Oslo: proteste contro il premio Nobel alla guerra

Mentre il Comitato Nobel premia María Corina Machado, paladina dell'interventismo USA, migliaia di cittadini scendono in piazza per denunciare un "Nobel sanguinario" e la minaccia di un'invasione del Venezuela

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Oslo si prepara a consegnare il Premio Nobel per la Pace 2025 a una figura che incarna tutto tranne che i concetti di pace e pacifismo: María Corina Machado, paladina dell’interventismo statunitense e sostenitrice storica di rovesciamenti violenti del potere in Venezuela. Una scelta che stride in modo lampante con il tanto proclamato spirito spirito del fondatore Alfred Nobel e che si trasforma, in questo delicatissimo momento geopolitico, in un’arma di legittimazione per una strategia di cambio di regime. Il Venezuela, infatti, vive sotto la costante minaccia di un’escalation militare, con navi da guerra USA che pattugliano aggressivamente il Mar dei Caraibi in operazioni violente e illegali.

Mentre la cerimonia ufficiale è avvolta da un’aura di teatralità e incertezza - con la stessa Machado che annuncia a singhiozzo la sua presenza dopo aver cancellato conferenze stampa - le strade di Oslo raccontano un’altra storia. Migliaia di cittadini norvegesi sono scesi in piazza per respingere quello che definiscono un “Nobel sanguinario”. Le loro voci si uniscono a un coro internazionale di dissenso, che include il Movimento per la Pace norvegese, il quale accusa il comitato di aver tradito i principi fondativi del premio: de-militarizzazione, conferenze di pace e cooperazione.

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha colto l’occasione per ringraziare questa mobilitazione globale, sottolineando come anche negli Stati Uniti oltre 65 città abbiano visto proteste sotto lo slogan “No war Venezuela”. Un dato, secondo Maduro, che riflette il rifiuto dell’opinione pubblica mondiale verso le minacce militari e le guerre per le risorse.

La traiettoria di Machado spiega bene le ragioni di tale indignazione. Proveniente dall’élite economica venezuelana, fu una figura pubblica a sostegno del golpe fallito del 2002 contro il governo democraticamente eletto di Hugo Chávez. Da allora, la sua agenda politica non ha mai abbandonato la retorica della destabilizzazione, arrivando a dedicare idealmente questo Nobel al presidente USA Donald Trump e ad auspicare apertamente invasioni militari e sanzioni asfissianti contro la sua stessa nazione. Critici e analisti sottolineano come il suo obiettivo non sia una transizione democratica, ma un cambio di regime imposto dall’esterno, con la visione esplicita di fare del Venezuela una testa di ponte per smantellare i governi progressisti in tutta l’America Latina.

Il summit di Oslo, che raduna altre figure neoliberiste di destra come i presidenti di Argentina e Panama, Javier Milei e José Raúl Mulino, insieme all’altro oppositore venezuelano Edmundo González, assume così le sembianze di un consesso politico anti-Bolivariano. Un palcoscenico perfetto per trasformare un premio che dovrebbe onorare i costruttori di pace in un trofeo per i fautori di guerra e sostenitori dell’imperialismo. In gioco non c’è solo la ormai residua credibilità di un’istituzione centenaria, ma soprattutto la sovranità di un paese le cui immense riserve petrolifere sono un bottino troppo allettante per gli interessi che Machado dichiara di voler servire. 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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