L'IRAN TRA DISTRUZIONE OCCIDENTALE E ACCUMULAZIONE CINESE

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L'IRAN TRA DISTRUZIONE OCCIDENTALE E ACCUMULAZIONE CINESE

 

di Pasquale Liguori

 

Per chi ha sempre guardato con favore a uno scenario multipolare come argine all'unilateralismo statunitense, gli eventi dell'ultimo biennio impongono una riflessione rigorosa, anche scomoda, ma necessaria. La solidarietà a Teheran, nel quadro delle costanti pressioni esercitate dal coordinamento tra Washington e Tel Aviv, rimane un punto fermo. Tuttavia, l'onestà intellettuale ci obbliga a decostruire la natura del supporto offerto all’Iran dal partner strategico orientale, la Cina.

Non siamo di fronte al tradimento di un ideale - gli Stati non hanno sentimenti - ma all'applicazione ferrea di leggi economiche. È importante analizzare come la logica della centralizzazione del capitale stia ridisegnando gli equilibri, trasformando l'Iran da partner sovrano a nodo periferico di accumulazione, in una dinamica che vede convergere - paradossalmente - l'interesse di entrambi i blocchi globali verso una "stabilità subordinata" iraniana.

La narrazione occidentale sul conflitto del giugno 2025 è stata letteralmente adulterata. Israele non ha ottenuto alcuna vittoria strategica. Il lancio di centinaia di missili balistici da parte delle forze iraniane ha dimostrato una capacità di penetrazione delle difese che ha scosso le certezze di Tel Aviv. L'Iran non è crollato militarmente.

Tuttavia, il dato politico più rilevante è stato il freno imposto dagli stessi Stati Uniti. Washington ha scelto di chiudere l’escalation con un’azione lampo sui siti nucleari: un colpo scenografico, l’ultimo botto fragoroso, utile a segnare il punto. Ma, sul piano sostanziale, quell’attacco è rimasto largamente privo di conseguenze strategiche per l’Iran, che aveva già provveduto a mettere al sicuro gli asset più sensibili della propria ricerca e sviluppo.

Proprio qui sta il nocciolo della questione: invece di lasciare campo libero alla voracità distruttiva israeliana fino a colpire in modo definitivo centrali nucleari e i terminali petroliferi per trascinare lo scontro alle estreme conseguenze, gli Stati Uniti hanno incanalato l’operazione in un formato contenuto. Un gesto di forza calibrato, finalizzato non a risolvere il dossier iraniano, ma a fissare un limite operativo e politico all’escalation di Israele, imponendo di fatto una soglia oltre la quale non si doveva andare.

Perché?

La risposta non risiede nell’etica, ma potremmo individuarla in un criterio di solvibilità che tiene in piedi il sistema globale: la necessità che l’architettura finanziaria resti, nel complesso gestibile, senza scivolare in una crisi sistemica. Da un lato ci sono gli Stati Uniti che vivono di debito ed emissione di dollari e la cui stabilità molto dipende dal fatto che il biglietto verde continui a funzionare come moneta di riserva con i mercati che continuano a finanziare Washington. Dall’altro c’è il blocco creditore - con la Cina come perno - che accumula surplus, riserve e titoli e che proprio per questo ha interesse a non far saltare il circuito che dà valore a quegli attivi.

Per ragioni opposte, entrambi condividono dunque un’esigenza comune: impedire che il circuito salti e che la crisi diventi ingovernabile. Per Washington, la continuità dei flussi energetici è una variabile di stabilità: se i costi energetici subiscono un'impennata, esplode l’inflazione, si irrigidisce la politica monetaria e cresce il rischio sistemico. E un sistema instabile rende più fragile o più onerosa la funzione imperiale del dollaro. La Cina necessita dell'Iran come serbatoio energetico funzionale, ma non è disposta a sacrificare il proprio ciclo di accumulazione per difenderlo militarmente.

Il risultato è che la guerra si è trasformata in una gigantesca svalutazione violenta: le infrastrutture industriali e nucleari sono state colpite per intaccare il valore strategico autonomo dell'Iran, lasciando però in vita l'apparato statale affinché continui a garantire l'ordine e l'estrazione di risorse.

L'analisi dei flussi commerciali svela la realtà materiale dietro la retorica diplomatica. L'accordo venticinquennale del 2021 tra Cina e Iran, che prometteva 400 miliardi di investimenti da parte di Pechino nei settori dell’energia, della banca, delle telecomunicazioni e dei trasporti, si sta attuando secondo una logica estrattiva e non di sviluppo endogeno. Di fatto, l'applicazione effettiva dell'accordo si è rivelata molto più limitata e selettiva. Inoltre, il volume totale degli scambi tra Cina e Iran ha subito una contrazione del 25% rispetto al 2024. In particolare, si stima un crollo dell'import cinese di cosiddetto greggio iraniano “rimarchiato”, proveniente dalla Malesia (-37,9%). Questo dato è cruciale: Pechino ha sfruttato il biennio precedente per riempire le proprie riserve strategiche e diversificare i fornitori verso Russia, Brasile e Canada.

Siamo di fronte a un fenomeno di centralizzazione del capitale: la Cina acquisisce le risorse iraniane tramite la "flotta ombra" (spesso triangolata via Malesia) a prezzi fortemente scontati, imponendo un premio per il rischio. Non vi è traccia delle grandi zone industriali greenfield promesse; vi è invece una dipendenza tecnologica per la componentistica e i macchinari finiti. In definitiva, il capitale cinese sta assorbendo il plusvalore prodotto in Iran, mantenendo il paese in una condizione di integrazione subordinata.

La critica più forte che, da posizioni antimperialiste, si potrebbe ipotizzare nei confronti della strategia cinese riguarda il dossier nucleare. Il programma atomico iraniano va letto non attraverso la lente deformante della propaganda bellica, ma come accumulazione di capitale tecnologico di sovranità. La padronanza del ciclo nucleare completo rappresenta per una potenza regionale l'unico asset che garantisce l'intangibilità politica e l'indipendenza scientifica. Quando l'asse Usa-Israele ha colpito i siti di arricchimento, la Cina ha mantenuto un profilo di disinteresse calcolato. Perché? Perché un Iran dotato di deterrenza nucleare sarebbe un partner paritario, autonomo e capace di dettare condizioni. Un Iran privato della sua leva atomica, ma ancora ricco di petrolio e gas, è un partner obbligato, costretto ad accettare qualsiasi condizione economica pur di sopravvivere. La Cina ha accettato il declassamento strategico dell'Iran perché questo favorisce il suo controllo geoeconomico sul paese.

Se Pechino ha esercitato una prudente restrizione sui sistemi d'arma offensivi per non innescare una guerra globale con gli Usa, ha invece fornito massiccio supporto per la stabilità interna. Durante le turbolenze sociali del gennaio 2026, la tecnologia cinese ha giocato un ruolo chiave. Non parliamo di soldati, ma di infrastrutture digitali. Sono in buona parte di fabbricazione cinese i sistemi di sorveglianza avanzata e gli algoritmi di intelligenza artificiale in dotazione alle forze di sicurezza iraniane.

Questo snodo è cruciale: la Cina non sembra interessata a esportare la rivoluzione o a difendere ideologicamente la Repubblica Islamica; è interessata alla stabilità operativa dello Stato. Pechino fornisce gli strumenti affinché le istituzioni di Teheran non collassino sotto il peso delle sanzioni e del dissenso, garantendo così la continuità dei flussi energetici e la sicurezza delle "nuove vie della seta", ma senza impegnarsi nella difesa dei confini iraniani contro le minacce esterne. È una forma di outsourcing della sicurezza interna.

In conclusione, l’indagine strutturale ci porta a vedere l'Iran stretto in una morsa storica. Da un lato, il blocco occidentale ricorre alla distruzione militare per una precisa necessità finanziaria: essendo un impero debitore in crisi di solvibilità, è costretto a usare la forza per bruciare il capitale fisico dei rivali, svalutare i serbatoi energetici altrui e impedire così che il surplus finanziario d'Oriente possa colonizzare gli asset strategici globali. La guerra, per Washington, è lo strumento per azzerare i debiti e bloccare la concorrenza economica che non riesce più a vincere sul mercato.

Dall'altro, il blocco orientale agisce secondo la logica speculare dell'accumulazione: centralizza le risorse a prezzi di saldo, diversifica i rischi e gestisce il partner non come un alleato da difendere a ogni costo, ma come un asset da preservare al minimo costo possibile.

Riconoscere questo non significa sconfessare la lotta contro l'egemonia del dollaro o le responsabilità criminali dell'Occidente nella regione. Significa, però, prendere atto che nel mondo multipolare la solidarietà politica cede il passo alla brutale aritmetica dei grandi spazi economici. L'Iran resiste, non grazie all'aiuto esterno, ma nonostante le agende convergenti dei grandi blocchi globali che, per ragioni diverse, preferiscono una Teheran contenuta e funzionale piuttosto che una potenza regionale pienamente sovrana.

 

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