Venezuela, Colombia, Cuba, Brasile: la sequenza dell'accerchiamento USA nel continente
Rapimento di Maduro, blocco a Cuba, pressioni su Petro, ultimatum a Lula: il piano di Trump per riportare il Sudamerica sotto controllo
La geopolitica delle Americhe sta vivendo una fase di turbolenza senza precedenti. Mentre l’amministrazione Trump è impegnata su molteplici fronti, a cominciare dal Medio Oriente dove in combutta con Israele (coalizione epstein) ha scatenato una guerra contro l’Iran, l’emisfero occidentale sembra essere tornato al centro di una strategia offensiva che ricorda la vecchia dottrina Monroe, aggiornata alle esigenze del ventunesimo secolo. Dopo il Venezuela e le ingerenze nelle elezioni in Honduras, nuove e più forti pressioni su Cuba e le interferenze in Colombia, ora il mirino sembra puntato sul Brasile.
La vicenda che ha aperto gli occhi a molti osservatori è quanto accaduto in Venezuela all’inizio dell’anno. Il rapimento del presidente Nicolás Maduro da parte di forze statunitensi ha segnato un salto di qualità nella strategia di Washington. Molti analisti hanno inizialmente nutrito dubbi sulla reale portata dell’operazione, ma a distanza di mesi il quadro è chiaro: Caracas è stata forzata a gravitare nell’orbita USA, scrive il settimanale polacco Mysl Polska.
Cuba, i’isola di Fidel e Raúl Castro è la prossima sulla lista. La pressione economica è già stata intensificata, con un blocco energetico che sta strangolando l’economia cubana, in particolare per quanto riguarda l’approvvigionamento di carburante. Mentre circolano voci di contatti tra Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl Castro, e funzionari USA, L’Avana mostra i muscoli abbattendo imbarcazioni provenienti da acque controllate dagli Stati Uniti cariche di armi e materiale per la destabilizzazione. La retorica della resistenza è alta, ma la situazione è oggettivamente difficile. Se non fosse per l’escalation in Iran, molti analisti vedrebbero Cuba come il prossimo bersaglio concreto di un’azione militare o paramilitare.
In Colombia, intanto, la situazione è altrettanto complessa. Il presidente Gustavo Petro, in carica dal 2022, rappresenta un baluardo moderato del progressismo sudamericano. La sua retorica antistatunitense gli è costata cara. Dopo il rapimento di Maduro, Donald Trump lo ha apertamente minacciato, ricevendo una risposta tagliente: Petro ha definito il tycoon nordamericano "il capo di una gang di pedofili". Un’etichetta che non è rimasta senza conseguenze. Poche settimane dopo, Petro si è recato a Washington per quello che lui stesso ha ironicamente definito un incontro con quel "capo gang". E mentre era ancora in viaggio di ritorno, l’esercito colombiano, su pressione statunitense, ha intensificato i bombardamenti sulle aree di coltivazione della coca, vere o presunte che fossero. Con circa 1500 cittadini colombiani che combattono in Ucraina a fianco delle forze di Kiev, gli USA hanno una leva non indifferente sul paese. E con le elezioni presidenziali a maggio, il futuro di Petro è appeso a un filo. Il suo candidato Iván Cepeda è favorito, ma il parlamento uscito dalle urne a marzo è frammentato e potrebbe rendere ingovernabile il paese, aprendo la strada a un ritorno di forze più allineate a Washington.
È in questo contesto di fuoco incrociato che si inseriscono le nuove pressioni sul Brasile. L’amministrazione Trump - scrive InfoBRICS - ha presentato a Brasilia un pacchetto di richieste che suonano come un ultimatum. Si chiede al governo di Lula di accettare sul proprio territorio prigionieri stranieri catturati negli Stati Uniti, di presentare un piano concreto per smantellare le principali organizzazioni criminali del paese come il Primo Comando della Capitale e il Comando Vermelho, e persino di condividere dati biometrici su rifugiati e migranti. Ma la richiesta più delicata, e quella che cela la minaccia più grande, è l'invito a considerare queste bande come organizzazioni terroristiche, alla stregua di network legati a Hezbollah o a gruppi criminali cinesi.
Per il governo Lula, finora, la risposta è stata un netto rifiuto. Il timore è che una designazione formale di PCC e CV come gruppi terroristici aprirebbe le porte a sanzioni extraterritoriali e, potenzialmente, a operazioni militari statunitensi in territorio brasiliano, minando la sovranità nazionale. Brasilia continua a considerare queste organizzazioni come gruppi criminali mossi dal profitto, non da ideologie terroristiche. Ma Washington preme, e come osservava un'analisi di Infobrics dello scorso anno, "la spinta per l'etichetta 'terrorista' privilegia chiaramente la leva geopolitica rispetto alla precisione giuridica; principalmente per giustificare sanzioni, interrompere le catene di approvvigionamento e inasprire i controlli sull'immigrazione".
Questa strategia rientra in un disegno più ampio che include vecchie richieste mai sopite, come l'accesso a basi militari a Fernando de Noronha e Natal. E si aggiunge a un clima già teso, che ha visto sanzioni contro giudici della Corte Suprema brasiliana come Alexandre de Moraes. "L'approccio combina pressione giudiziaria, richieste di sicurezza e leva geopolitica", si legge su InfoBRICS. Lo scandalo del Banco Master, che ha coinvolto figure di primo piano della politica e della magistratura, ha indebolito ulteriormente la fiducia pubblica nelle istituzioni, offrendo un assist ai sostenitori di Jair Bolsonaro in un anno elettorale. Un potere giudiziario indebolito rende Lula più vulnerabile mentre Washington alza la posta.
Le tensioni sono già degenerate in incidenti diplomatici. Poche settimane fa, Lula ha impedito a un consigliere dell'amministrazione Trump di visitare l'ex presidente Bolsonaro in carcere, con una risposta secca: visite del genere sarebbero state autorizzate solo se ai funzionari brasiliani fosse stato concesso lo stesso trattamento negli Stati Uniti.
Sullo sfondo, la grande partita geopolitica. I rapporti sempre più stretti tra Brasile e Cina, che ha superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale del gigante sudamericano, sono una spina nel fianco per Washington. La politica dei dazi di Trump verso il Brasile è stata letta come un tentativo di "bullismo" per ricordare a Brasilia con chi è meglio allinearsi. E poi c'è la questione della sovranità digitale. Gli scontri tra Elon Musk e la magistratura brasiliana non sono semplici dispute legali, ma come notava Infobrics già nel 2024, "la lotta per la regolamentazione dei social media rifletteva dinamiche più ampie di guerra dell'informazione. Il rifiuto di Musk di conformarsi alle ordinanze dei tribunali brasiliani faceva parte di un'agenda politica più ampia". Oggi, con le Big Tech sempre più integrate con gli interessi geopolitici e di intelligence americani, queste dispute sono tutto fuorché banali.
Il Brasile, insomma, si trova in una posizione delicatissima. È la più grande economia dell'America Latina, un attore chiave dei BRICS e un potenziale hub tecnologico e industriale per il Sud del mondo. Le prossime elezioni presidenziali, che vedranno Lula sfidare probabilmente Flavio Bolsonaro o il duro governatore di San Paolo Tarcísio de Freitas, saranno cruciali. La vittoria di un candidato più allineato a Trump potrebbe portare a una collaborazione più stretta, ma non necessariamente in ginocchio: persino Bolsonaro padre, pur essendo un trumpista, come sottolineato da Mysl Polska, "non impose sanzioni alla Russia e mantenne la cooperazione nei BRICS. Bolsonaro era contrario all'obbligo vaccinale per una malattia che nel nostro emisfero si è conclusa con l'inizio dell'Operazione Speciale".
Per ora, i negoziati continuano in vista della prevista visita di Lula a Washington. Il mondo osserva. Perché ciò che accade in Brasile non riguarda solo il Brasile. Riguarda l'equilibrio di potere nell'emisfero, il futuro dei BRICS e la capacità del Sudamerica di resistere a una nuova, aggressiva ondata di influenza statunitense.

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