Marche, cronaca di un disastro annunciato

Marche, cronaca di un disastro annunciato

Alluvione 2014, Giunta Regionale Spacca centrosinistra; 2015 Giunta Ceriscioli centrosinistra;  2020 Giunta Acquaroli centrodestra  con alluvione 15 settembre 2022:  “tutto cambi perchè nulla cambi”.

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di Stefano Tenenti*

 

Prima di tutto la cronaca, perchè la tragedia è tuttora in corso mentre scrivo, ci sono ancora dispersi e ogni prospettiva rischia di non cogliere la drammaticità degli eventi in itinere.

Dalla stampa locale e dal Manifesto:

Senigallia, 16 settembre 2022 - Come un tradimento questa alluvione che ha devastato le Marche, un'altra volta. Dopo la tragedia del 2014 e i morti, anche allora. Senigallia colpita al cuore, ancora. Monta la rabbia dopo il disastro. "Mai vista una cosa del genere", la frase più volte ripetuta, mentre la furia del fiume ha abbattuto anche le balaustre in pietra del Ponte Garibaldi. La rabbia si affaccia fin dalla zona industriale, tutti al lavoro per rimediare al disastro, "guardi, danni dappertutto". Le strade come laghi, deviazioni e vigili urbani ovunque, arrivare a destinazione è un'impresa per tutti.

La tragedia era imprevedibile. I climatologi concordano nel dire che il nubifragio che giovedì sera, 15 settembre, si è abbattuto sulle Marche sia stato di dimensioni colossalmente superiore alle attese. Lo stesso, però, di certo non si può dire delle condizioni del fiume Misa, che già in passato aveva mostrato di cosa possa essere capace.

Nel maggio del 2014 Senigallia affrontò un’altra alluvione, con esondazione del corso d’acqua e allagamenti diffusi in città. In quel caso il conto si fermò a tre vittime, 180 milioni di euro di danni e diverse centinaia di sfollati. Per questo fatto in otto – compresi due ex sindaci di Senigallia, Maurizio Mangialardi e Luana Angeloni – sono finiti in un processo tormentatissimo con 380 parti civili e ancora in corso a L’Aquila (non ad Ancona, competente per territorio, perché un giudice era proprietario di una casa alluvionata): dei tanti reati ipotizzati, a causa della prescrizione, ne è rimasto in piedi solo uno, l’inondazione colposa.

La prossima udienza è in programma tra due settimane, il 29 settembre e, a questo punto, la questione torna di stretta attualità. La città fu messa in ginocchio da quell’acquazzone, con interi quartieri residenziali sommersi dall’acqua e dal fango del Misa. Vennero colpiti anche alcuni paesi dei dintorni come Chiaravalle, che pure vide il suo centro abitato finire quasi completamente sott’acqua.

Il nodo principale, di cui si discute ormai da anni in un eterno rincorrersi di tavoli tecnici e riunioni politiche, è quello della cassa di espansione da realizzare nella frazione di Brugnetto, un invaso di compensazione idraulica che sulla carta dovrebbe servire a facilitare lo scarico del fiume, evitando gli allagamenti. Secondo diversi comitati, il progetto sarebbe pronto ormai dal 2006, ma ogni volta si trova un motivo per rinviare. Poche settimane fa dalla Regione Marche avevano annunciato che l’inizio dei lavori era ormai imminente.

L’alluvione del 2014, peraltro, ha segnato probabilmente anche il destino politico di Senigallia: la vecchia giunta di centrosinistra, nel tempo, è riuscita a inimicarsi il coordinamento dei comitati cittadini e alle comunali del 2020 a trionfare nelle urne è stata la coalizione di destra. Va detto, comunque, che da allora, malgrado la comunione d’intenti con la giunta regionale di Francesco Acquaroli, sul versante della prevenzione idrogeologica praticamente nulla è stato fatto.

E così Senigallia si è trovata ad affrontare il solito giorno della marmotta, la ripetizione di uno spettacolo tragicamente già visto, anche se questa volta è stato forte come mai prima, con l’acqua che è arrivata fino al lungomare, di fatto ricoprendo l’intera superficie della città. È un dato di fatto: gli argini del fiume Misa, soprattutto nelle zone collinari, sono in stato di abbandono e durante i mesi estivi, con la siccità che lo aveva ridotto praticamente a un rigagnolo, nessuno si è preso la briga di ripulirne il letto. Il conto, alla fine, è arrivato tutto insieme in due ore.

In due ore il cielo ha buttato giù tutta l’acqua che aveva risparmiato nell’ultimo anno: sono stati 420 i millimetri di pioggia che si sono abbattuti sulle province di Ancona e di Pesaro. Un disastro annunciato appena da un’allerta gialla (alta ma non altissima) e che lascia dietro di sé nove morti, quattro dispersi (tra cui un bambino di 8 anni e una ragazza di 17), cinquanta feriti e centinaia di sfollati. A subire i danni maggiori è stata l’area nei dintorni di Senigallia: Cantiano, Ostra, Barbara, Trecastelli, Castellone di Suasa.

L’onda di fango ha cominciato a crescere nella serata di venerdì e per tutta la notte le strade sono state invase dall’acqua, con auto scaraventate via, palazzi allagati, garage che sembrano acquari, balaustre dei ponti sommerse. Molti si sono salvati salendo ai piani alti dei palazzi, qualcuno addirittura si è arrampicato sui tetti. Sin dall’ora di cena i sindaci dei paesi hanno cominciato a far girare messaggi in cui chiedevano alle persone di restare al sicuro rimanendo dentro casa, ma la velocità con cui il fiume Misa e quasi tutti i suoi affluenti sono cresciuti e hanno rotto gli argini, senza lasciare scampo.

Quello che si osserva il giorno dopo venerdì 17  quando il cielo ha cominciato a liberarsi dalle nuvole, è un paesaggio disintegrato: l’acqua che si ritira scopre il fango, le persone escono dalle case e si aggirano con fare disperso. C’è chi prova a pulire le strade con le scope e con le pale, chi va alla ricerca di amici e parenti per assicurarsi che stiano bene, chi semplicemente è incredulo per un disastro imprevisto. Le previsioni del tempo parlavano di forti piogge, ma nessuno si aspettava un nubifragio di tale portata. La carovana dei soccorsi dei vigili del fuoco e della protezione civile ha faticato non poco a raggiungere tutte le zone ferite dal maltempo: la situazione in molte strade provinciali era impraticabile e adesso, dopo la gran massa d’acqua, il pericolo è quello delle frane.

Se a Senigallia la situazione è drammatica – addirittura si è allagato un piano dell’ospedale, con i pazienti che sono stati dirottati altrove -, nei comuni e nelle frazioni che la circondano, verso la collina, non si può che parlare di disastro. Oltre alla conta delle vittime e dei feriti, infatti, adesso bisognerà fare i conti con una ricostruzione non troppo dissimile rispetto a quella dei paesi terremotati a poche decine di chilometri di distanza. Solo per le prime necessità il governo ha proclamato lo stato d’emergenza per le Marche e ha stanziato subito 5 milioni di euro, ma il conto è destinato a crescere in maniera esponenziale.

«E' piovuto in qualche ora un terzo di quello che normalmente piove in queste zone in un anno, e in alcune zone ha piovuto il doppio di quello che piove in estate. È abbastanza evidente che l’evento, per come si è manifestato, è stato molto molto peggiore di quello che era stato previsto», così il capo della protezione civile Fabrizio Curcio. Sul fronte politico, il presidente della Regione Francesco Acquaroli ha ricevuto le telefonate di solidarietà sia del premier Draghi (che nel pomeriggio ha visitato i luoghi del disastro» sia di Mattarella e, almeno, per un giorno la campagna elettorale da queste parti pare essersi fermata.

«Stiamo tutti sottovalutando drammaticamente la rivolta dell’ambiente e della natura e tutti dobbiamo metterci più attenzione alla questione ambientale, un tema entrato in campagna elettorale dall’inizio con il ghiacciaio della Marmolada crollato fino ad oggi lungo mesi di siccità, caldo, roghi e morte come accaduto in queste ore», ha commentato il segretario del Pd Enrico Letta. Dal Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte dice che «dobbiamo contrastare i cambiamenti climatici e dobbiamo sistemare il nostro territorio perché il dissesto idrogeologico diventa un rischio per l’incolumità nostra, delle nostre famiglie e dei nostri figli».

Come si può vedere siamo di fronte alla saga dell'ipocrisia con i partiti responsabili dei mancati interventi che si fanno paladini e difensori del territorio devastato dalle loro incapacità.

Ora, a parte l'enfasi di alcuni passaggi spesso giustificata dalla drammaticità degli avvenimenti  rimane la consapevolezza diffusa e provata dalle carte, che questi disatri avrebbero potuto essere evitati con la prevenzione, una prevenzione attiva, fatta di interventi diretti sul territorio e sui bacini del Misa e del Nevola.

Era apparso addirittura possibile, ad un certo punto, che in una prima fase, quella della manutenzione del Territorio dopo l'alluvione del 2014, potesse non essere una triste storia italiana, nel senso di dimostrare, almeno per una volta che le “Giunte” e i partiti che le hanno sorrette si fossero messe, a testa bassa, ad attivare tutte quei passaggi necessari a rendere operativi gli interventi. Sembrava infatti che tutti i soggetti interessati avessero chiara la consapevolezza che il dissesto idrogeologico, causa della tragedia del 2014,  avrebbe determinato le condizioni per il ripetersi inesorabile, alla prima occasione, di fenomeni analoghi, legati al verificarsi di pioggie torrenziali, in questo contesto, sempre più probabili.

Questa illusione, perchè di illusione si tratta, derivava anche dall'adozione effettuata nel 2018, da parte dei Comuni interessati e da Senigallia come Capofila, del documento curato dal  facilitatore incaricato della gestione del processo di attuazione, in collaborazione con la segreteria del Contratto di Fiume per il Misa Nevola.

Quali fossero le determinazioni del documento e le speranze che le popolazioni locali e, ovviamente, tutta la Regione e il Paese  riponevano in esso, emergono con evidenza anche nel “cappello” introduttivo che lascia intuire la complessità dei problemi affrontati:  “Il presente documento nasce dall' esigenza di concludere la FASE A del Programma del percorso per il Contratto di Fiume Misa Nevola, manifestata sia in sede di Cabina di Regia che di Assemblea dai soggetti presenti e firmatari il manifesto d'intenti al fine di avviare la FASE B propositiva con la messa in atto di processi partecipativi aperti e inclusivi. Tale fase dovrà consentire di discutere le soluzioni progettuali in fieri (Assetto di Progetto e altro) , assumere un Documento Strategico che definisca lo scenario atteso, riferito ad un orizzonte temporale di medio-lungo termine e che integri, ove necessario a seguito del processo partecipativo attuato, gli obiettivi della pianificazione di distretto/bacino e più in generale di area vasta, con politiche di sviluppo locale del territorio. Un rapida conclusione di questa fase B consentirà l'avvio della FASE C del programma di lavoro finalizzata alla Redazione del Programma d’ Azione e di un Protocollo d’intesa/ Contratto di Fiume tra gli stakeholders pubblici e privati, da sottoscrivere in forma pubblica almeno per un primo set di interventi a breve-medio termine – finalizzato alla realizzazione azioni strutturali e non strutturali per i quali si sia anche raggiunta l'individuazione delle risorse finanziarie e l’impegno al finanziamento da parte dei soggetti firmatari.” Ovviamente tutto rimasto lettera morta in barba ai numerosi  Comitati cittadini sorti, nel frattempo, nella speranza di accelerare le procedure necessarie alla partenza dei lavori. 

E dire che, i Contratti di Fiume nascono per mettere insieme partner privati e pubblici per siglare accordi ed impegni per attuare la prevenzione del dissesto idrogeologico, la manutenzione straordinaria e ordinaria del territorio, l'implementazione del ruolo ambientale dell’agricoltura, la gestione di aree naturali e protette compresi boschi e foreste, la realizzazione di aree produttive ecologiche, il corretto uso del suolo, la tutela integrata dell'ambiente e della qualità delle risorse idriche con la mitigazione del rischio idrogeologico al fine di perseguire nuovi modelli di sviluppo locale, favorendo anche la fruizione degli spazi fluviali per riguadagnare un rapporto più autentico tra le popolazioni rivierasche e il fiume che attraversa i loro territori.

Quindi alluvione e esondazione dei fiumi nel 2014 danni pesanti alle strutture e tre morti. Adesso, 2022 senza interventi, allagamenti di un territorio più ampio, almeno 11 morti con numeri da aggiornare in negativo a cui si è aggiunta la messa in ginocchio, non si sa per quanto tempo, della piccola e media industria artigianale che insiste nei territori adiacenti le esondazioni, si parla già con insistenza di una inevitabile riduzione del PIL regionale con lavoratori costretti a rimanere a casa.

Se qualcuno pensasse però che quanto accaduto nel 2014 possa avere provocato una risposta adeguatada parte delle forze politiche che hanno governato e governano Enti locali e Regione magari accompagnata da ammissione di responsabilità, è destinato a rimanere deluso visto che tutte hanno negato di averne. Allo stesso modo sembra frustrata ormai anche la possibilità di ottenere giustizia sul piano giudiziario. Affonda  infatti anche il Processo seguito all'intervento della Procura di Ancona. Non sarà infatti il Tribunale di Ancona ad occuparsene perchè il procedimento nel quale si sono ormai prescritti diversi reati rimanendo in piedi solo quello minore di inondazione colposa, è stato dichiarato incompetente. Otto imputati tra cui i due ex sindaci del P.D. della Città di Senigallia rinviati a giudizio l'11 dicembre 2019 non hanno visto continuare l'iter per problemi di incompatibilità. Una storia emblematica del funzionamento della giustizia, in otto anni non è stato deciso nulla, come del resto sempre in otto anni nulla si è fatto sugli argini dei fiumi per cercare di contenere le conseguenze delle esondazioni.

 Non potendo approfondire ulteriormente le vicende collegate al procedere dei lavori di preparazione degli interventi risulta, già così, oltremodo evidente che tutta la vicenda è da collocare in toto dentro l'esperienza, purtroppo molto diffusa nel Paese , di impotenza della decisione politica, in questo caso, delle Giunte sia dei livelli comunali che della Regione Marche.

Per non smentire che le responsibilità di quanto non si è fatto siano spalmate nei governi regionali che si sono succeduti nel tempo c'è da rilevare quanto accaduto alla Protezione Civile delle Marche che forse rappresentava una eccezione positiva nel degrado generalizzato che ha investito le Giunte di centrosinistra in materia di Sanità e Servizi Sociali. La Protezione Civile marchigiana è stata spostata, dal Presidente Acquaroli, all'interno del nuovo organigramma regionale. Dall'inizio   dell'anno la P.C. non fa più parte dell'ufficio di gabinetto del Presidente come avveniva nel passato recente ma è entrato a far parte del Dipartimento Infrastrutture. Si tratta di una modifica del  settore operativo che complica inutilmente le cose e riduce l'autonomia organizzativa della Struttura con probabile riduzione nell'efficienza degli interventi in urgenza.

 Da ultimo  sarebbe anche del tutto ridicolo se la malapolitica di centrosinistra/centrodestra  attribuisse la mancata partenza dei lavori strutturali nel bacino del Misa-Nevola e di chissà quante altre situazioni su tutto il territorio del Paese, alla carenza di risorse economiche. E' fin troppo facile rilevare infatti che dai livelli nazionali avrebbero potuto finanziare gli interventi riducendo la spesa militare già imponente per l'acquisto degli caccia F35  e da febbraio di quest'anno divenuta insopportabile per i miliardi di euro concessi all'Ucraina per sostenerla nella folle guerra contro la Russia su ordine degli Stati Uniti.


* Coordinamento regionale Marche USB e presidente Centro Politico Culturale "Cumpanis" Ancona e provincia, 20 settembre 2022.

 

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