"Project Vault": il piano USA per la prossima guerra mondiale

LE MATERIE PRIME, LA FORZA ECONOMICA E LE GUERRE MONDIALI DI IERI E DI OGGI

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"Project Vault": il piano USA per la prossima guerra mondiale


di Domenico Moro

 

Recentemente, gli Stati Uniti hanno promosso la costituzione di una enorme riserva strategica di materie prime, il Project Vault[i], il cui modello sarebbe, secondo Trump, quello della riserva strategica di petrolio, che venne costituita all’epoca della crisi petrolifera negli anni ‘70. L’obiettivo, oggi, è rendersi autonomi dalla Cina e da altri paesi non alleati non solo sul piano commerciale ma anche su quello militare. La presidenza Trump, del resto, sta basando la sua strategia sulla esplicita minaccia dell’uso della potenza militare. Nella 2026 National Defense Strategy (NDS) del Ministero della guerra statunitense (così è stato non a caso ribattezzato il ministero della difesa), si dichiara di voler realizzare “la pace attraverso la forza”. In pratica, gli Usa desiderano raggiungere una forza militare così schiacciante da poter combattere su più fronti contemporaneamente, raggiungendo la deterrenza nei confronti della Cina e dunque il controllo dell’Indo-pacifico e dell’Eurasia. Anche se l’obiettivo dichiarato sarebbe la pace, quello che in effetti ne risulta è la preparazione delle condizioni per cui gli Usa possano vincere una guerra mondiale del XXI secolo, così come hanno vinto le due guerre mondiali del XX secolo.

Le condizioni che, secondo la NDS, permetterebbero di realizzare gli obiettivi di superiorità strategica sono essenzialmente due: lo sviluppo delle capacità belliche degli alleati, che, secondo Trump, si sono fino ad ora troppo basati sull’aiuto statunitense, e la ricostruzione di una forte base industriale negli Usa. Tale base non dovrebbe essere limitata all’industria strettamente militare, ma dovrebbe essere estesa a tutte le branche industriali strategiche, che si sono indebolite negli ultimi decenni a causa delle delocalizzazioni e della deindustrializzazione. Avere una base industriale adeguata a esercitare l’egemonia mondiale significa anche e soprattutto avere il controllo sulle materie prime necessarie alla produzione manifatturiera, a partire dai metalli e dall’energia.

La forza economica è sempre stata decisiva nel raggiungimento della vittoria in guerra. Questo è vero ancora di più nelle guerre moderne. Le due guerre mondiali sono state vinte da chi aveva l’apparato industriale più forte, le risorse finanziarie maggiori e l’accesso più abbondante a tutte le materie prime necessarie per lo sforzo bellico. Come ha affermato lo storico Niall Ferguson, la Germania ha perso le due guerre mondiali, perché ha preteso di affrontare un conflitto mondiale senza essere una potenza mondiale sul piano economico e delle materie prime.[ii] Lo stesso vale, a maggior ragione, per il Giappone e per l’Italia. Per quanto riguarda la Prima guerra mondiale, sempre Ferguson ricorda che il debito pubblico di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti aumentò più di quello della Germania, perché “diversamente da Gran Bretagna, Francia, Italia e Russia, durante la guerra la Germania non aveva accesso al mercato obbligazionario internazionale (avendo inizialmente sdegnato il mercato di New York ed essendone stata, in seguito, esclusa). Mentre le potenze dell’Intesa continuavano a collocare titoli obbligazionari negli Stati Uniti e nell’impero britannico, ricco di capitali, le potenze dell’Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Turchia) potevano fare affidamento solo sulle proprie risorse. Berlino e Vienna erano centri finanziari importanti, ma non avevano la risonanza di Londra, Parigi e New York.”[iii]

Altrettanto interessante è quanto scrive, B. H. Liddell Hart, uno dei maggiori storici militari, sulle diverse disponibilità di materie prime critiche da parte dell’Asse (Germania, Italia e Giappone) in confronto agli alleati, durante la Seconda guerra mondiale. C’erano all’epoca una serie di prodotti di base essenziali per la guerra: carbone, petrolio, cotone (per gli esplosivi), lana, acciaio, gomma, rame (per gli armamenti in generale e gli equipaggiamenti elettrici), nichel, asbesto e piombo (per le munizioni), glicerina (per la dinamite), cellulosa, mercurio (per i detonatori), alluminio (per gli aerei), platino, antimonio, manganese (per la metallurgia), mica (come isolante), acido nitrico e solfuro (per gli esplosivi). Anche se la Gran Bretagna disponeva sul suo territorio metropolitano solo di carbone, nel suo impero erano disponibili la maggior parte di queste materie prime, ad esempio circa il 90% del nichel usato nel mondo veniva dal Canada. Anche la Russia aveva abbondanti riserve della maggior parte delle materie prime. Ma gli Stati Uniti erano la potenza in condizioni migliori, vantando i due terzi della produzione di petrolio mondiale, circa la metà di quella di cotone e di rame, ed essendo dipendenti dall’estero solo per pochi prodotti. La situazione dell’Asse Berlino-Roma-Tokyo era molto differente. L’Italia e il Giappone dovevano importare ogni materia prima necessaria. La Germania era in condizioni migliori, ma mancava di cotone, gomma, stagno, bauxite, mercurio e mica, mentre erano inadeguate le fonti di ferro grezzo, rame, antimonio, manganese, nichel, solfuro, lana e petrolio. Era soprattutto la penuria di quest’ultimo che si faceva sentire. “Qui, - commenta Liddell Hart - stava la maggiore debolezza nella capacità di condurre una guerra da parte dell’Asse, in tempi in cui gli eserciti erano crescentemente dipendenti dai mezzi a motore, e la forza aerea era divenuta un elemento vitale nella potenza militare.”[iv]

La Germania intraprese le due guerre mondiali proprio per diventare una potenza mondiale e per procurarsi il territorio e le risorse necessarie a questo obiettivo.[v] La strategia che verrà seguita dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale è espressa molto chiaramente già nel 1925 da Hitler nel Mein Kampf, in cui delinea il suo programma politico. Hitler scrive che il territorio della Germania è troppo piccolo per garantirle lo status di una potenza mondiale, alla pari con gli Stati Uniti e l’impero britannico.[vi] A proposito della guerra, Hitler afferma che una guerra contro la Francia doveva essere prevista al solo scopo di neutralizzare la possibilità di un attacco da ovest. Ciò avrebbe permesso di volgersi con sicurezza al vero obiettivo: l’espansione a est.[vii] Hitler critica i precedenti governi tedeschi perché questi avevano impegnato le loro risorse per ottenere colonie extra-europee. Al contrario, la Germania doveva acquisire non colonie in Africa o Asia ma territori nell’Europa dell’est. Si trattava, infatti, non solo di allargare la base territoriale tedesca, ma di conquistare un’area ricca di materie prime, tra cui abbondanti riserve di petrolio, necessarie all’espansione dell’industria tedesca. Del resto, l’intrappolamento e la sconfitta dell’armata tedesca di von Paulus a Stalingrado furono dovuti alla testarda volontà di Hitler di raggiungere ad ogni costo i pozzi di petrolio del Caucaso, che i suoi esperti economici gli avevano presentato come necessari alla prosecuzione della guerra.

Ovviamente, l’obiettivo di espansione a est era conseguibile solo abbattendo l’Urss. Invece, Hitler con i britannici aveva cercato di arrivare a un compromesso, perché la sua visione prevedeva la coesistenza degli imperi tedesco e inglese, entrambi espressione della razza germanica. Nel Mein Kampf l’Inghilterra, insieme all’Italia, è identificata come l’unica possibile alleata della Germania.[viii] La critica ai governi tedeschi precedenti era dovuta anche al fatto che la corsa alle colonie extraeuropee aveva posto la Germania in rotta di collisione con la Gran Bretagna. Dunque, la guerra della Germania contro l’Urss non fu una guerra “preventiva”, allo scopo di sventare un imminente attacco sovietico. I rapporti degli agenti tedeschi e dell’ambasciata a Mosca escludevano che l’Urss stesse per attaccare la Germania. Il primo a parlare del fatto che i sovietici stessero preparando una offensiva fu lo stesso Hitler, per vincere la riluttanza dello stato maggiore a intraprendere una invasione dell’Urss. Ma, come scrive Liddell Hart, “Dopo aver attraversato la frontiera, i generali trovarono scarsi segni della preparazione di una offensiva vicino alla frontiera e così videro che Hitler li aveva ingannati.”[ix] Fra l’altro, una dimostrazione dell’orientamento difensivo sovietico, fu che Stalin aveva spostato la base industriale sovietica lontano dalla frontiera, presso gli Urali, sfruttando la grande estensione del paese, proprio in previsione di un attacco da Occidente. Tale decisione fu decisiva per permettere ai sovietici di sfruttare tutto il potenziale della loro industria manifatturiera, enormemente cresciuta grazie alla pianificazione, negli anni prima della guerra.

Ma torniamo ad oggi. Il Projet Vault dell’amministrazione Trump, la grande riserva strategica di materie prime, può utilizzare finanziamenti pari a ben 12 miliardi di dollari, quasi tutti pubblici. Al momento attuale è impossibile evitare l’acquisto di minerali critici dalla Cina, specialmente quelli di metalli raffinati. Fu per questa ragione che alcune fabbriche di auto, anche negli Usa, furono costrette a interrompere la produzione quando la Cina bloccò, qualche mese fa, l’esportazione di terre rare. La Cina controlla la raffinazione di 19 su 20 metalli critici, con una quota mondiale media del 70%, che nel caso delle terre rare e del gallio arriva al 90%. Anche gli Usa sono dipendenti dall’esterno, tanto che per anni le aziende americane hanno rischiato di rimanere senza minerali critici nelle fasi di perturbazione del mercato.  In particolare, sono dipendenti per il 100% del loro fabbisogno di 12 su 50 minerali considerati critici, mentre per altri 28 le importazioni soddisfano almeno il 50% del fabbisogno nazionale. I due paesi da cui gli Usa dipendono maggiormente sono Cina e Canada, con 21 minerali ciascuno. Per ovviare a questi problemi il governo Usa, oltre a creare il Project Vault, ha investito su società minerarie e metallurgiche, in alcuni casi diventandone azionista.  Ad esempio, il 26 gennaio ha investito per accelerare l’avvio di una miniera di terre rare pesanti in Texas e di una fabbrica di magneti in Oklahoma. In precedenza, erano state rilevate quote di aziende, anche canadesi, e l’elenco delle aziende partecipate di sicuro aumenterà.

Inoltre, gli Usa si stanno muovendo per cercare vie di collaborazione con alcuni paesi alleati. Recentemente hanno organizzato un vertice con altri 55 paesi per coordinarsi sull’acquisizione di materie prime. La dichiarazione finale di questo vertice è stata firmata anche da Ue e Giappone. La risposta della Cina non si è fatta attendere, deplorando ogni iniziativa “che mini l’ordine economico e commerciale internazionale stabilendo regole per una cerchia ristretta”[x], e dichiarando di voler intensificare l’accumulo di rame nelle proprie riserve strategiche. Comunque, gli Usa possiedono già scorte strategiche a fini militari di 53 materie prime diverse per un valore di 13 miliardi di dollari, che sono custodite nei magazzini della National Defence Stockpile. Ma, grazie al Project Vault gli acquisti diventeranno più massicci. Secondo Bloomberg, la somma preventivata di 12 miliardi di dollari è “ampiamente sufficiente per acquistare ogni singolo grammo di minerali critici consumato ogni anno fuori dalla Cina.”[xi]

Per questa ragione, esiste un grave problema connesso con il Project Vault.  Acquisti massicci come quelli preventivati dagli Usa rischiano di lasciare a bocca asciutta tutti gli altri paesi o, in alternativa, di renderli ancora più dipendenti dagli Usa stessi. Del resto, ciò ripeterebbe quanto accaduto all’Europa, che, senza più il gas russo, è diventata dipendente dal gas liquefatto statunitense. Si va in questa direzione anche con il petrolio venezuelano di nuovo disponibile, ma solo a patto di acquistarlo da intermediari Usa. L’Europa in questo contesto si trova ad essere maggiormente vulnerabile, perché non dispone di una sua riserva strategica di minerali, a differenza non solo degli Usa, ma anche di Giappone e Corea del Sud. Inoltre, la nuova strategia statunitense è diversa da quella che sottende alla riserva strategica di petrolio, che prevede regole comuni tra i paesi Ocse e, in caso di emergenza, la gestione coordinata affidata alla Agenzia internazionale dell’energia (Aie), con sede a Parigi.

Quindi, dinanzi a una concorrenza sempre più accanita per le materie prime e, in particolare, per i metalli critici, gli Usa si troveranno a disporre di uno strumento in più per piegare a loro favore gli altri paesi, compresi gli alleati europei. C’è poi un altro aspetto preoccupante: il rafforzamento dell’autonomia degli Usa, sul piano delle materie prime, rende maggiormente possibile una eventuale guerra generale. Fino ad ora, infatti, un attacco statunitense contro la Cina era impossibile, per via dell’interdipendenza tra le loro economie. Inoltre, l’esistenza di ampi arsenali di armi atomiche fa da deterrente a una guerra tra potenze maggiori. Tuttavia, il disaccoppiamento delle economie statunitense e cinese, dimostrata, oltre che dall’autonomia statunitense sulle materie prime, anche dalla vendita di titoli di stato americani detenuti dalle banche cinesi sollecitata dal governo centrale, potrebbe creare in futuro le condizioni per lo scoppio di un conflitto. Del resto, l’obiettivo della National Defense Strategy è quello di contenere l’ascesa della Cina a prima potenza economica mondiale attraverso la minaccia di una forza militare schiacciante.

Ad ogni modo, è già da tempo in vigore una sorta di guerra mondiale tra, da una parte, gli Usa (e i loro alleati europei e asiatici) e, dall’altra parte, Cina e Russia. Tale guerra si combatte attraverso proxy, in paesi della “periferia” mondiale, ad esempio più di recente in Ucraina, in Venezuela, nel Medio-Oriente (Iran, Siria, Libano, Palestina). Questo scontro si sta accentuando e sta portando a una nuova corsa agli armamenti anche nei paesi “avanzati” o “centrali” della Triade imperialista (Usa, Europa occidentale e Giappone), che determinerà, specie in Europa, una contrazione del finanziamento del welfare e favorirà spinte autoritarie a livello nazionale. A questo proposito, purtroppo, bisogna rammentare che nel passato, in particolare all’inizio del Novecento, la corsa agli armamenti ebbe l’effetto di provocare quello scontro globale che alcuni pensavano la deterrenza potesse allontanare.


FONTI:

[i] Project Vault significa letteralmente Progetto camera di sicurezza. Vault, infatti, significa caveau o camera di sicurezza di una banca.

[ii] Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2009, p. 257.

[iii] Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro. Una storia finanziaria del mondo, Mondadori, Milano 2009, p. 77.

[iv] Basil Henry Liddell Hart, History of the Second world war, Da Capo Press, New York 1999, pp. 22-24. 

[v] Adolf Hitler, Mein Kampf, Edizioni clandestine, Massa 2016, p. 279.

[vi] Idem, p. 277.

[vii] Idem, p. 287.

[viii] Idem, p. 252 e 259.

[ix] Idem, p. 155.

[x] Sissi Bellomo, “Minerali critici, Europa messa all’angolo dai piani Usa”, il Sole24ore, 8 febbraio 2026.

[xi] Ibidem.

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