Vertice Celac. Cuba e Venezuela contro gli attacchi ‘telecomandati’ di Paraguay e Uruguay

Vertice Celac.  Cuba e Venezuela contro gli attacchi ‘telecomandati’ di Paraguay e Uruguay

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In questo articolo riporto il duro scontro che c'è stato tra i quattro presidenti di Uruguay, Cuba, Venezuela e Paraguay, che avevo lasciato in sospeso nell'articolo precedente.

Sembrava strano che al 'Vertice Celac', tra trentatré rappresentanti di diversi Stati latinoamericani e caraibici (nella Celac non fanno parte Usa e Canada), non ci fosse qualcuno che interpretasse il ruolo tanto atteso dagli Stati Uniti. Gli attori principali che, ben recitando, hanno aperto la scena, sono stati i presidenti del Paraguay e dell’Uruguay. Il primo non riconoscendo Maduro come Presidente del Venezuela (lo stesso ha fatto la Colombia con un comunicato); il secondo esprimendo durissimi giudizi sulla mancanza di democrazia che, secondo lui, Cuba, Venezuela e Nicaragua impongono al loro popolo.

Dopo che la 'OEA' (Organización de los Estados Americanos) e il suo Segretario Generale Luis Almagro erano stati messi in forte discussione dalla presidenza pro tempore del Messico, il presidente uruguaiano, Luis Lacalle Pou, interviene dicendo che la presenza del suo Paese in questo vertice è per avere la possibilità di confrontarsi con altri Stati dell'America Latina e dei Caraibi ma, al tempo stesso, non rinuncia a spendere due parole in difesa di quella organizzazione tanto amata dagli Stati Uniti, la OEA. Forse ha pensato che non fosse sufficiente solo questo per gratificare il Paese nordamericano, e allora ha  sferrato anche un inatteso attacco ai tre Paesi del Continente americano più odiati dagli Stati Uniti, che sono Cuba, Venezuela e Nicaragua.

Non mi prolungo con altre mie personali considerazioni e propongo subito i vari interventi del duro scontro tra i quattro presidenti.

Il Presidente Lacalle prende la parola:

«Questo non significa che partecipare alla 'Celac' faccia cadere la nostra adesione alla OEA, vogliamo essere ben chiari al riguardo.

I governi di molti “organismi” sono criticabili e si possono cambiare ma non si può svalutare l'”organismo” in sé.

Condividiamo le parole del Presidente AMLO sull'autodeterminazione e il 'non-interventismo', però uno degli elementi che promuove la 'Celac' è la democrazia, e la democrazia è il miglior sistema per gli individui per essere liberi; e per questo, signor Presidente, partecipare al vertice non significa essere compiacenti. Con il rispetto dovuto, quando uno vede che in alcuni Paesi non c'è una democrazia piena, quando non si rispetta la separazione dei Poteri, quando nel Potere si usa l'apparato repressivo per mettere a tacere le proteste, quando si incarcerano gli oppositori, quando non si rispettano i diritti umani, noi, con questa voce tranquilla, però ferma, dobbiamo dire, con preoccupazione, quello che gravemente vediamo accadere a Cuba, Nicaragua e Venezuela».

A questo punto il presidente cubano Miguel Diaz-Canel chiede di poter rispondere alle accuse:

 

«Il riferimento a Cuba che ha fatto il Presidente Lacalle denota la mancanza di conoscenza della realtà. Il coraggio e la libertà del popolo cubano si sono dimostrati per sei decadi difronte all'aggressione e al 'Blocco' degli Stati Uniti, ostacolo fondamentale al nostro sviluppo, al quale il Presidente Lacalle non ha fatto menzione.

La ascolti Lei la sua gente, che ha raccolto più di 700mila firme contro la legge che ha gli imposto, che ha cambiato le condizioni per adeguare i prezzi del carburante; sugli sfratti; che riduce il ruolo delle aziende pubbliche e modifica il processo penale. Un pacchetto neoliberista o, meglio dire, un bel “pacco”.

 

Con il neoliberismo si sono moltiplicate le instabilità; la speculazione; il debito estero; lo scambio ineguale; la tendenza a più frequenti crisi finanziarie; la povertà; la disuguaglianza; e si è creato un abisso tra il Nord opulento e il Sud diseredato.

 

Ora parlo della 'OEA', che è un'istituzione al servizio degli Stati Uniti. Questa ha sostenuto i tentativi per isolare Cuba; gli interventi militari in America Latina e nei Caraibi; vari colpi di Stato; le dittature militari, incluso quella del suo Paese.

Gli Stati Uniti l'hanno progettata per contenere la resistenza dei popoli della nostra America. La OEA ha taciuto mentre nella nostra 'Regione' si torturava, e questo anche nel suo Paese. La OEA è quella che oggi tace quando vengono repressi, assassinati e fatti sparire i latinoamericani. E non è a Cuba che accadono questi eventi.

 

È la OEA che ha un impresentabile Segretario Generale [Luis Almagro] che ha contribuito, partecipato e sostenuto il colpo di Stato del 2019 contro il governo di Bolivia.

 

Il neoliberismo, il 'monroismo' [la dottrina Monroe] e questa OEA, è tutto ciò che Lei ha appena difeso».

 

 

Ma il duro “confronto” tra i due presidenti non si ferma con la risposta del cubano Miguel Diaz-Canel, perché il Presidente Lacalle chiede addirittura una controreplica, alimentando ancor di più lo scontro già molto duro:

«Il Presidente di Cuba utilizza argomenti in riferimento alla mia nazione che ovviamente non condivido e non sono veri. Invece sì che c'è qualcosa di vero, ed è quello che nel mio Paese, per fortuna, l'opposizione può raccogliere firme. Nel mio Paese, per fortuna, l'opposizione ha una possibilità democratica per protestare. Questa è la gran differenza con il regime cubano.

E voglio citare una bella canzone [Patria y Vida], la quale chi la canta si sente oppresso dal suo governo:

Che non continui a scorrere il sangue per voler pensare differente. Chi vi ha detto che Cuba è vostra, se la mia Cuba è di tutta la mia gente”.»

Su come e sul perché è stato realizzato il brano 'Patria y Vida' (fatto diventare artificiosamente “inno” delle proteste dell'11 luglio a Cuba) e su chi sono gli artisti che lo cantano, ci ho dedicato un intero articolo[1].

Tornando alle reiterate accuse del Presidente Lacalle – nonostante il coordinatore del vertice volesse porre fine a questo scontro – il Presidente Miguel Diaz-Canel è riuscito comunque a controbattere, perché, sue parole, “non si possono lasciare in sospeso cose senza chiarirle”:

«Sembra che il Presidente Lacalle abbia un pessimo gusto musicale. Questa canzone [Patria y Vida] rappresenta una totale falsità e una montatura di alcuni artisti contro la rivoluzione cubana.

Noi, come cubani, quello che vogliamo, è difendere un'America Latina che può aiutarci ad affrontare le tremende sfide che ci aspettano, ciò significa le crisi economiche sempre più frequenti e altre inaspettate, come la terribile pandemia che oggi tiene tutti i governi e i popoli del mondo sotto pressione, senza distinzione ideologica o politica.

Se il Presidente Lacalle vuole discutere con noi di alcuni temi, gli chiediamo che trovi un luogo adeguato per questo, e lì possiamo discutere faccia a faccia, senza dover portare argomenti che dovrebbero stare in una agenda bilaterale tra i due Paesi e non qui al vertice Celac, dove tutti noi promuoviamo e sosteniamo l'unità.»[2]

L'altro presidente che ha sollevato polemiche (e gli Stati Uniti ringraziano), è stato il paraguaiano Mario Abdo Benítez che, vedendo Maduro al Vertice Celac – cosa non scontata – ha voluto palesare il suo disconoscimento al suo ruolo di Presidente del Venezuela che, al contrario, la presidenza della Celac gli riconosce, avendolo invitato come Capo di Stato.

Per rendere pubblica la sua contrarietà ha usato le seguenti parole:

«Signor Presidente degli 'Stati Uniti Messicani', o Andrés Manuel López Obrador, la mia presenza in questo vertice, in nessun senso e circostanza, rappresenta un riconoscimento al governo del Signor Nicolás Maduro. Su questo non c'è nessun cambio di posizione da parte del mio governo, e credo che sia da 'Signori' dirlo in 'faccia'.»[3]

Prima di passare alla risposta di Nicolás Maduro ricordo che fino all'ultimo momento non c'era stata nessuna conferma della sua presenza al Vertice Celac. Doveva essere un suo ministro a presenziare ma, poche ore prima, è arrivato di sorpresa.

Questo è dovuto per prevenire che si diffondano informazione sui suoi spostamenti all'estero, dato che gli Stati Uniti lo vogliono formalmente arrestare con la ridicola accusa di “narco-terrorismo” e hanno offerto una ricompensa per chi collabora al suo arresto (una volta la chiamavano 'taglia').

Così apriva un suo articolo la «BBC NEWS» il 26 marzo 2020: “È ricercato Nicolás Maduro Moros. Ricompensa, 15 milioni di dollari”.

Mancava solo il volantino con la scritta “WANTED”.

ll Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha ricordato che tutto questo è ancora in essere proprio in occasione della sua presenza al 'vertice Celac'.

Come avrete notato, nel suo intervento, il paraguaiano Mario Abdo Benítez non ha usato l'appellativo 'Presidente' per nominare Maduro, ma l'ha chiamato “il Signor Nicolás Maduro”, sottolineando così il suo disconoscimento per la carica che, legittimamente, ricopre in Venezuela.

Quando per il suo intervento prende la parola il Presidente del Venezuela, risponde anche ai due presidenti che lo avevano “provocato”:

«Noi crediamo profondamente nel dialogo e nella diversità, e dico al Presidente del Paraguay: Decida Lei il luogo, la data e l'ora per un dibattito sulla 'Democrazia'. In Paraguay, in Venezuela e in America Latina, siamo pronti ad affrontarlo. Decida Lei il luogo.

Aggiungo dell'altro, decidete voi il luogo, e il Venezuela è pronto a dibattere di democrazia, di libertà, di resistenza, di rivoluzione, di neoliberalismo, e di tutto quello che ci sarà da dibattere. Lo faremo davanti al popolo, in una trasmissione in diretta; o in privato, come Voi volete.

Mi è piaciuta molto una frase che ha detto uno dei presenti. Non dirò chi è, altrimenti i media del suo Paese lo 'massacreranno' almeno per un mese solo per essere stato citato in positivo da Maduro.

È uno dei presidenti qui presenti, e ha detto: “Non dobbiamo costruire club ideologici, non dobbiamo ideologizzare la politica internazionale”.

Io questo l'avevo già appreso come Ministro degli Esteri, e sapete chi me lo insegnò? Hugo Chávez: “La politica Internazionale deve stare al sevizio del 'Diritto Internazionale', dei grandi interessi che necessita l'umanità, dei grandi interessi della nostra Regione”.

Dobbiamo voltare pagina della divisione che si è introdotta in America Latina attaccando la rivoluzione bolivariana; fine all'incessante attacco alla rivoluzione cubana e poi a quella nicaraguense. Questa non è la via da seguire.

Avremmo abbastanza pietre da tirare contro alcuni di Voi; ma non siamo venuti qui per tirare pietre, siamo venuti qui a tendere la mano, per il lavoro, per il dialogo, per l'unità, e perché il tutto sià un grande successo.

Presidente dobbiamo metterci in azione. Tutti i presenti siamo Capi di Stato e viviamo nell'angoscia permanente del “che fare” per salvare la nostra gente, per dare attenzione ai nostri popoli...».

Concludo la raccolta di questi significativi scontri, da me tradotti, segnalando nelle note i vari video dove i quattro presidenti si lanciano in reciproche accuse.

[1] Articolo su come e sul perché è stato creato il brano 'Patria y Vida': https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-quello_che_i_media_non_dicono_su_cuba_e_il_rap_anticomunista_patria_y_vida/5694_42275/

[2] video dell'intero “scontro” tra il presidente cubano e quello uruguaiano. Non posso non far notare la musica dolce e soave messa sotto l'intervento del Presidente Lacalle (beatificandolo), a differenza di quella usata per il Presidente Diaz-Canel: https://www.youtube.com/watch?v=uAfZrFaD3RY

[3] Video del presidente del Paraguay, Mario Abdo Benítez, che disconosce la presidenza di Maduro: https://www.youtube.com/watch?v=kCkof1TkfPY

[4] Nella prima metà del video la risposta del Presidente Nicolás Maduro ai due presidenti di Paraguay e Uruguay: https://www.youtube.com/watch?v=HzF72LcXfFU

 

 

 

Roberto Cursi

Roberto Cursi

Sono nato a Roma nel 1965 (ancora ci vivo) passando una felice infanzia in uno dei grandi cortile di un quartiere popolare. Sin da adolescente mi sono avvicinato alla politica ma lontano dai partiti. A vent'anni il mio primo viaggio intercontinentale in Messico; a ventitre apro in società uno studio di grafica e servizi per tipografie, seguono poi altre esperienze lavorative; a ventiquattro anni decido di andare a vivere da solo. Affascinato dall'esperienza messicana seguiranno altri viaggi in solitaria in terre lontane, accompagnato solo dalle mie due fotocamere “Fujica”: Vietnam, Guatemala, deserto del Sahara, Laos... fino a Cuba.

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