Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere
di Alessandro Bartoloni
Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.
Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.
Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.
L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.
1. Oltre la dimensione militare
In primo luogo, Washington non si trova ad affrontare sconfitte militari lontane, come in Afghanistan o in Iraq. L’illusione del periodo successivo alla Guerra fredda, secondo cui l’egemonia statunitense potesse essere facilmente consolidata combattendo i «terroristi» a vantaggio del proprio complesso militare-industriale (Military-Industrial Complex, MIC), è finita.
Oggi Washington ha provocato la formazione di una coalizione multipolare composta da avversari di primo piano — Russia, Cina e Iran — molto più resilienti sul piano economico, capaci militarmente e coordinati diplomaticamente di qualsiasi avversario affrontato dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.
Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di basi statunitensi in Medio Oriente, con un costo di 33,4 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Pentagono.
Ma questa sfida al potere statunitense va ben oltre la dimensione militare. Le ripercussioni per Washington sono anche diplomatiche, economiche e finanziarie.
Le aggressive sanzioni introdotte prima di Trump e i dazi imposti da Trump si stanno ritorcendo contro gli Stati Uniti, proprio come era prevedibile. Inoltre, l’interruzione dei flussi energetici globali, provocata dalle stesse scelte di Washington, sta alimentando l’inflazione in Occidente, che non può essere realmente contenuta attraverso gli aumenti dei tassi d’interesse.
L’attuale aumento dei rendimenti obbligazionari sta già mettendo sotto pressione Paesi come la Francia e il Giappone, quest’ultimo gravato da un debito pari al 250% del PIL e caratterizzato da uno yen storicamente debole.
2. La tempesta perfetta
La ritirata umiliante degli Stati Uniti dal Vietnam è il precedente più vicino a ciò che sta per accadere oggi. Allora, tuttavia, la base industriale interna era formidabile, la leadership tecnologica incontrastata e il sistema finanziario internazionale non disponeva di alternative praticabili.
Quando, nel 1971, gli Stati Uniti abbandonarono il sistema aureo e iniziarono a svalutare il dollaro attraverso l’espansione monetaria e a finanziarizzare la propria economia — a spese della popolazione — la domanda globale di dollari rimase forte e, sotto molti aspetti, il ruolo internazionale della valuta statunitense si consolidò ulteriormente.
Oggi, per la prima volta, Washington si trova ad affrontare una «tempesta perfetta».
Dietro e al di sopra delle imminenti sconfitte geopolitiche e militari non ci sono soltanto le crisi del debito e dell’energia, ma anche una bolla dell’intelligenza artificiale che potrebbe essere sul punto di scoppiare.
Allo stesso tempo, mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe essere la più grande IPO della storia, ma forse anche la più rischiosa, l’ascesa della Cina nella maggior parte dei settori tecnologici avanzati, compresa l’intelligenza artificiale open source, minaccia seriamente di mettere in crisi il modello statunitense dell’IA, orientato al profitto e alla tutela dei cartelli.
Le crisi in arrivo sono dunque simultanee, si amplificano a vicenda e si rafforzano reciprocamente, lasciando a Washington pochissimo margine di manovra strategica.
È proprio questa, in altre parole, una «tempesta perfetta».
3. Ripiegamento verso l’interno
Tutti questi fallimenti accumulati sul piano internazionale finiranno inevitabilmente per produrre conseguenze politiche interne.
Oltre al problema del debito legato all’intelligenza artificiale, che pesa sul mercato azionario statunitense e sugli investitori, è fondamentale sottolineare che Israele sta rapidamente perdendo una parte consistente del sostegno di cui godeva tradizionalmente negli Stati Uniti.
Inoltre, il Partito Democratico non rappresenta un’alternativa credibile e razionale alla follia guerrafondaia dei repubblicani.
La classe politica statunitense impedisce alla maggioranza degli americani di ottenere sia sicurezza sia prosperità. Di conseguenza, dovrà affrontare una perdita ancora maggiore di legittimità interna.
Dopo l’esplosione della crisi economica e finanziaria, si aprirà la strada a disordini sociali, alienazione politica e rivolta popolare. Tutto questo avverrà senza quella rete di sicurezza economica e quella coesione istituzionale che avevano protetto l’establishment statunitense durante i disordini sociali degli anni Sessanta.
La storia dimostra che, quando un impero commette errori strategici, sopravvaluta le proprie capacità e, al contempo, genera squilibri strutturali interni sul piano sociale ed economico, il costo finisce inevitabilmente per ricadere sulla popolazione.
In questo senso, alcuni hanno paragonato Trump a Commodo, l’imperatore romano ossessionato dal potere che prosciugò le casse dello Stato tra il 177 e il 192 d.C. e fu fermato soltanto da un assassinio. Quell’episodio segnò anche l’inizio della caduta di Roma.
Per l’americano medio, i risultati dei disastri della politica estera statunitense sono per lo più negativi: si traducono in spese militari sempre maggiori, a beneficio soltanto di una piccola parte della popolazione.
A questo si aggiungono la perdita di potere d’acquisto, le infrastrutture fatiscenti, la deindustrializzazione delle regioni centrali del Paese, gli abusi delle forze di polizia, il costo della vita in aumento e un’assistenza sanitaria sempre più cara.
Il popolo statunitense sta pagando il prezzo di decenni di governo da parte dell’oligarchia parassitaria di Washington.
Prima o poi, Washington dovrà pagare un prezzo politico, anche in presenza di una cittadinanza in larga parte passiva e scarsamente informata come quella americana.
Mentre l’impero esaurisce le proprie opzioni all’estero, la resa dei conti per gli Stati Uniti finirà inevitabilmente per consumarsi anche sul fronte interno.
Da una parte ci sarà un establishment politico di Washington sulla difensiva, isolato e sempre più coercitivo; dall’altra, una popolazione indebitata e afflitta da problemi di salute legati anche all’obesità, ma al tempo stesso armata, arrabbiata e disillusa.
In gioco c’è il futuro della Repubblica americana.
(Finn Andreen)


