Un cessate il fuoco solo di nome

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Un cessate il fuoco solo di nome

 

Di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

«L’affermazione di Israele e di Donald Trump secondo cui il cessate il fuoco non si applicherebbe al Libano rispecchia il modo in cui le loro azioni hanno dimostrato che il cessate il fuoco a Gaza non si applicava a Gaza.» — Mosab Abu Toha

L’annuncio di un cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Iran è stato accolto come un segnale capace di allontanare il baratro. Eppure, quasi immediatamente, la realtà ne ha rivelato il vuoto: Israele non ha alcuna intenzione di fermare la guerra, né di interrompere un processo di espansione territoriale che, sin dalla sua creazione nel 1948, non ha mai conosciuto confini dichiarati o stabilizzati.

Il linguaggio delle tregue e delle trattative, già svuotato di significato a Gaza e in Libano, si conferma ancora una volta come una costruzione teatrale. Non indica alcun percorso reale verso la de-escalation. Al contrario, la de-escalation non appare né desiderata né funzionale agli obiettivi strategici perseguiti. Il caos, la guerra e la confusione che ne deriva svolgono una funzione precisa: coprire la prosecuzione degli attacchi contro i civili, il blocco sistematico degli aiuti a Gaza e l’uccisione mirata di giornalisti, tanto in Palestina quanto in Libano.

Ciò che emerge con chiarezza è la logica di una guerra perpetua, non accidentale ma deliberata, alimentata da chi ne trae vantaggio. In questo quadro, il conflitto continua ad espandersi tra Gaza, Cisgiordania e Libano, mentre la retorica delle tregue viene sistematicamente disattesa. Lo sfollamento forzato dei civili, la distruzione dei villaggi e la progressiva acquisizione di territorio diventano fatti compiuti.

Gli sviluppi più recenti lo confermano. Gli attacchi contro il Libano non solo non si sono mai fermati, ma si sono intensificati, dimostrando che il cessate il fuoco non esercita alcuna influenza sulla realtà. Il Libano non rappresenta un fronte secondario, bensì uno spazio attivo di escalation deliberata.

L’aspetto più rivelatore dell’accordo tra Stati Uniti e Iran non è ciò che include, ma ciò che esclude. L’esclusione del Libano non è una svista tecnica, ma una scelta strategica. Poche ore dopo l’annuncio dell’intesa, l’8 aprile, Israele ha condotto oltre cento raid aerei in pochi minuti, colpendo simultaneamente diverse aree del Libano e causando centinaia di vittime civili, tra cui numerosi bambini. Si tratta del bombardamento più violento dagli anni Novanta.

La memoria storica offre un precedente inequivocabile. Nel 1978 Israele avviò l’operazione Litani, seguita nel 1982 dall’invasione su larga scala con l’operazione “Pace in Galilea”. Hezbollah nacque proprio in risposta a quell’invasione, come coordinamento di milizie sciite. Non esisteva prima. Nel 2006 Israele tentò nuovamente un’invasione del Libano meridionale senza riuscire a conseguire un risultato decisivo.

In questo contesto, Hezbollah è stata l’unica forza armata libanese ad aver tentato una difesa effettiva del territorio, mentre l’esercito regolare ha storicamente mostrato capacità limitate nel contrastare le incursioni e le occupazioni israeliane.

Il precedente del 1982 resta centrale: il disarmo e il ritiro della resistenza palestinese dai campi di Beirut furono seguiti dal massacro di civili a Sabra e Chatila. La sequenza è istruttiva. La vulnerabilità non produce sicurezza, ma esposizione alla violenza. La storia mostra come gli attacchi contro civili disarmati siano stati funzionali alla produzione di terrore, alla destabilizzazione e, in ultima analisi, all’espansione territoriale.

Israele ha chiarito la propria posizione senza ambiguità. Le operazioni contro Hezbollah proseguiranno indipendentemente da qualsiasi intesa tra Washington e Teheran. Non si tratta di una deviazione tattica, ma dell’espressione coerente di una dottrina.

Il vero obiettivo non è la deterrenza, ma la trasformazione dell’ambiente politico e sociale attraverso il degrado sistematico delle capacità, non solo militari ma anche civili. Come a Gaza, lo scopo è rendere la vita insostenibile e produrre instabilità permanente.

In questo quadro, la richiesta di disarmo non può essere letta come una misura neutrale di sicurezza. Essa si inserisce in un ciclo di violenza strutturale che da decenni organizza la regione a beneficio di una potenza regionale che combina pratiche di espansione territoriale, pulizia etnica e distruzione sistematica.

Ed è proprio questa realtà a generare e alimentare la resistenza.

Nel frattempo, l’instabilità regionale continua a intensificarsi. I flussi energetici sono esposti a interruzioni, i mercati assicurativi entrano in tensione e le rotte marittime diventano sempre più vulnerabili. Lo Stretto di Hormuz resta un punto critico della sicurezza globale, mentre gli attacchi iraniani contro infrastrutture e basi americane hanno dimostrato ai paesi del Golfo che le alleanze non garantiscono protezione, ma possono trasformarsi in fattori di rischio.

Questa dinamica potrebbe inoltre accelerare le competizioni strategiche legate alle risorse energetiche del Mediterraneo orientale, contribuendo a ridefinire equilibri regionali e rotte commerciali.

Forse è proprio questa la chiave di lettura: il cessate il fuoco non è concepito per fermare la guerra, ma per gestirne i tempi, redistribuirne i costi e consentirne la prosecuzione sotto nuove forme.



Autori

Tawfiq Al-Ghussein is a writer and researcher focusing on international law, geopolitical strategy, and Middle Eastern political economy. His work has been published in Elaph, L’Antidiplomatico, and Pagine Esteri.

Rania Hammad è una ricercatrice e analista politica specializzata in relazioni internazionali e Medio Oriente. Ha studiato presso l’American University of Rome e l’Università del Kent.

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