1992: «operiamo per impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale. Gli Stati Uniti devono dimostrare la leadership necessaria a stabilire e difendere un nuovo ordine, il quale si confermi capace di convincere i potenziali competitori che non hanno bisogno di aspirare ad assumere un ruolo maggiore o di assumere un atteggiamento più aggressivo per proteggere i loro legittimi interessi. Dobbiamo mantenere i meccanismi per scoraggiare i potenziali competitori anche dall’aspirare a un maggiore ruolo regionale o globale. È di fondamentale importanza preservare la Nato quale principale strumento della difesa e della sicurezza occidentali, così pure quale canale della influenza e della partecipazione statunitensi negli affari della sicurezza europea. Nel Medio Oriente e nell’Asia sud-occidentale, il nostro obiettivo generale è quello di rimanere la potenza esterna predominante nella regione e preservare l’accesso statunitense e occidentale al petrolio della regione. Per sostenere le vitali relazioni politiche ed economiche che abbiamo lungo tutto l’arco del Pacifico, dobbiamo mantenere nella regione il nostro status di potenza militare di prima grandezza»[28].

Gli Usa vogliono ostacolare i processi di pacificazione della regione condotti dai cinesi (e dai russi), che necessitano di corridoi sicuri e un Medioriente tranquillo per garantirsi approvvigionamenti energetici e la realizzazione della Via della seta (a maggior ragione dopo che il corridoio della Bri destinato a passare per Russia e Ucraina è stato danneggiato dalla guerra orchestrata dalla Nato), e hanno ostacolato gli accordi di pace fra sauditi e Ansarallah, anche se i sauditi, a riprova del declino imperialistico statunitense, sembrano intenzionati a continuare nelle trattative e a por fine a un conflitto disastroso per Riad. La Saudi Aramco, principale compagnia petrolifera mondiale, continua a far viaggiare le sue petroliere nel Mar Rosso con il responsabile saudita delle attività di commercio e marketing che ha definito i rischi di utilizzo del Mar Rosso nelle rotte verso l’Europa come “gestibili”[29], a gennaio le spedizioni di Aramco verso l’Europa sono addirittura aumentate. Intanto anche le compagnie cinesi stanno facendo buoni affari andando a colmare i vuoti lasciati da quelle occidentali offrendo, rispetto ai vettori occidentali, una tratta lungo il Mar Rosso più economica della circumnavigazione dell’Africa[30].

Quanto meno una parte del cosiddetto deep state, o per meglio dire dell’apparato permanente di stato[31], sta puntando a un allargamento del conflitto mediorientale tale da danneggiare i cinesi sia nella Bri che negli approvvigionamenti energetici e nei suoi organismi multinazionali come i Brics (dei quali sono entrati a far parte Arabia Saudita, Iran ed Eau).

Come abbiamo visto in occasione del ritiro dall’Afghanistan, la politica adottata è stata quella di abbandonare uno scenario di guerra compromesso liberando risorse per aprirne uno nuovo, e di più ampia portata, contro la Russia (e l’Ue), come ricordato da Blinken alla fine del 2022: «Per quanto riguarda la guerra della Russia contro l’Ucraina, se fossimo ancora in Afghanistan, credo che ciò avrebbe reso molto più complicato il sostegno che noi e altri siamo stati in grado di dare all’Ucraina per resistere e respingere l’aggressione russa »[32]. Alla fine di gennaio hanno iniziato a circolare voci di un ritiro dall’Iraq[33], cui dovrebbe seguirne uno dalla Siria, ipotesi di ritiro che ha subito incontrato la ferma opposizione dei neocon[34], dato che in Siria, anche con l’uso del jihadismo che risorge puntualmente a comando, bisogna ancora tentare di rovesciare Assad e continuare a rubare il petrolio per indebolire il governo. La notizia del ritiro era peraltro in aperta contraddizione con quella che annunciava a metà gennaio lo schieramento di altri 1.500 soldati statunitensi in Siria e Iraq[35] in aggiunta ai 2.500 e 900 già stanziati rispettivamente nei due paesi. Segnali non solo di contraddizioni interne al sistema di potere statunitense, ma evidentemente anche di uno scontro fra diverse, e non sempre chiare, strategie.

Gli investimenti cinesi in Medioriente e Nordafrica ammontano a 239 miliardi di dollari, mentre i volumi di commercio bilaterale superano i 330 miliardi di dollari. Un ulteriore allargamento del conflitto nella regione, fino ad arrivare al culmine di un confronto con l’Iran, causerebbe danni enormi alla Cina[36].

Il capitale cinese vuole la pace nella regione e per ottenerla qualche pressione pare sia stata esercitata su Teheran. Fonti iraniane confermano che il messaggio di Pechino è il seguente: «Se i nostri interessi vengono danneggiati in qualsiasi modo, ciò avrà un impatto sui nostri affari con Teheran. Quindi dite agli huthi di mostrare moderazione»[37]. D’altronde, data l’asimmetricità dei rapporti economici fra Iran e Cina (nel 2023 il 90% delle esportazioni di greggio iraniano ha avuto come destinazione la Cina, ma questa dipende dall’Iran solo per il 10% delle sue importazioni), Pechino può esercitare una certa pressione. Ricordiamo però che lo stile diplomatico cinese, per quanto basato su relazioni di forza asimmetriche, non è incentrato sull’impartire ordini come avviene fra Washington e i suoi subordinati – difendere i propri interessi non deve trasformarsi in una forma di relazione tale da pregiudicare la possibilità di svolgere un ruolo pacificatore e di mediazione che risponde meglio agli interessi del capitale cinese – ma tende se mai a vedere i paesi mediorientali come elementi di una relazione che possa favorire Cina e Russia nel contrastare l’egemonia dell’Occidente, inoltre la responsabilità principale della situazione innescatasi nel Mar Rosso è per Pechino da attribuirsi a Israele e Usa. Certo bisogna capire poi effettivamente come sia strutturato l’Asse della resistenza, l’Iran ha indubbiamente svolto un importante lavoro di coordinamento fra i diversi gruppi (è questa la grande intuizione di Suleimani in particolare nel momento in cui si trattava di fronteggiare l’esercito jihadista al servizio dell’Occidente noto come Isis) favorendo la collaborazione e lo scambio di conoscenze fra gli stessi a tutti i livelli (dalla fabbricazione di armi all’intelligence), ma resta il fatto che pur agendo talvolta in coordinamento e condividendo un’ideologia di “liberazione nazionale”, restano tuttavia entità autonome[38].

 

Allargare il conflitto 2: bersaglio finale l’Iran?

Una parte dello “stato profondo” Usa che a livello politico viene abitualmente identificata nei cosiddetti neocon (trasversali ai due principali partiti), ma quel che più conta a livello strutturale rispondente agli interessi del complesso militare-industriale, è disposta, per mantenere la supremazia “unipolare” a stelle e strisce, a condurre un conflitto su tre fronti: Russia, Cina e Iran.

Ciò che dovrebbe più preoccupare è che piani per attaccare l’Iran sono stati elaborati da tempo. Il più noto di questi documenti cita esplicitamente Israele quale longa manus di Washington per colpire Teheran senza coinvolgere in modo platealmente diretto gli Usa all’inizio[39]. Da questo punto di vista il ritiro dalle basi siro-irachene avrebbe anche il senso di sottrarle alla linea di fuoco in cui si troverebbero coinvolte: «Come per il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, si è tentati di presumere che gli Stati Uniti siano in ritirata, ma gli eventi recenti hanno reso chiaro che se gli Stati Uniti stanno ritirando le forze da un conflitto di lunga data, è solo per liberare risorse per uno ancora più grande e pericoloso»[40]. Un anno fa Israele e Usa hanno organizzato la loro più grande esercitazione militare congiunta, la Juniper Oak 23.2 – 6.400 soldati statunitensi e 1.500 israeliani, 100 aerei da combattimento Usa e 42 israeliani, dodici navi da guerra e attività in tutti i settori (mare, aria, terra, spazio e cyber)[41] – in cui si simulava un attacco contro l’Iran.

Suat Delgen, analista dell’industria della difesa e della politica estera e già ufficiale di stato maggiore nelle forze navali turche, ritiene bassa la probabilità che la situazione nel Mar Rosso si trasformi in un conflitto capace di coinvolgere direttamente Iran e Usa visto che gli Usa hanno progetti di integrazione economica regionale come il corridoio Imec e la buona riuscita di questi dipende dalla stabilità regionale e dal sostegno di attori chiave come l’Arabia Saudita, converrebbe quindi evitare azioni capaci di ostacolare la normalizzazione dei rapporti fra sauditi e israeliani limitando l’influenza regionale dell’Iran senza innescare un conflitto su larga scala[42]. È anche vero però che dovendo scegliere fra la realizzazione di un velleitario progetto Imec (non in grado di competere con la Bri), che potrebbe meglio prosperare in una situazione di pace, e una situazione di caos sistematico che danneggerebbe i rivali russi, cinesi e iraniani sicuramente una parte dell’amministrazione statunitense potrebbe facilmente optare per la seconda soluzione. Del resto è lo stesso Delgen a mettere a fuoco una questione importante: «I recenti sviluppi nelle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, in particolare lo sforzo di normalizzazione sotto la mediazione cinese, rappresentano un cambiamento significativo nel panorama geopolitico regionale. La cessazione degli attacchi huthi contro gli impianti petroliferi sauditi, conseguenza del riavvicinamento saudita-iraniano, ha evidentemente contribuito a creare un ambiente più sicuro per l’industria petrolifera saudita. Inoltre, il miglioramento delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran rafforza potenzialmente la sicurezza delle principali rotte marittime come il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz, che sono vitali per l’approvvigionamento globale di petrolio, comprese le spedizioni di petrolio saudita»[43]. Ma è proprio il frutto della pacificazione cinese e il continuo rafforzarsi di Pechino nel Medioriente, con lo spettro della realizzazione del petroyuan, a rendere più appetibile una destabilizzazione. La strategia del caos cui più volte gli strateghi statunitensi hanno fatto ricorso nei momenti di difficoltà.

Secondo alcune analisi una guerra di più ampia portata in Medioriente renderebbe poi gli approvvigionamenti energetici asiatici difficoltosi permettendo agli Usa di controllare l’offerta petrolifera mondiale da usare come merce di scambio per rinegoziare un nuovo ordine internazionale[44]. Ciò però, oltre a far salire alle stelle il prezzo del petrolio, potrebbe scatenare una crisi dei derivati sul petrolio e affini che colpirebbe anche l’economia Usa (uno dei motivi per cui su pressione di Wall Street Trump cercò di evitare il conflitto con l’Iran).

Il 29 gennaio l’ennesimo attacco, rivendicato dalla Resistenza islamica in Iraq (coalizione di milizie filoiraniane, comprendente anche membri delle Fmp, che dall’inizio della mattanza di Gaza ha portato numerosi attacchi alle basi statunitensi) ha provocato tre morti e oltre quaranta feriti in una base situata in Giordania vicino al confine siriano: «Quanto avvenuto è davvero strano. Finora le milizie sciite avevano evitato di causare morti, limitandosi ad attacchi poco più che simbolici, diretti a esercitare pressione sugli occupanti. Bizzarra, anche qui, la tempistica. Due giorni fa la notizia che Stati Uniti e Iraq avevano avviato colloqui formali per il ritiro delle truppe americane. Le milizie di cui sopra, insomma, avevano cioè vinto la loro partita. La morte dei tre soldati Usa complica maledettamente tutto. Il rischio di un’escalation è alto. E il dialogo Usa-Iraq per il ritiro americano potrebbe chiudersi. Un attacco andato oltre le intenzioni? Un sabotaggio ad hoc da parte di infiltrati, che se ne contano a iosa in queste milizie dalla composizione magmatica?»[45]. Immediatamente si sono alzate voci che chiedevano un attacco all’Iran, in testa alla canea figure come quella del neocon Bolton[46] (consigliere per la sicurezza nazionale licenziato da Trump dopo aver tentato di far esplodere il conflitto con l’Iran nel gennaio 2020). Funzione della base statunitense, il che la rendeva legittimo oggetto di attacco, è quello di utilizzare i droni per effettuare attacchi aerei contro le milizie che si oppongono agli Usa in Sira e Iraq[47].

«Dopo l’assassinio del generale Suleimani da parte degli Stati Uniti, obiettivo generale dell’Asse della resistenza è quello di rimuovere gli Stati Uniti dal Medioriente. La risposta immediata degli Stati Uniti al colpo è stata l’attivazione di aerei cisterna a lungo raggio. Le autocisterne per il rifornimento aereo vengono utilizzate per mantenere in volo gli aerei da combattimento per diverse ore. Le ragioni per tenere i jet in volo potrebbero non essere necessariamente per attaccare qualcuno, ma per evitare che vengano distrutti da un attacco ai propri aeroporti. Gli Stati Uniti hanno molte basi in Medioriente che ospitano molti jet costosi. Da ciò si potrebbe concludere che gli Stati Uniti attaccheranno un obiettivo così importante da doversi preparare per un attacco a tutto campo contro le proprie basi in Medioriente. L’attuale escalation in Medio Oriente sta avvenendo perché i sionisti tentano di fare pulizia etnica a Gaza, in Cisgiordania e nel sud del Libano. Il sostegno attivo degli Stati Uniti a questo obiettivo ha portato a più guerre statunitensi in Yemen, Iraq e ora in Siria. Mentre gli Stati Uniti hanno affermato di non volere una guerra totale in Medioriente, hanno fatto del loro meglio per promuoverla. La decisione distopica degli Stati Uniti e dei loro vassalli europei di negare ogni sostegno all’Unrwa come vendetta per la decisione della Corte Internazionale di Giustizia contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è stata un’ulteriore escalation»[48].

I morti della base statunitense sono stati quanto mai “opportuni” dato che ciò rallenterà l’uscita degli Usa dall’Iraq. Washington può comunque mantenere uno stretto controllo sull’Iraq dato che dal 2003 gli introiti derivanti dalla vendita del petrolio iracheno vengono depositati presso la Federal Reserve Bank di New York e poi, eventualmente, vengono girati a Baghdad. Obiettivo degli Usa è di costringere l’Iraq a reindirizzare il proprio settore energetico lontano dall’Iran e impedire al suo settore bancario di aiutare Teheran a eludere le sanzioni occidentali. Gli Usa avrebbero posto anche delle condizioni politiche come l’adesione agli Accordi di Abramo, il posizionamento delle Fmp lontano dalle basi statunitensi e la soluzione delle tensioni col governo del Kurdistan iracheno fidato alleato di Washington. Per fronteggiare la carenza di dollari in seguito alle imposizioni statunitensi il governo iracheno nel febbraio 2023 ha parzialmente adottato lo yuan nel commercio con la Cina e punta ad aderire alla Banca asiatica di sviluppo e a depositarvi il surplus finanziario invece di acquistare titoli di stato statunitensi o aumentare le riserve in dollari[49]. Alla fine di gennaio il parlamento iracheno ha avanzato la proposta di vendere il petrolio in una valuta differente dal dollaro per contrastare le sanzioni statunitensi sul sistema bancario[50].

Vi è una parte della classe dirigente imperialistica statunitense che per il momento la guerra con l’Iran non la vuole, di fronte all’attacco alla base in Giordania il Pentagono ha annunciato di non avere prove che Teheran fosse conoscenza dell’attacco[51].

La rappresaglia statunitense avveniva il 3 febbraio colpendo 85 obiettivi legati ai pasdaran iraniani e ai loro alleati nelle regioni di confine che collegano Iraq e Siria, suscitando l’ira del governo iracheno che parlava esplicitamente della volontà statunitense di coinvolgere il paese in conflitti regionali e internazionali, mentre la Siria sottolineava come l’attacco sia avvenuto in Siria orientale dove le forze di Damasco stanno lottando contro sacche jihadiste targate Isis che tornano puntualmente a colpire ogni volta che gli Usa hanno la necessità di intensificare il processo di destabilizzazione del paese. Il 4 febbraio il terzo attacco anglostatunitense sullo Yemen andava a colpire la capitale Sanaa, a riprova della volontà di ampliare il conflitto sempre più.

Operazioni accompagnate dalle paradossali dichiarazioni di Biden: «Oggi, sotto la mia direzione, le forze militari statunitensi hanno colpito obiettivi in Iraq e Siria che l’Irgc [pasdaran] e le milizie affiliate usano per attaccare le forze statunitensi. Non cerchiamo conflitti in Medio Oriente o in qualsiasi altra parte del mondo. Ma a tutti coloro che cercano di farci del male: risponderemo»[52] e Blinken: «Tornerò in Medioriente la prossima settimana per continuare a lavorare con i nostri partner su come raggiungere una pace duratura nella regione, con una sicurezza duratura sia per gli israeliani che per i palestinesi»[53]. Per non ampliare il conflitto si procede bombardando Yemen, Siria e Iraq e si continua a rifornire di bombe Israele per proseguire il genocidio a Gaza. Dichiarazioni che lasciano perplessi soprattutto nel momento in cui di fatto Washington si trova un Medioriente impegnato su almeno sei diversi fronti (direttamente o per interposta persona): Libano, Gaza, Yemen, Siria, Iraq e Iran.

Ma che tipo di problema l’Asse della resistenza può costituire per gli Usa? «La decisione di questi gruppi di colpire le forze statunitensi in risposta al genocidio di Gaza segue uno schema ben radicato di resistenza all’aggressione congiunta USA-Israele. Contrariamente alle affermazioni degli Stati Uniti secondo cui i principali alleati regionali dell’Iran sono tutti semplici “delegati iraniani”, questi gruppi hanno agende interne proprie e operano con una certa misura di autonomia. Gli alleati dell’Iran non sono più semplicemente dei proxy iraniani. Piuttosto, sono diventati un insieme di attori politico-militari ideologicamente allineati, militarmente interdipendenti, maturi e impegnati nella difesa reciproca. Nell’agosto 2021, l’allora primo ministro israeliano Naftali Bennett ha esortato Biden a perseguire una strategia “morte per mille tagli”, in cui gli Stati Uniti e Israele avrebbero contrastato l’Iran attraverso una combinazione di molte piccole azioni su diversi fronti, sia militari che diplomatici, invece di un singolo drammatico attacco. A tal fine, una delle richieste chiave di Bennett era che Biden non ritirasse le forze statunitensi dall’Iraq e dalla Siria, cosa su cui la delegazione israeliana si sentiva piuttosto ottimista. Al contrario di questi piani, è la Resistenza che sta usando tagli piccoli e sempre più grandi per eliminare, nel tempo, la presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente»[54]. Ricordiamo sempre che, al di là di quelli che possono essere discordanze di posizione fra alleati, non è Israele a manovrare gli Usa, ma se mai, dati i rapporti di forza, il contrario. Gli Usa operano su scala mondiale e Israele è un utile alleato in una regione cruciale che può perseguire un progetto di imperialismo regionale. È proprio questo che, al di là della collaudata collaborazione fra l’imperialismo Usa (mondiale) e quello israeliano (regionale), può far temere che all’interno dell’amministrazione statunitense vi sia chi spinge per un allargamento del conflitto, a partire proprio dal genocidio palestinese e dal suo intensificarsi[55], puntando a un’esplosione dell’intero Medioriente.

Corretta l’analisi cinese: «gli Stati Uniti e l’Iran sono padroni geopolitici, ma la situazione si sta evolvendo in un possibile conflitto diretto. Se permettiamo che questo si sviluppi, la situazione nella regione assumerà una portata intrinseca di deterioramento auto-accelerato. A quel punto, né gli Stati Uniti né l’Iran saranno in grado di controllare la situazione. Inoltre, è improbabile che l’entità dell’impatto sia limitata solo agli Stati Uniti e all’Iran, poiché qualsiasi conflitto in Medio Oriente ha un effetto di contagio molto significativo. L’egemonia americana è il nocciolo della questione. In particolare, c’è una contraddizione strutturale tra l’egemonia globale degli Stati Uniti e le potenze regionali. Per mantenere la loro egemonia, gli Stati Uniti usano ancora i mezzi semplici e brutali delle sanzioni economiche e degli attacchi militari. Dopo quasi tutte le azioni militari in Medio Oriente dall’inizio del conflitto israelo-palestinese, compresi gli attacchi aerei di venerdì, gli Stati Uniti sottolineano che non stanno cercando “una guerra più ampia”. Eppure non è disposta a prendere l’iniziativa di frenare il proprio comportamento e di adeguare la propria politica in Medio Oriente. Di conseguenza, più gli Stati Uniti dicono che non stanno perseguendo un conflitto, più sono immersi nel conflitto»[56].

Kataib Hizbu Allah (Brigate del Partito di Dio), la principale formazione delle Fmp irachene, aveva annunciato alla fine di gennaio la sospensione delle operazioni militari, unica formazione della Resistenza islamica ad avere fatto ciò. Decisione presa col governo iracheno (il cui portavoce ha detto che la tregua serve a garantire il completamento dei negoziati per il ritiro degli Usa dall’Iraq) ribadendo che, al di là dell’alleanza con l’Iran, non concorda le proprie operazioni con Teheran[57]. Gli Usa però l’8 febbraio ammazzavano uno dei dirigenti di Kataib Hizbu Allah. Uccisione avvenuta poche ore dopo che il primo ministro iracheno al-Sudani aveva annunciato l’interruzione dei contatti con gli Usa dopo gli attacchi statunitensi del 3 febbraio.

Difficile anche capire che strategia venga perseguita da Washington fra l’oscillare nell’elemosinare un intervento cinese sull’Iran in modo da por fine alle azioni di Ansarallah senza ottenere però alcun impegno da parte di Pechino [58] – che se deve agire su Teheran lo farà non certo per cavare le castagne dal fuoco per Washington, ma soprattutto agisce vedendo chiaramente come troppe operazioni statunitensi portino ad aumentare sempre più i rischi di una guerra di più ampie dimensioni – e bombardamenti sullo Yemen che rischiano di allargare il conflitto coinvolgendo direttamente anche l’Iran.

All’interno del feroce scontro politico fra due diverse fazioni dell’imperialismo statunitense – da un lato l’ala neocon che vuole estendere il conflitto nella regione e cogliere l’occasione per risolvere i conti con l’Iran e l’Asse della resistenza e una parte dell’amministrazione che soprattutto in vista delle elezioni presidenziali di quest’anno vuole evitare un’altra guerra rischiosa con relativi esborsi economici che esaspererebbero gli elettori e favorirebbero Trump (inviso a entrambi i contendenti) – è sorta la questione delicatissima di chi effettivamente prenda le decisioni a Washington. Il segretario alla difesa Austin è stato ricoverato il primo gennaio per complicazioni derivanti da un precedente intervento e il Pentagono non ha informato la Casa Bianca per tre giorni. Il tutto è avvenuto in un contesto in cui le forze statunitensi erano impegnate a intercettare i missili degli huthi, a preparare l’attacco allo Yemen e a rispondere agli attacchi subiti nelle basi irachene e siriane uccidendo i capi delle Fmp nel centro di Baghdad, con il potenziale rischio di una reazione militare irachena. Una situazione cioè in cui il conflitto in Medioriente rischia di allargarsi sempre più[59]. Se Austin è ricoverato da Capodanno e la sua vice e il presidente Biden neppure lo sapevano diventa lecito chiedersi chi abbia ordinato il raid a Baghdad. Siamo di fronte a una riproposizione di quanto accaduto con quella sorta di colpo di stato ai danni dell’inetto Bush jr. che favorì gli attacchi ad Afghanistan e Iraq?

 

Il puntuale ritorno di un utile strumento e qualche osservazione conclusiva

Ci sono 10.000 jihadisti rinchiusi nelle strutture detentive gestite dai curdi, che coadiuvano gli Usa nell’occupazione e nel saccheggio dell’est siriano, quello che correttamente Eric Kurilla, comandante del Centcom, descrisse un paio d’anni fa come “un esercito dell’Isis in attesa”[60]. Questo esercito di riserva potrebbe essere utilizzato, in caso di allargamento del conflitto, oltre che per compiere operazioni contro le forze di Assad e la popolazione locale che si oppone all’occupazione statunitense, anche per contrastare le forze della Resistenza islamica in Iraq.

Gordon Duff, reduce del Vietnam ed ex diplomatico Onu in Medioriente e Africa, ha spiegato come il 16 gennaio una nave portacontainer statunitense sia stata colpita nel Mar Rosso da un missile di Ansarallah, la nave trasportava armi e camion Toyota Tundra modificati per il terrorismo in aperto deserto: «Solo poche settimane fa, una nave simile ha attraccato a Eilat. A bordo c’erano sistemi di difesa aerea tedeschi e svedesi, con sistemi missilistici installati, mitragliatrici pesanti e speciali disturbatori di frequenza provenienti dagli Usa, testati in Ucraina. Da Eilat, questi carichi vengono trasferiti in Giordania, dove vengono spostati su rotaia e camion nella zona statunitense in Siria, al centro di addestramento e dispiegamento dell’Isis ad al-Tanf. Il piano, a quanto pare, è un ridispiegamento dell’Isis contro la Siria meridionale e l’Iraq occidentale come parte di una guerra regionale con l’Iran. Oggi, l’Arabia Saudita ha preso le distanze da Biden e ha chiuso le vie terrestri per le armi e per lo spiegamento in Iraq, una capacità logistica che ha permesso alla Nato di mantenere la sua occupazione facendo uso del terrorismo per procura. Ciò lascia solo il Mar Rosso per il dispiegamento sicuro, invisibile, del materiale bellico necessario per ristabilire nuovamente il falso Stato Islamico a Mosul, con il suo vero quartier generale segreto a Erbil presso il centro di comando degli Stati Uniti di recente costruzione. Naturalmente, l’attacco iraniano al quartier generale del Mossad a Erbil a metà gennaio significava che qualcuno “capisce”. L’altro centro di rifornimento per le forze dell’Isis da schierare contro Daraa, a sud di Damasco, è lo stesso Israele dell’apartheid. L’aeronautica israeliana mantiene piste di atterraggio autostradali segrete dove unità terroristiche completamente armate entrano apertamente in Giordania e seguono una “superautostrada” sul letto del fiume direttamente in Siria»[61].

Gli Eau hanno arruolato elementi di al-Qaida per usarli al servizio del Consiglio di transizione del sud yemenita, che ha offerto appoggio a Israele contro Ansarallah, composto da fazioni secessioniste appoggiate da Abu Dhabi col fine di controllare la costa meridionale dello Yemen e i relativi porti. Si tratta di operazioni che avvengono in accordo con Washington per indebolire dall’interno del territorio yemenita gli huthi[62].

«Facilitati dall’Arabia Saudita, Pechino e Mosca possono coinvolgere il Golfo Persico come testa di ponte per espandere la loro influenza nella più ampia regione dell’Asia occidentale e quindi far avanzare i loro progetti di integrazione eurasiatica. Il Golfo Persico è già ben integrato con la Bri grazie al fiorente commercio energetico tra Cina e Ccg e ai crescenti investimenti della Cina nei parchi industriali e nei porti del Ccg. Tuttavia, i conflitti e i disordini nel resto dell’Asia occidentale hanno finora ostacolato la capacità della Cina di effettuare investimenti significativi nella regione. La Cina considera la stabilità dei suoi interessi economici nel Golfo Persico essenziale per il successo dei suoi piani e vede i suoi legami sino-Ccg come un modello per stabilizzare la più ampia Asia occidentale sotto la Bri»[63]. è questo il pericolo maggiore per gli Usa. Come impedire tutto ciò? Prima di tutto bisognerà capire quale posizione prevarrà negli Usa, se il partito dell’assetto unipolare, che prevede l’attacco all’Iran e il sostegno senza limiti a Israele, o quella volta a temporeggiare.

Si sta attualmente combattendo in Medioriente una porzione di un conflitto interimperialistico più ampio che ha in atto i suoi punti più infuocati nello scontro fra Nato e Russia in Ucraina (ma le operazioni di cambio di regime, o i conflitti, volti a indebolire Mosca ci sono state in Kazakistan, Bielorussia, Georgia, Serbia, Kirghizistan, nel conflitto fra Azerbaigian e Armenia); nel continente africano, dopo la distruzione della Libia, il conflitto si sta concentrando in diversi punti cardine (Sahel, Etiopia, ecc.) e rimane infine aperta la questione di Taiwan e del Mar cinese meridionale potenziali luoghi di nuove conflagrazioni.


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Maurizio Brignoli ha pubblicato con LAD Edizioni "Jihad e imperialismo" 



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NOTE

[1] Cfr. Alexander Rubinstein, “An Unholy Alliance: Did the US-Backed UAE Fly Isis Leaders into Yemen’s Killing Fields?”, MintPress News, 5 marzo 2019.

[2] Cfr. Andi Olluri, “The Yemeni ‘Peace Process’ Is a Sham Though You Wouldn’t Know That from Watching U.S. News or Reading Foreign Affairs”, CovertAction Magazine, 11 aprile 2023.

[3] Cfr. United Nations in Yemen, “Yemen Has Already Lost 2 Decades of Human Development”, 23 aprile 2019.

[4] Cfr. “Yemen War Deaths Will Reach 377,000 by End of the Year: UN”, Al Jazeera, 23 novembre 2021.

[5] Cfr. United Nations, 2019 Humanitarian Needs Overview. Yemen, p. 13.

[6] Cfr. Nafeez Ahmed, “Saudi war for Yemen oil pipeline is empowering al-Qaeda, IS”, Middle East Eye, 11 febbraio 2016; Mike Whitney, “War on Yemen? Don’t Expect a Cakewalk”, Global Research, 22 gennaio 2024.

[7] Cfr. Hasan Illaik, “Exclusive: The Hidden Security Clauses of the Iran-Saudi Deal”, The Cradle, 13 marzo 2023; Viktor Mikhin, “The United States’ New Yemen Strategy”, New Eastern Outlook, 21 marzo 2023.

[8] Global Economic Prospects, World Bank, gennaio 2024, p. 6.

[9] Cfr. Giacomo Gabellini, “Attacchi degli Houthi nel Mar Rosso: una ‘Guerra dello Yom Kippur 2.0’?”, l’AntiDiplomatico, 12 gennaio 2024.

[10] Cfr. Matt Egan, “Insurers Shun US, UK and Israeli Vessels Transiting the Red Sea as Security Situation Worsen”, Cnn, 17 gennaio 2024.

[11] Prokhor Dorenko, “??????? ? ???????? ??? ? ?????????????? ??????? ?????? ??? ?? ?????” [“La follia e l’idiozia di Usa e Gran Bretagna hanno giocato contro loro stessi”], Izvestija, 19 gennaio 2024.

[12] Cfr. Emiliano Brancaccio, “Yemen e Occidente, un Mare rosso di vergogna”, il manifesto, 23 gennaio 2024.

[13] Cfr. Madi Khalif Maalouf, “Palestinian-Israeli Conflict Divides the Ranks of Gulf Countries”, New Eastern Outlook, 29 gennaio 2024.

[14] Cfr. Mohamad Hasan Sweidan, “Erdogan’s Double Game: Praising Palestine, Aiding Israel”, The Cradle, 18 gennaio 2024.

[15] Cfr. Mohamad Hasan Sweidan, “The Enemy Within: Arab States That Trade with Israel”, The Cradle, 31 gennaio 2024.

[16] Cfr. Mohamad Hasan Sweidan, “Yemen’s Dagger Slices Through ‘Normalization’”, The Cradle, 20 dicembre 2023; “Arab States Help Israel Bypass Yemen’s Red Sea Blockade: Report”, The Cradle, 2 febbraio 2024.

[17] Cfr. Maurizio Brignoli, “Le cause economiche dietro il massacro di Gaza”, l’AntiDiplomatico, 17 novembre 2023; Francesco Schettino, “Patto di Abramo, BRI e IMEC: le caratteristiche economiche della questione palestinese”, l’AntiDiplomatico, 4 dicembre 2023.

[18] Cfr. Seymour Hersh, “How America Took Out the Nord Stream Pipeline”, seymourhersh.substack.com, 8 febbraio 2023.

[19] Non a caso Blinken si espresse così: «Si tratta di una straordinaria opportunità per eliminare una volta per tutte la dipendenza dall’energia russa. Ciò offre enormi opportunità strategiche per gli anni a venire. Ora siamo il principale fornitore di gnl in Europa per compensare il gas o il petrolio che sta perdendo a causa dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina» (“Secretary Antony J. Blinken And Canadian Foreign Minister Mélanie Joly At a Joint Press Availability”, U.S. Department of State, 30 settembre 2022).

[20] Cfr. Peter Koenig, “Gaza Versus the Hague: The ICJ Failed Again – A Case of ‘Political Correctness’?”, Global Research, 29 gennaio 2024.

[21] Gianandrea Gaiani, “Operazione Aspis: lo “scudo” europeo nel Mar Rosso”, Analisi Difesa, 24 gennaio 2024.

[22] Cfr. Giuseppe Masala, “L’Europa si prepara alla rottura della Nato”, l’AntiDiplomatico, 20 gennaio 2024; Giorgio Vedetta, “L’Europa con l’elmetto: nel mar Rosso l’’idea’ di un esercito europeo”, Contropiano, 24 gennaio 2024.

[23] Ahmed AbdulKareem, “‘We Are Peace Lovers’: Mohammed Ali Al-Houthi of Ansar Allah Discusses the Prospects of Escalation, Yemen’s Blockade, and Beyond”, MintPress, 2 febbraio 2024.

[24] Cfr. Matteo Villa – Filippo Fasulo, “Mar Rosso, i costi della crisi: cinque grafici per capire”, Ispi, 19 gennaio 2024.

[25] Cfr. Steven Sahiounie, “The US steals Syrian oil, and the Kurds sell it to Israel at a discount in Erbil”, Mideast Discourse, 23 gennaio 2024.

[26] Cfr. Davide Malacaria, “L’Iran mostra i muscoli: missili dopo le stragi”, Piccole note, 17 gennaio 2024.

[27] Cfr. Giuseppe Masala “Israele e l’apertura del Fronte Nord”, l’AntiDiplomatico, 29 gennaio 2024.

[28] Defense Planning Guidance (1994-1999), marzo 1992, in Da Bush a Bush, La Città del Sole, Napoli 2004, pp. 99-102.

[29] Cfr. Matthew Martin – Anthony Di Paola, “Saudi Keeps Sending Oil Through Houthi-Menaced Red Sea”, Reuters, 26 gennaio 2024.

[30] Cfr. “To Hope That China Will Help with Yemen Is Delusional Bullshit”, Moon of Alabama, 23 gennaio 2024; Robert Wright, “‘Opportunistic’ Chinese Lines Send Ships to Serve Red Sea Ports”, Financial Times, 25 gennaio 2024.

[31] Cfr. James Petras, “La marea crescente del militarismo nel 21° secolo: da Clinton a Bush, da Obama a Trump”, Resistenze.org, n. 627, 3 aprile 2017

[32] “Secretary Antony J. Blinken at a Press Availability”, U.S. Department of State, 22 dicembre 2022.

[33] Cfr. Natasha Bertrand – Oren Liebermann, “US and Iraqi Governments Expected to Start Talks on Future of US Military Presence in the Country”, Cnn, 25 gennaio 2024.

[34] Cfr. Emma Jamal, “U.S. to Not Withdraw from Syria – U.S. Official”, North Press Agency, 31 gennaio 2024.

[35] Cfr. Madeleine Wright, “New Jersey Soldiers Prepare for Deployment to Syria and Iraq”, Cbs News, 14 gennaio 2024.

[36] Cfr. Salman Rafi Sheikh, “Understanding China’s Navigation of the Gaza War”, New Eastern Outlook, 23 gennaio 2024.

[37] Cfr. Parisa Hafezi – Andrew Hayley, “Exclusive: China presses Iran to rein in Houthi attacks in Red Sea, sources say”, Reuters, 26 gennaio 2024.

[38] Cfr. “War On Gaza - Iran Demonstrates Its Means of Self-Defense”, Moon of Alabama, 16 gennaio 2024.

[39] Cfr. Kenneth M. Pollack et al., Which Paths to Persia? Options for a New American Strategy toward Iran, The Saban Center for Middle East Policy at the Brookings Institution. Analysis Paper, n. 20, giugno 2009, pp. 89-102.

[40] Cfr. Brian Berletic, “US Withdrawal from Syria and Iraq: The Worst-Case Scenario”, New Eastern Outlook, 29 gennaio 2024.

[41] Cfr. Michael Eisenstadt, “The Juniper Oak Military Exercise: Implications for Innovation, Experimentation, and U.S. Policy Toward Iran”, The Washington Institute for Near East Policy, 1 febbraio 2023.

[42] Cfr. Steven Sahiounie, “Attacks on the Houthis by the US and UK Have Escalated the Situation in the Red Sea Shipping Lane: Interview with Suat Delgen”, Mideast Discourse, 19 gennaio 2024.

[43] Ibidem.

[44] Cfr. “Michael Hudson on Russia, Iran and the Red Sea: NATO’s War Economy Collapses”, Global South, 21 gennaio 2024.

[45] Davide Malacaria, “La sospensione degli aiuti all’UNRWA e i tre soldati Usa uccisi”, Piccole note, 29 gennaio 2024.

[46] Cfr. Lauren Irwin, “Bolton pushes US to strike Iran directly to ‘send a message’”, The Hill, 2 febbraio 2024.

[47] Cfr. Ken Klippenstein, “‘Logistics’ Outpost in Jordan Where 3 U.S. Troops Died Is Secretly a Drone Base”, The Intercept, 9 febbraio 2024.

[48] “War on the Middle East - The Time of Monsters”, Moon of Alabama, 29 gennaio 2024.

[49] Cfr. Zaher Mousa, “Washington’s Dollar-and-Stick Ploy with Iraq”, The Cradle, 16 febbraio 2023.

[50] Cfr. “Iraqi Parliament Calling to Ditch US Dollar for Oil Trade”, The Cradle, 1 febbraio 2024.

[51] Cfr. David E. Sanger, “Biden’s Options Range from Unsatisfying to Risky After American Deaths”, The New York Times, 29 gennaio 2024.

[52] President Biden, X, 2 febbraio 2024, 11:45 p.m., https://twitter.com/POTUS.

[53] Secretary Antony Blinken, X, 2 febbraio 2024, 10:01 p.m., https://twitter.com/SecBlinken.

[54] Aaron Maté, “Biden Sacrifices American Troops, and Mideast Security, for US-Israeli Hegemony”, aaronmate.net, 2 febbraio 2024. Cfr. anche Brian Katz, “Confronting the Axis: Is the US Prepared for a Regional War with Iran and Its Allies?”, DefenseNews, 24 ottobre 2018.

[55] Cfr. “A Move on Rafah Might Be the Spark That Ignites a Bigger Explosion”, Moon of Alabama, 10 febbraio 2024.

[56] “Why Does the US Keep Creating Wars While Saying ‘Not Seeking’ Them?: Global Times Editorial”, Global Times, 4 febbraio 2024.

[57] Cfr. “Widening Mideast Crisis”, The New York Times, 31 gennaio 2024.

[58] Demetri Sevastopulo – Felicia Schwartz – Wenjie Ding, “US Urges China to Help Curb Red Sea Attacks by Iran-Backed Houthis”, Financial Times, 24 gennaio 2024.

[59] Cfr. Gianandrea Gaiani, “Il caso Austin e i problemi di leadership degli Stati Uniti”, Analisi Difesa, 9 gennaio 2024; Giacomo Gabellini, “Chi prende le decisioni a Washington? Il caso Lloyd Austin”, l’AntiDiplomatico, 18 gennaio 2024.

[60] Cfr. “Armed Conflict in Syria: Overview and U.S. Response”, Congressional Research Service, 8 novembre 2022, p. 6

[61] Gordon Duff, “Why the Red Sea is Vital for US Redeployment of ISIS* Against Syria and Iraq”, New Eastern Outlook, 19 gennaio 2024.

[62] Cfr. Nawal al-Maghafi, “UAE Has Funded Political Assassinations in Yemen, BBC Finds”, Bbc News, 23 gennaio 2024.

[63] Agha Hussain, “Saudi Arabia Makes Its Eurasian Shift”, The Cradle, 3 aprile 2023.

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