La questione ambientale come possibile campo di alleanza tra liberalismo inclusivo, socialismo partecipativo e ambientalismo diffuso

La questione ambientale come possibile campo di alleanza tra liberalismo inclusivo, socialismo partecipativo e ambientalismo diffuso

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di Michele Blanco*

  1. Emergenza ambientale.

 L’ambientalismo o ecologismo, designano la necessità politica della difesa dell’ambiente (inteso come luogo in cui si svolge la vita umana, animale e vegetale, soprattutto in relazione ai problemi dell’inquinamento, del degrado ambientale e dello sfruttamento delle risorse naturali) e la corrispondente azione di giusta propaganda per la salvaguardia dell’equilibrio naturale e dai cambiamenti climatici. La sfida rappresentata dalla «questione dell’ambiente implica, evidentemente, la totalità della vita sociale. Dire che bisogna salvare l’ambiente è dire che bisogna cambiare radicalmente il modo di vivere della società tutta quanta, e rinunciare a questa sfrenata corsa ai consumi. E questo non è niente di meno che porre l’autentica questione politica: l’insieme dei problemi politici, psicologici, antropologici, filosofici che investono in tutta la loro profondità, l’umanità contemporanea»[1]. Non può essere quindi una mera coincidenza, se il secolo breve[2], sia stato quello delle grandi guerre mondiali e allo stesso tempo dell’inizio della grande crisi ecologica. Nella sua Critica della ragione strumentale Max Horkheimer affermò che nel dominio sulla natura esteriore è incluso anche quello sulla natura interiore dell’uomo[3].

Nella società capitalista-industriale lo sfruttamento di esseri umani, animali o materie prime è causata dalla stessa logica razionale, ecco perché la globalizzazione neoliberale ha aumentato sia il disordine sociale, che quello ecologico. L’attività umana può essere considerata la causa di centinaia di disastri e dei cambiamenti ambientali degli ultimi due secoli, disastri che senza l’intervento dell’uomo si sarebbero verificati molto più sporadicamente[4]. Secondo quanto emerge dalla letteratura[5], ci sono diversi modi in cui gli esseri umani possono impattare sull’ambiente, generando così diversi tipi di cambiamenti ambientali[6].

 Un primo modo va cercato nella stessa forma economica predominante del capitalismo neoliberista dove abbiamo per definizione un sistema che porta alla necessità, o meglio alla falsa necessità, di sempre maggiori bisogni indotti di beni e consumi[7] di cui potremmo fare certamente a meno. Infatti, «Il capitalismo genera bisogni artificiali sempre nuovi. Quello di acquistare l'ultimo iPhone, ad esempio, o prendere l'aereo per raggiungere la città accanto. Questi bisogni non solo sono alienanti per la persona, ma anche ecologicamente dannosi. La loro proliferazione è alla base del consumismo, che a sua volta intensifica l'esaurimento delle risorse naturali e l'inquinamento ambientale. Nell'era di Amazon, il consumismo raggiunge il suo "stadio supremo". Dobbiamo farci delle semplici domande: come mettere fine a questa proliferazione di bisogni artificiali? Come uscire, di conseguenza, dal consumismo capitalista? La riflessione si articola in capitoli tematici, dedicati all'inquinamento luminoso, al consumo compulsivo e alla garanzia dei beni, per elaborare una teoria critica del consumismo.

Essa fa dei bisogni "autentici" definiti collettivamente, in rottura con i bisogni artificiali, il cuore di una politica dell'emancipazione nel XXI secolo, possiamo ricordare la teoria dei bisogni di Karl Marx, André Gorz e Agnes Heller. Per questi autori, i bisogni "autentici" hanno un potenziale rivoluzionario. Come diceva Marx, "una rivoluzione radicale può essere soltanto la rivoluzione dei bisogni radicali". "Chiamo 'artificiali' i bisogni che, da un lato, non sono ecologicamente sostenibili, che danno luogo a un sovrasfruttamento delle risorse naturali, dei flussi energetici, delle materie prime; dall'altro, i bisogni che l'individuo o la collettività sentono che in qualche modo danneggiano la soggettività, i bisogni che non danno luogo a forme di soddisfazione duratura. Bisogni alienanti, in un certo senso. L'ossessione per l'ultimo ritrovato della tecnologia, per l'ultimo capo di abbigliamento, per l'ultimo modello d'auto, questa ossessione per la novità insita nel sistema capitalista è una delle dimensioni del carattere artificiale dei bisogni"»[8].

Nella società del consumismo sfrenato arriviamo ad avere una sorta di perdità della moralità e dei freni inibitori che ci portano a rinunciare alle nostre facoltà umane più naturali. Infatti: «Quando il dolore morale perde la salutare funzione di avvertimento, di allarme e di spinta ad aiutare il nostro simile, inizia il tempo della cecità morale. La cultura consumistica trasforma qualsiasi negozio o agenzia di servizi in una farmacia dove rifornirsi di tranquillanti e analgesici per attenuare o placare dolori che in questo caso non sono fisici ma morali. Man mano che la negligenza morale si estende e si intensifica, aumenta a dismisura la domanda di antidolorifici e il ricorso a tranquillanti morali diventa assuefazione. Il risultato è che l'insensibilità morale artificialmente indotta tende a diventare compulsiva, una sorta di 'seconda natura'. Il dolore morale viene soffocato prima che diventi davvero fastidioso e preoccupante, e la trama dei legami umani, intessuta di morale, si fa sempre più fragile e delicata, fino a lacerarsi. I cittadini vengono addestrati a cercare sui mercati, nel consumo, la salvezza dai propri guai, la soluzione ai propri problemi, e la politica si trova (anzi è pungolata, spinta, in ultima analisi costretta) a interpellare i propri governati come consumatori anziché come cittadini, facendo del consumo l'adempimento di un primario dovere civico»[9]. In questo contesto «Le classi subalterne sono quelle le più colpite dall’inquinamento dalle catastrofi naturali. La crisi ecologica è stata causata dal capitalismo industriale, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla sua attuale esplosione»[10].

Un altro modo per mettere in crisi l’ecosistema è causato dalla grande sovrappopolazione[11] mondiale, infatti si prevede che la popolazione mondiale possa raggiungere i 10 miliardi nel 2050 e gli 11,2 miliardi nel 2100. Il rapporto tra sovrappopolazione e impatto ambientale, evidentemente, è strettamente correlato al fatto che più esseri umani consumano più risorse, più risorse comportano uno sfruttamento maggiore della terra, senza contare che la produzione di cibo (carne, soia, caffè) comporta una quantità enorme di energia e di emissioni di gas che alterano la composizione dell’atmosfera[12].

 Sulla crescita demografica abbiamo anche un interessante articolo di Agustín Udías apparso sulla rivista Civiltà Cattolica dove si mettono in evidenza le tante criticità dovute alla sovrappolazione, «Negli ultimi 100 anni la popolazione mondiale è cresciuta a ritmo sostenuto. Si stima che nei primi secoli della nostra era essa ammontasse a circa 200 milioni di individui. È aumentata lentamente, tanto che nel XVIII secolo gli esseri umani sulla Terra erano 600 milioni e nell’Ottocento raggiungevano il miliardo. Ma, a partire da allora, la crescita è stata rapida: nel 1950 eravamo 2.500 milioni di persone»[13] e nel 2022 abbiamo raggiunto i 8 miliardi.

 Per quanto riguarda l’inquinamento, gli esseri umani stanno, purtroppo, consapevolmente inquinando tutte le risorse per loro indispensabili per la vita, come l’aria, il suolo e l’acqua; risorse che richiedono milioni di anni per essere reintegrate[14]. L’inquinamento è infatti parte integrante della nostra quotidianità e non si limita solo all’aria[15]. Dai rifiuti gettati in strada, ai milioni di tonnellate di anidride carbonica riversate nell’atmosfera ogni anno, ai rifiuti umani e ai rifiuti chimici insabbiati sotto terra o gettati in acqua per disseminare le tracce. La situazione è già oggi così grave che, a causa dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici, 2,4 miliardi di persone non hanno accesso a fonti di acqua potabile[16].

Di grande importanza è l’esempio dell’attuale sfruttamento scriteriato delle risorse ittiche. La pesca non è intrinsecamente dannosa per i nostri oceani, ma il miglioramento della tecnologia, l’aumento della domanda da parte della popolazione in crescita e la cattiva gestione delle risorse hanno fatto sì che le popolazioni ittiche stiano subendo una pressione tale da essere vicine al collasso. Gli stock sovra sfruttati a livello globale sono triplicati in mezzo secolo e oggi, secondo il WWF, un terzo della pesca a livello mondiale è attualmente spinta oltre i propri limiti biologici. La distruzione degli habitat naturali, come l’eliminazione o l’alterazione delle condizioni necessarie alla sopravvivenza di animali e piante[17], non ha solo un impatto sulle singole specie ma anche sulla salute dell’ecosistema globale[18]. La rapida crescita della popolazione umana, l’aumento della domanda, l’uso di tecnologie di pesca più efficienti e l’inadeguata gestione e applicazione delle norme hanno portato all’esaurimento delle principali specie della barriera corallina e al danneggiamento degli habitat in molte località.  La perdita dell’habitat è innegabilmente causata dall’uomo.

Il disboscamento dei terreni per l’agricoltura, il pascolo, l’estrazione mineraria, le trivellazioni e l’urbanizzazione hanno un impatto sull’80% delle specie globali[19]. Gli habitat naturali sensibili sono talvolta convertiti in allevamenti questo può avere drammatiche implicazioni ambientali.

 L’industrializzazione, la sua affermazione e il suo processo storico, ha avuto meriti storici indiscutibili, basti ricordare lo sviluppo del potenziale per aiutare a raggiungere diversi e fondamentali obiettivi sociali come l’occupazione, lo sradicamento della povertà, gli elevati standard lavorativi,[20] la sicurezza sul lavoro e un maggiore accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, ma allo stesso tempo può avere impatti ambientali devastanti[21]. I processi industriali hanno svolto da sempre, un ruolo primario nel degrado dell’ambiente e nel diffondersi e ampliarsi dei cambiamenti climatici e degli habitat naturali. Spesso, alcuni procedimenti industriali, richiedono l’uso di sostanze altamente pericolose, che possono dare origine a eventi incidentali, ma anche calcolati, ad esempio l’emissione di sostanze tossiche o il rilascio di energia, di entità tale da provocare danni gravi e irreparabili.  In altri casi come per reintegrare il terreno impoverito si usano i fertilizzanti, che comportano problemi immediati o differiti per la stessa salute umana[22] e per l’ambiente.

Alcuni dei più gravi danni all’ambiente naturale sono dovuti alla perdita di foreste. Le cause principali della deforestazione e del degrado delle foreste sono dovuti alla necessità di ampliare i terreni agricoli per le maggiori esigenze produttive. Tutto questo spesso comporta anche il disboscamento illegale[23]. Perdiamo ogni anno 18,7 milioni di acri di foreste, pari a 27 campi da calcio al minuto. Susanne Winter, Forest del Program Manager del WWF Germania, evidenzia come defo restazione, cambiamento climatico e rischio di incendi siano tutti direttamente collegati. «Si tratta di un effetto di feedback», dice Winter «Più deforestazione significa maggiore cambiamento climatico, che aumenta le possibilità che la vegetazione si secchi, che a sua volta aumenta il rischio di incendi e così via»[24]. Grande apprensione viene dalla modifica genetica delle piante e dall’utilizzo sempre più diffuso di prodotti chimici[25] nei prodotti agricoli: le colture GM (organismi geneticamente modificati, OGM) sono disponibili in commercio e coltivate su oltre 40 milioni di ettari in sei continenti diversi. Queste coltivazioni rappresentano la più grande esperienza praticata nell’introduzione degli OGM negli ecosistemi e sono diventate il fulcro delle preoccupazioni ambientali[26] perché modificano gli ecosistemi naturali danneggiandoli significativamente[27]. Gli OGM sono infatti colture selezionate che hanno avuto il DNA impiantato per dare un vantaggio alla coltura, sia che si tratti di sostenere temperature più fredde, richiedere meno acqua, produrre più frutto. Anche l’uso di pesticidi[28], erbicidi, diserbanti produce danni ambientali significativi, non solo direttamente. Ad esempio, si usa il glifosato, un erbicida molto criticato, tuttavia, le erbacce che si vorrebbero distruggere si sono adattate nel tempo, sviluppando una resistenza a 22 dei 25 erbicidi conosciuti, con 249 specie di erbe infestanti completamente immuni. La presenza di queste “super erbe” minaccia i terreni agricoli, soffocando gli affioramenti.

 Il tema più controverso e preoccupante è il riscaldamento globale, internazionalmente conosciuto come global warming, esso è molto probabilmente la conseguenza principale dell’impatto dell’uomo sull’ambiente[29]. Secondo la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), ogni anno vengono distrutti mediamente 13 milioni di ettari di foreste. In più, altri milioni di ettari sono degradati dal prelievo di materie prime, per la costruzione di miniere, dighe, strade, case ed altri usi. La distruzione delle foreste causa la liberazione in atmosfera di enormi quantità di gas serra, responsabili del riscaldamento globale. La stessa foresta amazzonica, nell’ultimo decennio, ha emesso più anidride carbonica di quanta ne ha assorbito, questo perché «la foresta pluviale è sottoposta a stress climatici, cioè ad un aumento della temperatura e a una diminuzione delle precipitazioni, che portano alla morte degli alberi più grandi. Qualcosa che va ben al di là della deforestazione e prende il nome di “degradazione”»[30]. Gli scienziati dell'IPCC[31] ritengono che circa il 20% dei gas serra immessi ogni anno nell'atmosfera derivano dalla distruzione e dalla degradazione delle foreste e degli habitat naturali. Noi esseri umani stiamo distruggendo il Pianeta con le nostre azioni e, allo stesso tempo, solo noi abbiamo il potere di fermare tutto questo.  Ogni anno, le attività umane contribuiscono ad incrementare le concentrazioni di anidride carbonica (CO?) in atmosfera, contribuendo così ad aumentare la concentrazione di gas clima alteranti che hanno la caratteristica chimica di trattenere il calore derivante dai raggi del sole, aumentando così la temperatura atmosferica. Le attuali misurazioni di CO? hanno superato le 400 parti per milione (PPM), superando così ogni record a partire da 400.000 anni fa. Ad oggi, la CO? ha già contribuito all’aumento di quasi 1°C della temperatura media del pianeta[32]. Inoltre, la CO? si dissolve nell’oceano legandosi con l’acqua di mare creando acido carbonico, contribuendo così all’acidificazione degli oceani. Negli ultimi anni l’acidità degli oceani è aumentata di circa il 30% rispetto agli ultimi 200 anni, livello che l’oceano non ha raggiunto in oltre 20 milioni di anni. Tra l’aumento della temperatura[33] e l’acidificazione dell’oceano, gli scienziati dicono che un quarto di tutte le barriere coralline, che ospitano il 25% della vita acquatica e che sono responsabili della filtrazione naturale dell’oceano e della produzione dei nutrienti, sono considerate danneggiate in modo irreparabile, con due terzi in grave pericolo. Inoltre si registra nel Mediterraneo la perdita delle praterie di Posidonia oceanica, pianta marina che produce grandissime quantità di ossigeno. La perdita è molto estesa e la gravità risiede anche nel fatto che la Posidonia è importantissima per la conservazione degli ecosistemi del Mediterraneo. L’intervento umano sta mettendo a dura prova la sua sopravvivenza. Tra le principali minacce vi sono le costruzioni marittimel’inquinamento delle acquel’ancoraggio, la creazione di spiagge artificiali e l’eliminazione delle foglie morte dalle spiagge.

 Il fenomeno del cambiamento climatico[34], legato allo sviluppo storico dell’industria e della tecnologia, ha portato e comporta un cambiamento a lungo termine dei modelli meteorologici che sono arrivati a definire i climi locali, regionali e globali della terra[35]. L’aumento delle temperature globali sopra menzionate sta già contribuendo a modificare drasticamente tali modelli meteorologici, modificando significativamente le stagioni, promettendo uragani più intensi sia in termini di dimensioni che di frequenza, oltre a intensificare e prolungare siccità e ondate di calore.

 Tutti i fenomeni sopra indicati contribuiscono ad incrementare in maniera esponenziale la probabilità che si verifichino catastrofi ambientali e naturali, aumentando a loro volta la conseguenza inevitabile che si verifichino danni sociali ed economici[36] che da essi possono derivare. Secondo un rapporto pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio Disastri (UNISDR), fra il 1998 e il 2017 le perdite economiche causate dai disastri ambientali e climatici sono aumentate del 151% rispetto al ventennio precedente, passando da 1.313 miliardi di dollari a 2.908 miliardi. Ancora uno studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di Eccellenza EMbeDS (Economics and Management in the era of Data Science), dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Pennsylvania State University, “negli ultimi 50 anni l’impatto economico degli eventi estremi si è moltiplicato” causando crescenti danni. Come spiega il principale autore dello studio, Matteo Coronese, «si stima che ogni anno un evento catastrofico (tra l’1% dei più dannosi) costi circa 26 milioni di dollari in più dell’anno precedente al netto degli aumenti attribuibili all’evoluzione di reddito, popolazione e dei prezzi». I danni catastrofici stanno quindi crescendo a ritmo più sostenuto con un relativo aumento incrementale dei danni ad essi connessi. La consapevolezza e l’evidenza di questi fenomeni è dunque cruciale per elaborare e implementare delle azioni preventive adeguate a contenere i costi e a proteggere la natura e gli esseri umani[37].

Sembra evidente che sia sempre più necessario che queste nozioni siano divulgate e spiegate possibilmente a tutti gli abitanti del nostro pianeta, così da rendere queste problematiche pubbliche e accessibili a tutti. Come dice Amitav Ghosh in La grande Cecità[38]  in riferimento alla scarsa letteratura presente su queste tematiche, «in un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento dei livelli dei mari avrà inghiottito le Sundarban (più grande foresta di mangrovie del mondo) e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità». E continua: «E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità»[39]. Altro passo interessante, che dovrebbe far pensare noi tutti e le cosiddette classi dirigenti: «Quando le generazioni future si volgeranno a guardare la Grande Cecità, certo biasimeranno i leader e i politici della nostra epoca per la loro incapacità di affrontare la crisi climatica. Ma potrebbero giudicare altrettanto colpevoli gli artisti e gli scrittori, perché dopotutto non spetta ai politici e ai burocrati immaginare altre possibilità»[40].

 

  1. Ricerca delle soluzioni.

Sul tema del riscaldamento globale e del cambiamento climatico, come ormai è evidente a tutti per la grandissima e grave attualità, abbiamo una recente pubblicazione dove si considera che indubbiamente «Il riscaldamento globale è ormai una realtà con cui dobbiamo fare i conti. Ma quali saranno le conseguenze sociali ed economiche della crisi ecologica che stiamo vivendo? Ponendo al centro della riflessione la dimensione geopolitica del cambiamento climatico, e attingendo alla tradizione di filosofia politica e di critica all’economia capitalistica, [si] intravedono i segnali di uno scenario imminente e nefasto … e gettano le basi per un’alternativa necessaria e radicale: una rivoluzione planetaria in nome della giustizia climatica»[41], in questo lavoro, in particolare, abbiamo molti riferimenti sulle possibili, ma forse meglio dire necessarie, leggi che introducano tassazioni per chi inquina[42]. Comunque l’auspicio di provare ad avere un nuovo modo di considerare la vita, la partecipazione politica e la effettiva tutela dell’ambiente sembra evidente: «Finché il mondo continuerà ad essere capitalista le disuguaglianze rimarranno … e con queste le barriere che impediscono un approccio globale e cooperativo al cambiamento climatico»[43], il cambiamento deve essere radicale e sistematico per la nostra stessa sopravvivenza. Infatti nel 2009, i paesi ricchi del mondo fecero una promessa a quelli più poveri: avrebbero fornito 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare l’adattamento dei più poveri ai cambiamenti climatici. In termini relativi, si trattava di un gesto tutto sommato piccolo rispetto a ciò che sappiamo essere necessario per rendere resilienti ai cambiamenti climatici le economie più vulnerabili. Ma si trattava comunque di un segnale politico importante.

La promessa fu rinnovata sei anni dopo, nell’Accordo di Parigi. E poi di nuovo al G7 in Cornovaglia. E di nuovo ancora a Glasgow nel 2021. Ma dopo tanti anni, questa promessa non è stata mantenuta. Sembra quasi che quei finanziamenti siano stati promessi, ma politicamente e praticamente sono stati dimenticati. Ma «Una tale valutazione è un errore.

Rivela un’incomprensione profonda della natura dei rischi che ci troviamo ad affrontare, e di dove risieda la nostra vulnerabilità più pericolosa a fronte dei cambiamenti climatici in corso. … L’esitazione dei paesi ricchi nel fornire supporto finanziario per gestire i cambiamenti climatici, promesso alle nazioni più povere, non è solo ingenerosa. È imprudente. Se i paesi in via di sviluppo non riuscissero a proteggere la propria popolazione dalla forza di un ambiente che cambia, si potrebbero mettere in moto eventi dalle conseguenze pericolose. Nei paesi poveri, 2,5 miliardi di persone dipendono interamente da un’agricoltura alla mercé di piogge variabili. Almeno 1,5 miliardi di questi sono piccoli coltivatori, particolarmente vulnerabili a cambiamenti climatici. La storia suggerisce che la sicurezza delle nazioni più ricche dipende anche dalle condizioni di questi più poveri e dal fatto che abbiano le infrastrutture e istituzioni necessari per mettere in sicurezza il proprio futuro, ovunque essi vivano. Senza gli investimenti necessari per aumentare la resilienza di tutti, le conseguenze destabilizzanti dei cambiamenti climatici sulla distribuzione dell’acqua potrebbero portare molte più persone sulle coste dei paesi ricchi, incoraggiati a muoversi dall’accesso universale ad immagini di una vita migliore e più sicura. L’incapacità dei paesi ricchi di onorare le promesse fatte per migliorare la resilienza dei paesi in via di sviluppo non è solo moralmente indifendibile. È anche una pessima scelta strategica e politica»[44].

Come abbiamo visto, più volte «Se si approfondisce la questione, si può vedere come la logica economica che è alla base dell’impoverimento e del degrado dell’ambiente in cui viviamo sia anche all’origine del processo di impoverimento e di degrado della qualità della vita di tutti quei popoli che sono estromessi dalla gestione del potere economico che sta consumando la natura. Infatti, la stessa logica economica che, in nome del principio del massimo profitto, legittima uno sfruttamento della natura libero da ogni vincolo etico, legittima anche lo sfruttamento delle risorse nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” e, addirittura, l’esportazione in quei paesi delle sostanze inquinanti prodotte dalle industrie dei paesi ricchi. La distruzione degli ecosistemi a opera dello sfruttamento industriale e il processo di disintegrazione sociale e di progressiva povertà cui sono sottoposte molte comunità sono fenomeni strettamente connessi, che fanno della questione ecologica un problema inscindibile da quello del rispetto dei diritti umani»[45].

 Molto probabilmente si continua a sottovalutare alcuni aspetti importanti che fanno parte del nostro prossimo futuro, inteso come futuro della stessa umanità. Si pensi che intanto «il passaggio all’economia green, per contrastare il disastro climatico, imporrà la più feroce ristrutturazione industriale della storia. Dalla rivoluzione agricola del Medioevo a quella industriale del XVII e del XVIII secolo, fino al graduale sviluppo di nuove fonti energetiche come base del sistema economico attuale, con il passaggio dall’era del carbone a quella del petrolio, le grandi fasi di discontinuità hanno permesso di razionalizzare il lavoro, ristrutturare settori e filiere, cambiare i modi di produzione e creare nuovi mercati senza imporre la rottamazione generale di interi comparti del sistema economico. In prospettiva, quello che emerge oggi sulla scia dei cambiamenti industriali, tecnologici ed energetici e dei nuovi paradigmi ecologici è un processo in cui interi settori dovranno di fatto cessare la loro attività nei prossimi decenni. A loro ne subentreranno altri, caratterizzati da una necessaria compenetrazione tra obiettivi economici e ambientali»[46]. Questo nuovo processo avverrà in concomitanza dei disastri finanziari causati dal neoliberismo. Il rischio concreto di una forte instabilità economica, con elevati tassi d’inflazione che colpirà, come sempre, le classi sociali più deboli, perché esse sono maggiormente colpite dai cambiamenti climatici e dai problemi interconnessi.

 Ancora di più dobbiamo temere i possibili disastri causati dalle manipolazioni della tecnica[47]. Basandosi sugli studi più recenti, Tim Flannery fotografa con lucidità la situazione attuale, analizza le cause del riscaldamento globale e delinea un futuro in cui l'uomo non sarà più dipendente dall'energia fornita dai combustibili fossili, ma svilupperà al meglio le tecnologie già esistenti per produrre energie rinnovabili. Dalla possibilità di immagazzinare in modo sicuro l'anidride carbonica in Antartide o sul fondo degli oceani alla produzione di biocarburanti, Flannery pensa ad un futuro possibile e, soprattutto, ci sembra evidente che sia l'unico futuro in cui potremo sopravvivere su un pianeta in armonia con tutte le forme viventi[48].

 Ormai sappiamo da almeno 50 anni, fin dal primo rapporto Meadows[49] per il Club di Roma, ma anche dai riscontri dei lavori dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici), il primo rapporto è del 1990, che sia stato, con certezza, l’intervento dell’uomo delle sue attività produttive a modificare il clima. Sono decenni che si è andato consolidando il consenso scientifico sul dato di fatto che le emissioni di gas serra generate dall’attività umana modifichino il clima della Terra e il riscaldamento globale, allora si parlava di 0,5 gradi e non di 1,5 di oggi o di scenari più infausti per il futuro prossimo. Già allora si sosteneva la capacità dei cambiamenti climatici di influenzare la salute umana in molti modi, successivamente osservati da tanti studi.

Gli effetti acuti del caldo estremo sulla salute sono stati documentati da tempo, già nel 2008 una rassegna aveva evidenziato eccessi di mortalità e malattie renali e respiratorie, e ancora prima, diversi eventi climatici erano stati associati a vari esiti sulla salute. Oggi sappiamo che «le stime sui danni da riscaldamento sono affinate e sono tutt’altro che tranquillizzanti: a livello globale, a ogni grado di aumento della temperatura ambientale corrisponde un incremento di oltre il 3 per cento della mortalità per cause cardiovascolari e respiratorie, un nuovo caso di diabete ogni 3.000 persone, per non parlare delle malattie infettive, dalla malaria alla Dengue. Ma scandagliando la letteratura scientifica emerge che a fronte degli innumerevoli studi effettuati sulla salute delle popolazioni attuali poca attenzione è stata riservata agli impatti sulle future generazioni. E le avvisaglie sono inquietanti: a livello globale, le future generazioni sperimenteranno più frequentemente eventi climatici estremi (temperature, precipitazioni, eventi meteorologici inusuali), rispetto alle generazioni attuali e passate. Uno studio recente ha stimato che un bambino nato in qualsiasi parte del mondo nel 2020 nel corso della sua vita sperimenterà un numero di ondate di calore 4-7 volte superiore rispetto a un bambino nato nel 1960 (Thiery e collab. Science, 2021). E va sottolineato che si parla di effetti avversi sulla salute umana e animale che si verificheranno nelle future generazioni non solo a causa di esposizioni dannose che avverranno domani ma anche di esposizioni precoci dell’oggi (in utero e nei primi anni di vita) i cui effetti si vedranno più avanti, anche nelle generazioni successive (danno trans-generazionale).

Dunque l’insulto alle future generazioni è già operante e il dettato costituzionale dell’articolo 9, «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», andrebbe reso vivo. «Sarebbe magra consolazione una nemesi storica che vendicherà i torti e le ingiustizie subite dalle future generazioni per opera di quelle correnti, c’è bisogno invece di un sovrappiù di responsabilità per la presa in carico della sfida, oggi e subito»[50]. Bisogna realmente finanziare la ricerca per trovarne nuove fonti energetiche non inquinanti, per produrre, finalmente, energie pulite e rinnovabili, ragionando a livello globale.

 Una interessante proposta, politica e di diritto, per provare a migliorare, in modo determinante, la situazione viene da Luigi Ferrajoli che suggerisce l’approvazione di una “Costituzione della Terra”, che come le Costituzioni nazionali sia da riferimento legislativo e, soprattutto, da freno per chi vuole ancora inquinare e distruggere il pianeta. Egli spiega che abbiamo bisogno di una Costituzione della Terra?[51] Perché «mentre ormai tutti i problemi si pongono a livello globale e il pericolo della fine non incombe più, come accaduto in passato, su singoli popoli ma sull’umanità tutta intera, non c’è un soggetto che assuma la responsabilità di tutto ciò e ne tenti la regola». E perché, come argomenta più distesamente Luigi Ferrajoli che, con Raniero la Valle, è tra i promotori dell’iniziativa[52], una delle fondamentali “lezioni” che la pandemia ci ha impartito è che alle, purtroppo, molteplici emergenze e catastrofi del nostro tempo (riscaldamento climatico, guerre, crescita delle diseguaglianze, masse, sempre più grandi, di migranti in fuga) si potrà rispondere solo andando oltre i confini degli Stati nazionali e «imponendo rigidi limiti e vincoli costituzionali ai poteri attualmente selvaggi della politica e dell’economia»[53]. Ferrajoli ritiene che approvare una costituzione mondiale è l’unica via percorribile per assicurare la sopravvivenza dell’umanità e non farla «soccombere»[54] già in un futuro che non sembra troppo lontano.

La pandemia esplosa a livello mondiale nel 2020 non viene infatti considerata come un evento isolato che, una volta terminato, permetterà di tornare senza cambiare nulla e troppe preoccupazioni alla vita precedente, ma al contrario bisogna mettere in connessione la crisi epidemica con altri fenomeni ugualmente gravi  e macroscopici che sono ben lungi dall’esaurirsi, i quali, combinandosi, rischiano di condurre la nostra specie verso un futuro di «devastazioni […] guerre e […] violenze in grado di travolgere gli interessi di tutti»[55]. Ribadendo con forza che la progressiva degradazione dell’ambiente, il cambiamento climatico, le crisi alimentari che continuano a provocare milioni di morti all’anno, la mai tramontata minaccia nucleare: sono questi (ma non solo questi) i fattori che insieme continuano ad alimentare, anche al di là del Covid-19, il rischio di una “involuzione”, della “barbarie” e della “catastrofe”. Involuzione, barbarie e catastrofi che non possono rappresentare un destino ineluttabile dell’uomo, ma piuttosto il frutto di precise scelte, economiche e politiche che, in quanto tali, possono sempre essere corrette razionalmente in modo da riuscire a scongiurare quantomeno le conseguenze più nefaste. Ferrajoli, differenziandosi dalla maggioranza degli studiosi considera possibile realizzare una «democrazia cosmopolitica».[56] Egli auspica la possibilità della progressiva costruzione di “ordini giuridici globali” come migliore (sempre perfezionabile) veicolo di affermazione del rule of law e della democrazia stessa nel mondo contemporaneo[57].

In modo molto concreto ed esplicito  ci dice che abbiamo la «necessità di uno sviluppo multi-livello, oltre che multi-dimensionale della democrazia costituzionale in grado di limitare i poteri globali oggi sregolati: la necessità della costruzione di un costituzionalismo sovranazionale in grado di colmare il vuoto di diritto pubblico prodotto dall’asimmetria tra il carattere globale degli odierni poteri extra-statali e il carattere ancora prevalentemente locale del costituzionalismo, della politica, del diritto e delle connesse funzioni di governo e di garanzia»[58]. Ferrajoli sostiene la fondamentale necessità dell’effettivo godimento dei diritti fondamentali, come i diritti all’ambiente pulito, riconosciuti a tutti gli uomini (considerando, in particolare i diritti sociali) che dovrà portare a una comunanza di vedute. Purtroppo per quanto riguarda la possibilità effettiva di conseguire tale obiettivo ci sembra difficile da raggiungere soprattutto su scala planetaria.

Ma la base di partenza era stata già individuata da Norberto Bobbio che aveva teorizzato la presenza di un consensus omnium gentium relativo proprio all’esistenza di un novero comunemente accettato di “diritti dell’uomo”[59]. Comunque la si pensi, la possibilità reale di fondare un ordine globale che assicuri pace, libertà e giustizia affascina da secoli (a partire dallo scritto kantiano sulla “pace perpetua”) il pensiero politico: «Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati. I popoli, in quanto Stati, potrebbero esser considerati come singoli individui che, vivendo nello stato di natura (cioè nell’indipendenza da leggi esterne), si recano ingiustizia già solo per il fatto della loro vicinanza […]. Per gli Stati che stanno tra loro in rapporto reciproco non vi è altra maniera razionale per uscire dallo stato di natura senza leggi, che è stato di guerra, se non rinunciare, come i singoli individui, alla loro selvaggia libertà (senza leggi), sottomettersi a leggi pubbliche coattive e formare uno Stato di popoli (civitas gentium) che si estenda sempre più, fino ad abbracciare da ultimo tutti i popoli della terra»[60]. La proposta interessante di Ferrajoli merita molta attenzione: «Una Costituzione della Terra è diversa da tutte le altre carte costituzionali, perché deve rispondere a problemi globali sconosciuti in altre epoche, e tutelare nuovi diritti e nuovi beni vitali contro nuove aggressioni, in passato impensabili. Non è un'utopia. È l'unica strada per salvare il pianeta, per affrontare la crescita delle disuguaglianze e la morte di milioni di persone nel mondo per fame e mancanza di farmaci, per occuparsi del dramma delle migrazioni forzate, per difendersi dai poteri selvaggi che minacciano la sicurezza di intere popolazioni con i loro armamenti nucleari»[61]. Mettendo in assoluta evidenza che: «Esistono problemi globali che non fanno parte dell'agenda politica dei governi nazionali, anche se dalla loro soluzione dipende la sopravvivenza dell'umanità. Il riscaldamento climatico, il pericolo di conflitti nucleari, le disuguaglianze … le centinaia di migliaia di migranti in fuga segnano il nostro orizzonte presente e futuro. In gran parte dipendono dall'assenza di limiti ai poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali. Tuttavia … un'alternativa istituzionale e politica è possibile e la sua stella polare è una Costituzione della Terra. Non si tratta di un'ipotesi utopistica. Al contrario, è la sola risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che Thomas Hobbes affrontò quattro secoli fa: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto di convivenza pacifica basato sul divieto della guerra e sulla garanzia dell'abitabilità del pianeta e perciò della vita di tutti. La vera utopia, l'ipotesi più inverosimile, è l'idea che la realtà possa rimanere così come è: l'illusione cioè che potremo continuare a fondare le nostre democrazie e i nostri tenori di vita sulla fame e la miseria del resto del mondo, sulla forza delle armi e sullo sviluppo ecologicamente insostenibile delle nostre economie. Solo una Costituzione della Terra, che introduca un demanio planetario a tutela dei beni vitali della natura, bandisca le armi a cominciare da quelle nucleari e introduca un fisco e idonee istituzioni globali di garanzia in difesa dei diritti di libertà e in attuazione dei diritti sociali di tutti può realizzare l'universalismo dei diritti umani, assicurare la pace e, prima ancora, la vivibilità del pianeta e la sopravvivenza dell'umanità»[62].

 Il progetto di una Costituzione della Terra dovrebbe essere depositato presso la sede dell’ONU, sottoposto alla discussione e approvazione dell’Assemblea generale e aperto all’adesione e alla ratifica di tutti gli Stati del mondo. Questa iniziativa deve tenere conto, nel solco della migliore tradizione costituzionalistica democratica, delle norme contenute in costituzioni e carte internazionali vigenti e deve mettere a frutto tutte le tecniche di garanzia che sono state escogitate, negli anni, per rendere effettivi i diritti delle persone. Il testo, proposto è composto da 100 articoli ed ha a tutti gli effetti la struttura di una carta costituzionale. Essa è divisa nelle due classiche parti: la prima dedicata ai principi e ai diritti fondamentali, la seconda all’organizzazione dei poteri. Ma con parti originali e interessanti come dove si sottolinea la necessità di sottrarre al mercato beni personalissimi come le parti del corpo umano, beni comuni come le risorse naturali e ambientali, da proteggere attraverso l’istituzione di un demanio planetario, e beni sociali, disponibili gratuitamente per tutti, come i farmaci salva-vita, i vaccini, l’alimentazione di base, come è stato più volte argomentato da Ferrajoli. Si propone di superare la logica individualistica dei diritti, stipulando l’indisponibilità e l’inalienabilità dei beni vitali in assenza dei quali gli stessi diritti sono destinati a rimanere solo sulla carta. Che senso ha, ad esempio, proclamare il diritto alla salute senza riconoscere l’accesso gratuito ai farmaci o all’acqua potabile? O affermare il diritto a un’esistenza dignitosa dimenticandosi di “garantire la vita presente e futura sul nostro pianeta in tutte le sue forme”? Questa ci sembra la prima finalità della Costituzione della Terra, insieme al mantenimento della pace, alla promozione di rapporti amichevoli tra i popoli e alla realizzazione dell’uguaglianza. In modo analogo, la previsione di un catalogo di beni da considerare illeciti, di cui va vietata la produzione, il commercio e la detenzione, come le armi nucleari, le armi di offesa e di morte, le droghe pesanti, le scorie radioattive e tutti i rifiuti tossici o pericolosi. La Costituzione della Terra deve assicurare l’effettività del diritto assolutamente inalienabile alla pace e alla sopravvivenza di tutti gli abitanti del pianeta, e del pianeta stesso. Di qui la previsione dello scioglimento degli eserciti nazionali e l’affidamento del monopolio della produzione e detenzione delle armi, «limitatamente a quelle necessarie all’esercizio delle funzioni di pubblica sicurezza», alle forze di polizia, locali, statali e globali (proposta nell’art. 77). Ma anche la statuizione di limiti alla produzione di energie non rinnovabili (art. 54) e il divieto di attività che rechino danni irreversibili alla natura (art. 56). Un secondo aspetto degno di essere sottolineato riguarda la titolarità dei diritti.

Altre Dichiarazioni, purtroppo anche recenti, come la Carta di Nizza[63], non hanno saputo, molto probabilmente non c’era la volontà politica, affrontare il nodo dell’accesso ai diritti che, anche quando proclamati come universali, per essere effettivamente goduti richiedono il possesso della cittadinanza o di titoli legali di ingresso e soggiorno nel territorio europeo. La formula che si legge nel Preambolo della Carta di Nizza, «pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione» – suona oggi sommamente ipocrita di fronte al disprezzo che le istituzioni dell’UE, e gli Stati che ne sono parte, mostrano per la vita di donne e uomini privi di una “privilegiata” cittadinanza occidentale. Il progetto di Costituzione di cui stiamo discutendo, invece, all’art. 5 riconosce a tutti gli esseri umani la «cittadinanza della Terra». E, per il resto, evita di servirsi della parola “cittadino”, attribuendo i diritti – tutti i diritti, senza eccezione alcuna – alle persone. Abbiamo il diritto alla libera circolazione, che si traduce nel diritto di emigrare e di «scegliere la propria residenza in qualunque punto della Terra» (art. 14). Anche i diritti politici, storicamente associati allo status civitatis, che vengono qui ancorati al criterio della residenza stabile entro un determinato territorio (art. 34). In questo modo lo status di cittadino cessa di configurarsi come condizione indispensabile (e, per troppi, inaccessibile) per il godimento degli stessi diritti riconosciuti formalmente alla persona («il diritto ad avere diritti», secondo la celebre formula di Hannah Arendt). Senza tuttavia che ciò comporti l’idea del superamento della forma-Stato e l’immaginazione di un democratico «governo del mondo». Da questo punto di vista, Ferrajoli tiene i piedi ben saldi per terra, sostenendo esplicitamente che le funzioni di governo, la cui legittimità dipende dalla rappresentatività politica, «è bene che restino prevalentemente in capo agli Stati nazionali». Mentre ad essere trasferite agli organi di una futura Federazione della Terra dovranno essere, in via sussidiaria, soprattutto le funzioni di garanzia dei diritti e dei beni fondamentali. Incontriamo allora, nella seconda parte del testo (artt. 59-100), gran parte delle istituzioni create all’indomani della seconda guerra mondiale, o in epoca successiva, per scongiurare il ripetersi delle ben note tragedie: dall’ONU, con i suoi organi statutari e le sue agenzie (OMS, FAO, UNESCO, OIL) alla Corte penale internazionale, ancora oggi non pienamente operativa per il boicottaggio da parte di tutte le grandi potenze.

Queste organizzazioni vengono tuttavia profondamente riformate, in senso democratico partecipativo, e affiancate da altri strumenti, al fine di garantire i diritti, la pace, la tutela dell’ambiente naturale e dei beni comuni, la messa al bando dei beni illeciti, la lotta alla povertà. Si prevede, tra l’altro, un Consiglio di sicurezza dell’ONU composto dai rappresentanti di 15 Stati designati ogni 5 anni dall’Assemblea generale, nessuno dei quali avrebbe il diritto di veto, e l’istituzione di una Corte costituzionale internazionale[64] incaricata di pronunciarsi sull’eventuale illegittimità degli atti adottati dal Consiglio di sicurezza (in modo che non siano più possibili “guerre dell’ONU”, in palese violazione della Carta, come troppo spesso accaduto). Ma è soprattutto sulla totale riconfigurazione e il potenziamento delle istituzioni preposte alla garanzia dei diritti sociali e dei beni fondamentali che il progetto insiste.

Si tratterebbe di dotare l’Organizzazione mondiale della sanità, la FAO, l’UNESCO, l’OIL, così come le neo-istituite Agenzia mondiale dell’acqua e Agenzia garante per l’ambiente, delle risorse necessarie per garantire l’accesso alle cure mediche, all’istruzione, al lavoro, alle risorse idriche, anche agli abitanti dei paesi più poveri, laddove questo obiettivo non riesca ad essere raggiunto a livello statale, e per promuovere e coordinare le politiche in difesa dell’ambiente. Perché ciò sia possibile gli artt. 92-98 istituiscono un bilancio planetario, con vincoli “sociali” di spesa, su modello di quanto previsto dalla attuale Costituzione brasiliana; un registro globale dei grandi patrimoni; una tassazione sull’uso e l’abuso dei beni comuni; imposte globali sui grandi patrimoni, sulle successioni e sui redditi elevati, improntate a criteri di forte progressività; il condono del debito pubblico dei paesi poveri «a titolo di risarcimento dei danni finora provocati ai beni comuni dell’umanità e alle generazioni future dallo sviluppo industriale ecologicamente insostenibile dei paesi ricchi». Ma ricordiamo che si tratta solo di una “bozza”, che condensa nei suoi 100 articoli l’essenza della teoria del costituzionalismo globale elaborata da Ferrajoli in decenni di studi, che lui vuole che prima di essere approvata sia ampiamente discussa, emendata e poi, in prospettiva, forse, emanata. Ferrajoli stesso è consapevole del carattere «all’apparenza utopistico» dell’idea di una Costituzione della Terra. Ma la vera forza di questo progetto, evidentemente, consiste, nel prospettare un modello-limite verso cui tendere e nel potere «indicare, alle lotte sociali contro le tante emergenze in atto, un concreto obiettivo strategico».

Più che come un documento giuridico, la Costituzione della Terra andrebbe letta come un «programma politico razionale in grado di unificare le tante battaglie nelle quali sono impegnate in tutto il mondo migliaia di associazioni: dalle battaglie civili in difesa dell’ambiente a quelle a sostegno della garanzia universale dell’acqua potabile, dai movimenti pacifisti per il disarmo nucleare alle mobilitazioni per l’eguale garanzia del diritto alla salute per tutti gli esseri umani, da quelle contro la povertà e la fame nel mondo fino alle lotte a sostegno dei diritti alla sopravvivenza oggi negati ai migranti».

Un programma che è soprattutto un invito a superare la disperazione paralizzante che troppo spesso spinge alla passività e all’inerzia. Nella consapevolezza che il vero realismo, oggi, è quello di chi prende sul serio la minaccia incombente della distruzione del genere umano e del suo habitat, e ha il coraggio di immaginare un orizzonte all’altezza della sfida. Inoltre va ben considerato che il pensiero dominante della cultura occidentale tendenzialmente scientista e tecnicista ha portato, inesorabilmente a delegare il potere delle decisioni a tecnocrati il più delle volte incapaci di risolvere i problemi. Quindi abbiamo la profonda necessità di un nuovo pensiero democratico e partecipativo che si forma con «L’educazione al pensiero distopico, intesa come promozione della capacità non solo di concepire un mondo altro e migliore del presente, ma anche di prefigurare le azioni necessarie a renderlo attuale, coltiva un pensare capace di dischiudere possibilità inedite nel presente.

Va precisato che qui la possibilità è intesa non come qualcosa che consentirebbe una riorganizzazione del reale stando comunque dentro il sistema di regole e di opzioni rese possibili dall’ordine presente, ma come apertura al nuovo che frantuma l’ordine dato e introduce scenari imprevisti. Proprio perché il presente è dominato dalla razionalità tecnica e mercantile, occorre pensare a processi di formazione capaci di preparare i giovani ad affrontare criticamente la tendenza scientista e tecnicistica della cultura contemporanea. Il mito tecnocratico spinge a pensare che fra le competenze dei tecnici vada inclusa anche la responsabilità di pianificare il processo di soluzione della crisi ecologica. Un clima culturale permeato dalla legittimazione della delega tecnocratica, mentre contribuisce a portare la società verso forme di gestione sempre meno partecipative e responsabili, è allo stesso tempo funzionale al rafforzarsi della logica dell’industrialismo, e quindi della logica del profitto, che indirizza lo sviluppo tecnico verso forme non sempre in armonia col principio del miglioramento della qualità della vita per tutti. Le decisioni circa l’uso della tecnologia ai fini della promozione della qualità della vita devono essere materia di giudizio sociale, e ciò presuppone una cittadinanza educata a intrattenere un rapporto scientificamente fondato e politicamente critico nei confronti della tecnica»[65].

Dobbiamo provare a promuovere un’educazione ecologica che si fondi sulla virtù civica e di conseguenza anche un’educazione alla fiducia nelle capacità di trasformazione non solo di sé (in quanto esseri umani educabili), ma anche del mondo. La fiducia nella possibilità di cambiamento è per Luigina Mortari dunque il motore di un pensiero che sa aprirsi al nuovo e di una pratica virtuosa che porta alla sua realizzazione. Abbiamo la necessità vitale di una responsabilità ecologica e sociale partecipata che sia prodromica al nutrimento di una postura etica del prendersi cura, di sé, di noi, di tutti. Dobbiamo aspirare ad avere «un’ecologia politica all’altezza di una teoria critica dell’Antropocene [che] si propone di rivoluzionare i rapporti sociali e socio-naturali, nella misura in cui sono superati dalle loro contraddizioni interne e soprattutto dalla contraddizione tra essi e la nostra condizione. Al contempo, tuttavia, questa forma di politica ha tra i suoi principali obbiettivi la conservazione e il ristabilimento di un certo equilibrio tra umani e non-umani, forma sociale e ambiente, dentro l’Antropocene, cioè dentro l’unico orizzonte che abbiamo a disposizione e che non possiamo dismettere.

Superando un’antica distinzione, essa è tanto progressista per quanto riguarda i rapporti sociali quanto conservatrice per quanto riguarda gli eco-sistemi naturali e, in generale, i parametri-soglia che caratterizzano il Sistema Terra. In quest’ultimo aspetto è da rivenirsi l’opportunità di una critica imminente al prometeismo da cui il modo di produzione capitalistico e i rapporti sociali che lo costituiscono sono inseparabili»[66].

In fondo sulla stessa linea si trova Zygmunt Bauman[67] che ci ricorda che già quarant'anni fa Hannah Arendt affermava che non ci sono altre alternative all'infuori della «solidarietà di un'umanità comune e della solidarietà di una reciproca distruzione»[68]. La nostra società attuale non conosce solidarietà: «Una vita sociale destrutturata libera un popolo dagli obblighi reciproci: in questo modo si crea una popolazione disimpegnata. Diventeremo sempre più indifferenti alle questioni riguardanti lo Stato e sempre meno interessati a far funzionare la democrazia»[69].

Continua Bauman con la solita lucidità: «Condividiamo tutti lo stesso pianeta e non abbiamo un altro posto dove andare, quindi i nostri destini sono molto più interconnessi di quanto saremmo disposti ad ammettere, mentre le sfide che ci vengono lanciate (al pari delle strategie che ci ispirano) sono molto più simili di quanto siamo inclini a immaginare. Le sfide sono molteplici, spuntano con poche avvisaglie o senza alcun preavviso e ci colgono impreparati, ma richiedono risposte rapide. Non sono quasi mai chiare o lineari e dunque trovare la risposta giusta è un compito arduo, ma trovare una tale risposta è quel che dobbiamo fare, essendo individui deputati a risolvere i nostri problemi attivando le risorse di cui disponiamo e a pagare lo scotto delle nostre trascuratezze o dei nostri errori. Benché non esista una ricetta infallibile per trovare la risposta giusta, e considerando che anche se una simile ricetta vi fosse non sarebbe passibile di adozione ma potrebbe unicamente costituire la scelta responsabile e operata liberamente da ciascuno di noi, una delle risorse di cui abbiamo bisogno per rendere praticabili scelte appropriate è la conoscenza dei modi in cui funziona la società, delle condizioni in cui le nostre scelte vengono effettuate, dei criteri per valutare le nostre strategie di vita e della capacità di distinguere le strategie corrette da quelle errate»[70].

Allora se i nostri destini sono inesorabilmente interconnessi e le sfide che dobbiamo affrontare riguardano tutti noi esseri umani dobbiamo considerare che di certo aveva ragione il padre nobile del liberalismo classico, che proprio nel libro più famoso scrisse con estrema chiarezza che «Nessuna società può essere fiorente e felice se la maggior parte dei suoi membri è povera e miserabile»[71]. Viviamo Il paradosso che nell’epoca dell’innovazione continua, della eliminazione delle distanze, dell’accesso ubiquo all’informazione e al sapere, stiamo arrivando a livelli di diseguaglianza, immobilità e segregazione sociale e culturale come non si vedevano da un secolo, o forse più, in uno scenario che somiglia sempre di più a un mondo chiuso e oppressivo[72]. Un mondo che in nessun modo premia davvero le capacità personali ma piuttosto il censo e le reti sociali. Un mondo profondamente ingiusto, seppur spesso sostenuto dalla retorica distorta, ideologica e niente affatto neutrale (come si vorrebbe invece far credere) della meritocrazia. Un mondo che non raggiunge il suo potenziale di benessere, non solo perché lascia inespressi talento e idee di chi non ha i mezzi e i “giri giusti” per dimostrarli e condividerli, ma perché corrode il patto sociale del capitalismo democratico secondo cui tutti dovrebbero avere le stesse opportunità e occasioni di riuscita nella vita.

Sempre più numerosi e prestigiosi studiosi sono concordi nel sottolineare la necessità di essere più creativi nell’elaborazione di proposte politiche per invertire la tendenza, e nel concludere che non ci sono specifiche misure che, da sole, possano essere sensibilmente incisive, ma serve una combinazione di interventi di diverso tipo che riguardano diversi momenti della vita delle persone. Dani Rodrick della Harvard University, per esempio, mette in evidenza l’importanza di interventi a diversi stadi dell’attività economica, tenendo conto dell’appartenenza sociale delle persone a cui si rivolgono.

Misure correttive nella fase di “pre-produzione”, per esempio, includono il rafforzamento della scuola pubblica e l’accesso per tutti agli asili nido, ma anche tasse più elevate su capitale e successioni. Interventi nella fase produttiva e post-produttiva che vanno dall’agevolazione per affitti e acquisto della casa alla promozione del ruolo dei sindacati per garantire salari e condizioni di lavoro migliori, dagli incentivi alla formazione in azienda a una maggiore progressività fiscale sui redditi alti, dal salario minimo al reddito garantito[73]. Lo studioso Matthew Jackson, per indebolire gli effetti perversi della segregazione sociale propone una combinazione di strumenti che mirino a rendere meno esclusive e separate certe reti sociali, ad esempio ridurre la segregazione abitativa attraverso sussidi e incentivi alla mobilità e facilitare corsi di perfezionamento ed esperienze di tirocinio lavorativo qualificato ai ragazzi più svantaggiati[74].

Queste proposte di intervento pubblico possono comportare un sostanziale cambiamento di fronte alla convinzione, dimostratasi errata, che i mercati si autoregolino e massimizzino il benessere sociale. Che lo stato debba limitare il proprio intervento nell’economia e che l’astratta garanzia liberale di uguaglianza formale o dei punti di partenza sia, di per sé, sufficiente affinché i cittadini abbiano pari opportunità e realizzino il loro potenziale a vantaggio di tutti. Sono idee che mettono in discussione l’ordine esistente in nome di una possibile società sicuramente più giusta, e che in quanto tali, le forze progressiste dovrebbero considerare vicine ai propri ideali e promuovere, ma che sembrano aver trascurato negli ultimi anni. Non possiamo che sperare in un sostanziale ripensamento, prima che sia troppo tardi.

Conclusioni

Dopo la seconda guerra mondiale è stato creato, o almeno era nelle buone intenzioni di chi lo voleva creare, un nuovo sistema di governo internazionale costruito su un fondamentale principio cardine: il conflitto non cesserà fino a che ciascuno di noi non si assumerà la responsabilità di tutti quanti gli altri.

Come ha scritto Norberto Bobbio: «La soluzione ultima del problema della guerra può venire dal riconoscimento da parte di tutti che nel nostro tempo l’umanità appartiene a un solo mondo e che c’è un solo comune nemico: la nostra irrazionalità, che ci impedisce di affrontare insieme i problemi globali che affliggono l’umanità, primo fra essi la prevenzione della guerra nucleare». Bobbio commentava: «Anch’io credo che il solo nemico sia la nostra irrazionalità. Ma è un nemico vincibile?»[75]. Le Nazioni unite sono state create per istituzionalizzare l’impegno globale al rispetto dei diritti umani e con esso alla pace globale, alla sicurezza, alla dignità e alla prosperità. La Carta delle Nazioni Unite affida all’organizzazione il compito di «realizzare la cooperazione internazionale per risolvere i problemi internazionali di carattere economico, sociale, culturale o umanitario». Sono state create, negli anni successivi, altre istituzioni allo scopo di aiutare i paesi poveri a sviluppare i propri sistemi politici ed economici cercando il bene dei cittadini, per fornire aiuti finanziari a chi ne ha bisogno e a chi è in grado di stabilire scambi commerciali liberi ed equi, per condividere le risorse necessarie a combattere le malattie e per promuovere finalmente il rispetto del diritto internazionale, senza il predominio di nessuna nazione, ma questo chiaramente non è avvenuto.

 La Seconda guerra mondiale è stata la più grande catastrofe mai abbattutasi sulla razza umana, si spera che non accada mai nulla di simile. È stata anche la crisi di cui l’umanità aveva, forse, bisogno per potere finalmente compiere gli sforzi necessari a garantire la sopravvivenza e persino la prosperità della nostra specie dopo il XX secolo. Questo non è avvenuto. Sono stati scritti innumerevoli libri e articoli per illustrare nel dettaglio i molteplici e continui fallimenti di queste organizzazioni. Ma dobbiamo sempre sperare e verificare che, il mondo interdipendente che queste istituzioni rispecchiano, incida sulla vita di ognuno di noi in misura esponenzialmente maggiore rispetto ai tempi della loro fondazione.

Le Nazioni Unite danno voce, e dovrebbero darne di più, a ogni nazione sulla scena internazionale e aiutano a ridurre il rischio di guerre tra gli Stati. Le forze di pace dell’Onu provengono da molte nazioni, consentendo agli stati membri di condividere gli oneri, i rischi e i costi connessi al mantenimento della pace e al contenimento delle sofferenze causate dai conflitti. L’Onu ha salvato molte vite in molti luoghi e ha fallito in molti altri, ma i successi ottenuti hanno fatto del bene a moltissime persone e merita un riconoscimento per aver scongiurato una nuova guerra mondiale, che si è più volte sfiorata nel corso degli anni dal 1946 ad oggi.

Anche l’Organizzazione mondiale del commercio crea vantaggi per tutti i paesi che vi aderiscono, anche se si potrebbe fare molto di più per i paesi più poveri. Le sue regole non sono in grado di prevenire ogni singola controversia commerciale e la loro applicazione, purtroppo, è ancora lenta e incompleta. Ma in un ambito di forte competizione, è di gran lunga preferibile avere regole imperfette e un arbitro fallibile che non averne affatto, regalando ancora più vantaggi ai più forti.

Il Fondo monetario internazionale e altri finanziatori multilaterali offrono un’ancora di salvezza finanziaria alle nazioni che hanno bisogno di aiuto, spesso agendo come prestatori di ultima istanza. Troppo spesso le condizioni a cui erogano i prestiti danno adito a polemiche giustificate, sospetti e acredini anche giustificate, ma, allo stesso tempo, hanno aiutato molte nazioni in via di sviluppo e i loro cittadini ad evitare le catastrofi peggiori.

Anche l’Unione europea, che da semplice area di libero scambio si è trasformata nella più ambiziosa organizzazione di governo multinazionale della storia, ha purtroppo generato la sua buona dose di delusione, sfiducia e cinismo. Molti cittadini degli stati membri accusano, anche giustamente, le élite politiche e tecnocratiche europee di usare le istituzioni dell’Ue per scrivere regole che fanno gli interessi dei governi più potenti a scapito degli stati più piccoli, che arricchiscono indecorosamente le multinazionali a scapito delle piccole imprese, per non parlare delle persone più deboli, e che soddisfano i bisogni dei burocrati ai danni delle libertà individuali e dei diritti sociali. Ma l’Unione Europea ha sostanzialmente contribuito a eliminare le guerre in un continente responsabile dei due conflitti più distruttivi della storia. Ha sicuramente aiutato tutti gli stati membri a fare il passo più lungo della loro «gamba economica» nelle relazioni con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina. Ha offerto ai cittadini la possibilità, un tempo impensabile, di attraversare liberamente i confini nazionali in cerca di migliori opportunità, oltre che di lavoro, di vita, di realizzazione sociale e di studio. Ha contribuito a portare avanti progetti ecologici ripulendo l’aria e l’acqua nei paesi i cui governi potrebbero non voler o non poter spendere per investire in questi progetti. Ha assunto il comando sia sugli standard climatici cercando una uniformità legislativa impensabile fino a pochi anni fa. Ha emanato normative comuni sulla difesa dei diritti umani fondamentali sia civili che sociali. Ha creato, un sistema cooperativo di aiuti tra gli stati mai visto prima in nessuna parte del mondo, con un sistema in cui i paesi più ricchi possono contribuire economicamente a migliorare gli standard di vita degli stati membri più poveri, con contributi anche consistenti e senza avere nulla in cambio, e a volte aiutandoli a uscire da crisi economiche e finanziarie. Ha fornito un formidabile modello di cooperazione al resto del mondo. Bisogna sempre tenere presente che l’importante l’articolo 3 del trattato di Lisbona afferma che gli obiettivi dell’Unione europea sono la democrazia, il progresso sociale e la protezione dell’ambiente.

 Criticare tutte queste istituzioni è facile e anche giusto per cercare di migliorarne il funzionamento. Infatti molte sono le proposte che mirano ad avere un federalismo europeo del benessere sociale più efficace, tra di esse conosciamo il “Manifesto per la democratizzazione dell’Europa”[76], un appello firmato da vari studiosi nel 2018, dove vengono fatte delle serie proposte. In particolare quella che continua ad essere più attuale e necessaria è la seguente: «I paesi potrebbero istituire un’assemblea europea, designata dai parlamenti nazionali e con il potere di approvare un bilancio per gli investimenti sul futuro (ambiente, formazione, coesione sociale), finanziato da tasse comuni sui profitti e sui redditi più alti, sui patrimoni e sulle emissioni di gas serra. Questo non pregiudicherebbe la sovranità di ogni stato, che, in attesa dell’adozione delle misure, potrebbe imporre ai propri partner alcune condizioni necessarie a proteggersi dalla concorrenza sleale e dal dumping»[77]. Quindi le istituzioni europee democratizzate devono anche aiutare a tutelare la sicurezza, la dignità e le opportunità di tutti gli europei ma anche di tutti gli abitanti del mondo. Perché proteggono già ora anche a livello mondiale, e dovranno sempre più, difendere i diritti umani. Cosi da riuscire a rendere le guerre meno probabili, sperando, in futuro, di eliminarle totalmente.

Oggi una parte del sogno razionale dell’Illuminismo sembra realizzarsi perché viviamo, finalmente, in un’epoca di straordinarie opportunità, anche se negli ultimissimi anni abbiamo un pochino rinunciato ad implementarle. Comunque sia, mai prima d’ora, così tanti esseri umani hanno avuto la possibilità di sopravvivere al parto, andare a scuola, sfuggire alla povertà, accedere a un’istruzione superiore. Inoltre mai era stato così facile incontrare persone di altri luoghi, con culture e lingue diverse in pace e senza conflitti, viaggiare anche solo per svago, trovare un lavoro, avviare un’impresa, guadagnarsi da vivere liberamente in altre parti del mondo, inventare qualcosa di nuovo. Avere il diritto di votare e scegliere democraticamente i governanti e i rappresentanti, partecipare come liberi cittadini alla vita democratica dei comuni, delle regioni e degli stati di appartenenza. Mai tante persone avevano potuto ricevere cure mediche di qualità e disponibili per tutti, con l’assistenza universalistica presente in molti stati europei, attraversare i confini e offrire ai propri figli gli stessi vantaggi. Oggi miliardi di persone hanno agi e opportunità nettamente superiori a quelli che potevano vantare i reali di qualunque altro periodo storico del passato. L’inventiva umana ha raggiunto capacità inimmaginabili pochissimi anni fa.

Ma viviamo un periodo dove «Le disuguaglianze sono molto cresciute nelle democrazie avanzate. Le conseguenze della pandemia e l'invasione dell'Ucraina contribuiscono ad aggravare il quadro…. L'elettorato popolare … alimenta infatti l'esodo verso l'astensionismo e verso la nuova destra radicale, attratto dalla protesta e dal populismo. A fronte del peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, vecchi e nuovi gruppi più a disagio non si sentono oggi rappresentati». Sempre più difficile diventa «contrastare le nuove disuguaglianze come aveva fatto negli anni del grande sviluppo post-bellico»[78]. Perché le diseguaglianze continuano a crescere «La povertà nel mondo ha ripreso a crescere. Secondo uno studio della Banca mondiale, per la prima volta negli ultimi trent’anni è aumentato il numero di persone che vivono in condizioni d’indigenza assoluta»[79]. Negli ultimi rapporti sulla distribuzione dei redditi a livello mondiale le cifre sono drammatiche: «I miliardari del mondo hanno continuato la loro stratosferica crescita dopo la crisi del 2008, e durante la pandemia hanno raggiunto livelli mai visti. Come mostra il rapporto sulle disuguaglianze globali del 2022, lo 0,1 per cento dei più ricchi del pianeta detiene da solo circa ottantamila miliardi di euro di capitali finanziari e immobiliari, cioè più del 19 per cento dei patrimoni su scala mondiale, l’equivalente di un anno di pil mondiale. La parte in mano al 10 per cento più ricco è pari al 76 per cento del totale, contro appena il 2 per cento del 50 per cento più povero. In Europa, un continente che le élite presentano come un paradiso d’uguaglianza, il 10 per cento più ricco ha quasi il 60 per cento del patrimonio totale, a fronte del 4 per cento posseduto dalla metà più povera della popolazione. In Francia tra il 2010 e il 2022 i cinquecento maggiori patrimoni sono passati da duecento a mille miliardi, cioè dal 10 per cento a quasi la metà del pil. Le imposte sul reddito pagate dai proprietari di questi patrimoni equivalgono a meno del 5 per cento di questi ottocento miliardi in più accumulati. Un dato d’altronde in linea con le dichiarazioni dei redditi dei miliardari statunitensi»[80].  

Per questo dobbiamo augurarci che ci sia un futuro migliore come auspicato dai sostenitori del liberalismo inclusivo e democratico, fortemente mitigato dal nuovo socialismo partecipativo e dall’ambientalismo diffuso, con una auspicabile grande partecipazione alle concrete decisioni dei popoli della terra, dei cittadini del mondo[81].

Anche l’importanza dello Stato nazionale viene da alcuni rivalutata, specialmente dopo gli ultimi accadimenti e tragedie come le guerre e la, conseguente, rimilitarizzazione dei rapporti tra le potenze che ha riportato al centro dell’attenzione il tema della sicurezza[82]. Come già all’inizio del XXI secolo era accaduto con gli attacchi dell’11 settembre e dalla conseguente “guerra globale al terrore”, a cui seguirono la grande crisi economica del biennio 2008-2009, con la successiva offensiva terroristica dell’ISIS e dalla pandemia del Covid-19. Ritorna l’esigenza di uno Stato che sia «non solo … scudiero – o ancella – del mercato, curatore dei suoi molteplici fallimenti e paraurti dei suoi effetti più dirompenti, ma anche come ente autonomo, capace di intervento discrezionale e visione progettuale: uno Stato innovatore e investitore … protettore e pianificatore; uno Stato che possa far fronte alle molteplici cause di ansia, vulnerabilità e incertezza che attanagliano le nostre società»[83].

 Anche il noto economista francese Philippe Aghion, noto come ispiratore del liberista presidente francese Macron, alla domanda di Maurizio Ferrera: «… quali politiche pubbliche servirebbero per orientare … prosperità inclusiva e sostenibile?» convintamente risponde: «L’innovazione non si dirige spontaneamente verso i settori più vantaggiosi per la società, ad esempio oggi verso lo sviluppo di tecnologie verdi ... [quindi] oltre alla tutela della concorrenza lo Stato deve dirigere il traffico tramite politiche industriali e di investimento. [Infatti] negli Stati Uniti l’Arpa (la Advanced Reserch Projects Agency) promuove la ricerca di base e quella applicata con un bilancio di più di tre miliardi di dollari [annuale]. Da questi finanziamenti [statali] sono nati Internet e la rete Gps … Il capitalismo … nel reinventarsi … deve generare prosperità e inclusione» e sulla formazione si ritiene che sia necessario, oltre che utile come investimento, l’aumento delle spese: «Penso soprattutto a quei Paesi, come la Finlandia, che hanno saputo riformare in modo incisivo i propri sistemi educativi sin dai primi cicli, adottando metodi didattici molto innovativi»[84].

Quindi uno Stato dove si possa espletare in modo compiuto la legittimazione democratica e popolare tipica dello Stato di diritto costituzionale e sociale. Perché solo attraverso la diretta legittimazione popolare liberalismo, socialismo e ambientalismo possono garantire un futuro democratico senza cadere nello sbaglio che ha caratterizzato gli ultimi decenni, delle politiche mondiali, che ha portato tanti, troppi, a ritenere come naturale e normale il neoliberismo[85] come unica possibilità a cui tutti dovevamo sottostare. In tanti hanno commesso questo grande errore anche, soprattutto, i partiti della sinistra europea, che hanno governato, probabilmente molto male[86], visti i risultati economici e sociali e le disuguaglianze in forte aumento, in questi anni[87]. Impedendo alla «loro pratica politica [di essere] in grado di limitare gli effetti negativi del capitalismo sulla democrazia»[88], come il dato di fatto che le classi popolari o si astengono oppure votano per partiti non progressisti.

Abbiamo poche alternative, ma le principali restano: governare il capitalismo neoliberista con la politica democratica o lasciar proseguire la sua marcia sfrenata verso la ricerca di un sempre maggior profitto, in una prospettiva nella quale i diritti risultano essere solo d’impaccio. Vorremmo auspicare «una società giusta [che] debba basarsi su una logica di accesso universale ai servizi fondamentali: salute, istruzione, lavoro, salario e retribuzioni differite per gli anziani (sotto forma di pensione di anzianità) e disoccupati (sotto forma di sussidio di disoccupazione). L’obiettivo deve essere quello di trasformare l’intero modello distributivo dei redditi e della ricchezza … di modificare in questo modo anche la distribuzione del potere e delle opportunità»[89].

L’ambizione per tutti dovrebbe essere quella di contribuire alla nascita di un nuovo modello di società, più giusto e con meno disparità. Una società libera dove come ha scritto la femminista socialista scozzese Frances Wright: «L’uguaglianza è l’anima della libertà; non c’è, di fatto, nessuna libertà senza di essa»[90].

[1] C. Castoriadis, C. Lasch, La cultura dell'egoismo. L'anima umana sotto il capitalismo, Milano, Eleuthera, 2014, p. 77.

[2] Definizione del XX secolo ormai diventata di uso comune derivata dallo storico Hobsbawm che considera giustamente il XX secolo, un secolo di enormi cambiamenti, conquiste, scoperte, ma anche grandi crisi socio-economiche e naturali, dal fortunato libro: E. Hobsbawm. Il secolo breve 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Milano, Rizzoli, 1995.

[3] M. Horkheimer, Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale, Torino, Einaudi, 1982, p. 84.

[4] N. Klein, Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima, Milano, Feltrinelli, 2019.

[5] A. Weisman, Il mondo senza di noi, Torino, Einaudi, 2017; Id.,   Conto alla rovescia. Quanto ancora potremo resistere?, Torino, Einaudi, 2014, dove si ritiene che «Il nostro pianeta saprebbe benissimo rigenerarsi, e sarebbe un luogo di straordinaria varietà e bellezza, se solo l'uomo non lo sfruttasse tanto ... Ma con una popolazione in crescita esponenziale e un inquinamento che altera l'intero ecosistema, le prospettive della Terra sono allarmanti: il sogno di un futuro lungo e prospero rischia di trasformarsi nell'incubo di un domani incerto, funestato da carestie e tragedie climatiche. Per comprendere come sarà il mondo insieme a noi, Weisman ha viaggiato in venti Paesi, interrogando esperti di vari settori su quel che ci aspetta. Dalla Palestina divisa alla Cina dei figli unici, passando per alcuni Stati islamici a volte attivissimi sul fronte ecologico e demografico, "Conto alla rovescia" cerca una risposta ad alcune domande cruciali: quanti esseri umani può sostenere il nostro pianeta? È possibile coniugare temi apparentemente in attrito come pianificazione familiare, qualità della vita e (de)crescita economica?», in p. IV di copertina.

[6] Di certo ci troviamo di fronte ad una situazione complicata, cosi ben descritta: «Una crisi ecologica senza precedenti sta devastando il pianeta, mettendo a rischio la natura e con essa la qualità della vita umana. Effetto serra, assottigliamento dello strato dell’ozono, surriscaldamento del pianeta, distruzione delle foreste, impoverimento delle risorse idriche e progressiva desertificazione, aumento della salinità del suolo e conseguente abbassamento del tasso di fertilità del terreno, piogge acide, inquinamento dell’aria a causa dei gas di scarico, inquinamento del terreno per eccesso di pesticidi, presenza nell’ambiente di scorie nucleari e radioattive, eccessiva produzione di scarti non biodegradabili e scorretto smaltimento dei rifiuti, estinzione di numerose specie di vegetali e animali: sono i sintomi della crisi ambientale che attesta uno scorretto rapporto del mondo umano nei confronti della natura. A questi danni ambientali si aggiungono i problemi conseguenti a certe applicazioni della ricerca biotecnologica dai risultati inquietanti, senza contare le violenze perpetrate nei confronti degli animali per scopi di ricerca», in L. Mortari, Educazione ecologica, Roma-Bari, Laterza, p. V, nel libro l’autrice sostiene la necessità inderogabile di una diffusa educazione ecologica che possa aiutare ad invertire questa insostenibile situazione.

[7] Marcuse, sosteneva che le società liberali non erano davvero liberali e non proteggevano né l’uguaglianza né l’autonomia. Piuttosto, erano controllate da élite capitaliste che producevano una cultura consumistica che cullava la gente comune portandola a conformarsi alle sue regole che si basavano sulla necessità di consumare solo per il gusto di consumare, tanto che e la classe lavoratrice tradizionale aveva cessato di essere una forza potenzialmente rivoluzionaria, diventando invece controrivoluzionaria praticamente, si era fatta comprare dal capitalismo e dalla smania, indotta, del consumismo a tutti i costi. Come Marcuse, i critici progressisti sostenevano che nelle società liberali esistenti gli individui non fossero realmente capaci di esercitare una scelta individuale; si veda Herbert Marcuse in particolare, il suo saggio La tolleranza repressiva, in Id., L’uomo a una dimensione, Torino, Einaudi, 19992.

[8] R. Keucheyan, I bisogni artificiali. Come uscire dal consumismo, Milano, Ombre Corte, 2021, p. IV di copertina.

[9] Z. Bauman, L. Donskis, Cecità morale. La perdita di sensibilità nella modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2019, pp. 17-20.                

[10] Ibidem. In una intervista Keucheyan ribadisce che «Il consumismo non discende da un qualche desiderio naturale che spingerebbe a possedere sempre più cose. Al contrario, è qualcosa di socialmente costruito e, per di più, è un fenomeno relativamente recente. Alcuni storici fanno risalire le origini della società del consumo al Rinascimento. Secondo me, però, è solo a partire dalla seconda metà del XX secolo che il consumo è stato «massificato», grazie soprattutto a tre fenomeni: la pubblicità, il credito e l’obsolescenza (più o meno) programmata. Le aziende hanno speso cifre crescenti per pubblicizzare i loro prodotti, la regolamentazione del credito al consumo è stata progressivamente allentata in modo da far sì che si potesse acquistare indebitandosi, e le merci sono state assemblate con materiali di sempre più scarsa qualità in modo da facilitarne un continuo ricambio. Combattere il consumismo e il suo impatto catastrofico sul pianeta significa, tra le altre cose, abolire questi fenomeni o quantomeno limitarne gli effetti. Fenomeni fondamentali per la creazione dei bisogni artificiali: il nostro mondo sarebbe molto diverso se fossimo in grado di arrestare la colonizzazione della vita quotidiana da parte della pubblicità», in M. Filippi, Razmig Keucheyan, la natura è sempre una forza politica

 “Il Manifesto”, del 16/05/2021, visto, l’ultima volta il 10 giugno 2022, in  https://ilmanifesto.it/razmig-keucheyan-la-natura-e-sempre-una-forza-politica.

[11] S. Guarracino, Allarme demografico. Sovrapopolazione e spopolamento, Milano, Il Saggiatore, 2016. Si deve considerare che nel I secolo d.C. c’erano 170 milioni di persone sulla Terra. Nel corso dei mille anni successivi questo numero è salito a 254 milioni. Consideriamo che dopo la crescita del periodo post anno mille ci fu una drastica diminuizione della popolazione euroasiatica dovuta alla la peste bubbonica nel 1400, quindi c’erano ancora solo 343 milioni di esseri umani. Ci sono voluti due milioni di anni per raggiungere (nel 1804) una popolazione mondiale di un miliardo di persone e solo altri duecento anni per arrivare a sette miliardi. Oggi 15 novembre 2022 siamo arrivati a 8 miliardi di persone.

[12] P. Giardullo, Non è aria. Cittadini e politiche contro l’inquinamento atmosferico, Bologna, Il Mulino, 2018.

[13] In A. Udías, Consumo di energia, qualità della vita ecologica, In “La Civiltà Cattolica”, n.4136, del 15 ott/5 nov 2022, pp. 144-145. L’articolo di notevole interesse mette in evidenza molte criticità legate ai temi ambientali: «Tutti gli esseri viventi, per la loro sussistenza, traggono l’energia dall’ambiente. L’uomo la consuma anche per molte altre necessità connesse alle attività che svolge e al suo benessere, come, ad esempio, i processi industriali, il controllo della temperatura negli edifici (riscaldamento e raffreddamento), i trasporti (automobili, treni, navi e aerei), gli elettrodomestici e via dicendo. Di fatto il consumo energetico si accresce proporzionalmente allo sviluppo di una popolazione. Il progresso culturale e il benessere risultano legati al consumo di energia: più crescono i primi, più aumenta il secondo. Pertanto, riguardo allo sviluppo della specie umana e al suo impatto sulla natura, non va considerato soltanto l’incremento della popolazione, ma anche l’accrescersi del consumo energetico. Il consumo totale di energia (E) aumenta con l’indice di crescita della popolazione (p) e con quello incrementale del consumo energetico per individuo (e), sicché dobbiamo guardare alla somma, E = p + e. Questo valore può risultare elevato anche se si perviene alla crescita zero della popolazione (p), come sta accadendo nei Paesi sviluppati, se rimane alto il valore dell’aumento del consumo di energia (e). Attualmente l’indice totale (p + e) a livello globale resta, in effetti, molto elevato, perché comporta il raddoppio del consumo totale dell’energia ogni 20 anni», p. 144.

[14] G. Santoprete, Ambiente e risorse naturali. Attività antropiche e inquinamento, Pisa, ETS, 2003.

[15] J. W. MooreAlessandro BarberoEmanuele Leonardi (a cura di), Antropocene o capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Verona, Ombre Corte, 2017, dove si chiarisce che: «… i drammatici cambamenti climatici degli ultimi decenni siano dovuti alle emissioni antropogeniche di gas serra è un fatto acclarato, che non suscita serie controversie se non da parte di qualche sparuta setta negazionista», p. IV di copertina. Sullo stesso tema molto interessante per come si considera la crisi antropogenica del sistema terrestre problematizza le visioni moderne del mondo impostate ed esportate dall’Occidente, mettendo in discussione «la nozione stessa di comprensione storica»: per Chakrabarty è necessario che il pensiero storico e politico-economico inserisca tra gli elementi in gioco non più solo il tempo breve e documentato delle società umane, ma quello profondo dei cambiamenti che hanno segnato (e segnano) la Terra e l’evoluzione di tutti i suoi abitanti, umani e non, si veda  D. Chakrabarty, M De Giuli e N. Porcelluzzi (a cura di), Clima, storia e capitale, Milano, Nottetempo, 2021.

[16] F. Pearce, Un pianeta senz'acqua. Viaggio nella desertificazione contemporanea, Milano, Il Saggiatore, 2011, l’autore riscontra che «Fiumi che s'insabbiano, mari e laghi interni che si asciugano sono fenomeni sempre più frequenti. I fiumi, scorrendo, si restringono e muoiono, invece di allargarsi e sfociare nei mari o negli oceani come facevano una volta. Nilo, Fiume Giallo, Indo, Colorado, Rio Grande, Gange: sono tutti nelle stesse condizioni. Che cosa sta succedendo? … un viaggio che ha toccato trenta nazioni del mondo per indagare i motivi della crisi idrica. E scoprire che India, Cina e Pakistan per irrigare le loro colture consumano da soli metà dell'acqua della terra. Che i pozzi si moltiplicano dappertutto. Che la Libia, con 3500 chilometri di tubi grossi come gallerie della metropolitana, sta risucchiando l'acqua della falda fossile sahariana, la più grande della terra. Mentre le zone paludose africane, asiatiche o sudamericane vengono bonificate e destinate all'agricoltura senza alcun criterio», p. IV di copertina.

[17] E. Kolbert, La Sesta Estinzione. Una storia innaturale, Milano, Neri Pozza 2014. 

[18] «Le tendenze attuali non sono in alcun modo sostenibili. Una crescita continua secondo i parametri dominanti non può che entrare gravemente in conflitto con i limiti naturali del Pianeta. L'economia, sotto i dettami del sistema finanziario e della sua propensione alla speculazione, tende ad aggravare gli squilibri ecologici e le disuguaglianze» in E. U. Von Weizsacher, Come on! Come fermare la distruzione del pianeta, Firenze, Giunti, 2018, p. IV di copertina dove viene specificato che «La diagnosi del nuovo Rapporto al Club di Roma sullo stato di salute dell'Antropocene esorta l'umanità a realizzare un "futuro prospero per tutti", a fermare la distruzione delle risorse naturali e l'inquinamento dell'atmosfera. Per raggiungere questo obiettivo c'è bisogno di un nuovo Illuminismo, di una rivoluzione concreta e mentale che sia funzionale al "mondo pieno" e allo sviluppo sostenibile. Senza inseguire astratte teorie ma perseguendo l'equilibrio tra gli esseri umani e la natura, tra il breve e il lungo periodo, tra gli interessi pubblici e privati. Agire adesso è possibile. Il benessere dell'umanità si può ottenere mettendo in campo opportunità che abbiamo già a portata di mano: tecnologie sostenibili, produzione decentralizzata di energia pulita e abbandono di combustibili fossili».

[19] W. Ruddiman, L' aratro, la peste, il petrolio. L'impatto umano sul clima, Milano, Università Bocconi Editore, 2015; Sul tema dobbiamo segnalare uno studio empirico di E. Pedrocchi, Il clima globale cambia. Quanta colpa ha l’uomo?, Bologna, Esculapio, 2019, dove sul problema dei cambiamenti del clima globale si studiano i dati sperimentali sul clima, partendo dal passato preistorico, storico e recente e farli conoscere agli interessati. Insomma una tesi diversa da tenere in considerazione. L’autore sostiene che oggi si parla molto di clima senza che ci sia stata sufficiente diffusione di dati storici empirici, che sarebbero facilmente reperibili che permetterebbe di sviluppare un approccio essenzialmente descrittivo che puo? aiutare a meglio conoscere la complessa e ancora poco conosciuta scienza del clima. A livello di divulgazione e? invece in atto una specie di censura per avvalorare l’ipotesi della natura antropica del riscaldamento globale (“Antropogenic Global Warming” - AGW) come verita? ufficiale non concedendo spazio ai tanti dubbi che pure ci sono e connotando un problema scientifico come un mito ideologico. Sono invece proprio i dubbi elementi essenziali per il progresso scientifico.

[20] Si vedano i cambiamenti nelle organizzazioni, nell’industria, con i miglioramenti dell’organizzazione delle condizioni di lavoro in G. Bonazzi, Storia del pensiero organizzativo, Milano, Franco Angeli, 19924. 

[21] Sugli effetti dell’industrializzazione si veda il classico: T. Kemp, L’industrializzazione in Europa nell’800, Bologna, Il Mulino, 1988.

[22] Il caso dell’utilizzo dell’amianto, A. Gaino, Il silenzio dell’amianto, Torino, Rosenberg & Sellier, 2021, dove viene fatta luce sulle dinamiche economiche e scientifiche del business dell'amianto su scala mondiale.

[23]  La deforestazione, essendo un fenomeno storico, ha caratterizzato molte epoche della storia. Nella Roma antica in epoca repubblicana e imperiale, nella Parigi medievale ecc. Ma la deforestazione contemporanea si caratterizza per essere presente, contemporaneamente, a livello mondiale con un elevatissimo sfruttamento delle risorse forestali. In principio i maggiori responsabili delle deforestazioni, senza dubbio, furono i paesi occidentali, gran parte delle foreste europee sono andate distrutte nel corso degli ultimi secoli. Nell’epoca attuale il problema della deforestazione riguarda i paesi sottosviluppati, o emergenti, come Brasile, in Amazzonia, e Indonesia nella sua foresta pluviale.

[24] Il problema della deforestazione colpisce molte aree del Pianeta, ma in particolare quelle aree che forniscono legname pregiato e purtroppo sono anche più ricche di biodiversità come le foreste pluviali e tropicali. Negli ultimi 30 anni la superficie forestale a livello mondiale si è ridotta di oltre 420 milioni di ettari, con un ritmo, che dal 2010, è di circa 4,7 milioni di ettari all’anno, in https://www.wwf.it/cosa-facciamo/foreste/deforestazione/, visitato il 23 maggio 2022.

[25] A. Attemi, T. Tyzack, Geni della discordia. Comunicazione, leggende e interessi nelle biotech italiane, Milano, Franco Angeli, 2001

[26] V. Shiva, Semi del suicidio. I costi umani dell'ingegneria genetica in agricoltura, Roma, Odradek, 2009; L. Silici, (a cura di), Ogm, le verità sconosciute di una strategia di conquista, Roma, Editori Riuniti, 2004.

[27] S. Bartolommei, Etica e biocoltura. La bioetica filosofica e l'agricoltura geneticamente modificata, Pisa, ETS, 2003; L. Carra, F. Terragni, Il conflitto alimentare. I cibi geneticamente modificati: pro e contro, Milano, Garzanti, 2001.

[28] J. G. Zaller, Il nemico invisibile. Difendersi dal pericolo quotidiano dei pesticidi, San Sepolcro (AR), Aboca edizioni, 2020.

[29] S. R. Wear, Febbre planetaria. Come si è giunti a scoprire il surriscaldamento dell'atmosfera e a prevedere i suoi effetti sul futuro della terra, Roma, Orme editori, 2005.

[30] E. Santangelo, Respiro, in L’Espresso”, del 11/12/2022, n. 49, p. 7.

[31] L’ Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) è il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici.

[32] G. Dyer, Le guerre del clima, Milano, Tropea 2012.

[33] M. Lynas, Sei gradi. La sconvolgente verità sul riscaldamento globale, Milano, Fazi, 2008.

[34] D. Chakrabarty, G. De Michele (a cura di), La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene, Milano, Ombre Corte, 2021, «Il concetto di Antropocene, nato all'interno delle scienze naturali, designa l'epoca nella quale l'essere umano come specie è in condizione di incidere, con le sue pratiche, sull'ecosistema globale. Dopo la rivoluzione industriale, e soprattutto la grande accelerazione del XX secolo e l'intensificazione della globalizzazione capitalistica ed estrattiva nel secondo dopoguerra, e il conseguente cambiamento climatico, l'Antropocene costituisce un terreno di intersezione fra la crisi economico-sociale globale e la crisi climatica. In questo campo si collocano le riflessioni dell'ultimo decennio di Dipesh Chakrabarty, già autore del fondamentale libro Provincializzare l'Europa, con una serie di interventi finora inediti in Italia. La crisi determinata dall'azione dell'essere umano e dello sfruttamento capitalistico dell'ambiente pone, secondo Chakrabarty, questioni di giustizia climatica per via della natura disomogenea e diseguale del globo che il capitalismo e gli imperi europei hanno creato assieme. Al tempo stesso, la crisi climatica, e la crisi pandemica ad essa collegata, pone un altro ordine di questioni che riguardano il rapporto fra l'umanità come specie e il pianeta Terra: la costruzione di un mondo, e la critica dei processi che l'hanno attuata, si intreccia con l'esistenza della vita in senso biologico e fisio-chimico. La critica ai processi che hanno prodotto un'umanità differenziata e con disuguaglianze di classe, e la consapevolezza della crisi ambientale, mettono in questione la concezione antropocentrica del mondo, e alludono alla necessità di decentrare l'umano», p. IV di copertina. Si veda, per le sue caratteristiche di far “parlare i dati” anche E. Pedrocchi, Il clima globale cambia. Quanta colpa ha l’uomo?, Bologna, Eculapio, 2020.

[35] A. Ferruggia, Cambiamenti climatici. Come stiamo perdendo la sfida più importante, Sant’Arcangelo di Romagna (RN), Diarkos, 2019, dove a p. IV di copertina troviamo riassunta la situazione non rosea attuale: «Le temperature sono in aumento, l’andamento delle precipitazioni è mutato, ghiaccio e neve si stanno sciogliendo e il livello medio del mare si sta innalzando. Queste non sono previsioni. Sono fatti. Il riscaldamento globale è, per la maggior parte, dovuto all’aumento delle concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera dovuto alle emissioni antropogeniche. Per mitigare il cambiamento climatico, dobbiamo ridurre o evitare queste emissioni. Tutti, tranne i negazionisti, concordano. Al fine di evitare le conseguenze più gravi del cambiamento climatico, i paesi sottoscrittori della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici hanno concordato di limitare al di sotto dei 2 °C, possibilmente entro 1,5 °C, l’aumento della temperatura superficiale media globale rispetto al periodo preindustriale. Per conseguire tale obiettivo, le emissioni globali di gas a effetto serra dovrebbero, entro il 2050, essere ridotte del 50 % rispetto ai livelli del 1990, per poi raggiungere, entro la fine del secolo, la neutralità carbonica. Tutto questo, in teoria. Vogliono illuderci. Non riusciremo a stare entro i due gradi, figurarsi un grado e mezzo. Gli obiettivi enunciati del protocollo di Parigi del dicembre 2015 si sciolgono come neve al sole vista la crescita delle emissioni. Le trattative sul clima, nonostante le promesse e i fiumi di parole, stanno sostanzialmente fallendo. Interessi potenti remano contro. E manca totalmente la volontà politica (e non solo da parte di Trump). Solo un movimento dal basso – come quello promosso da Greta, ma non solo – può cambiare le cose. I governi non lo faranno. Ma senza volontà politica dovremo cercare di adattarci a un mondo molto più caldo. Ecco come sarà il mondo nel 2050. E nel 2100. E quali paesi e quali settori perderanno di più. Perchè conoscere è essenziale per decidere di mobilitarsi e pretendere azioni vere contro i cambiamenti climatici».

[36]  W. Behringer, Storia culturale del clima. Dall'era glaciale al riscaldamento globale, Torino Bollati Boringhieri, 2016, dove viene chiaramente spiegato che il clima della Terra è parte integrante e motore inconsapevole dello sviluppo storico, politico e culturale dell'uomo e viene dimostrato, per la prima volta in forma estesa, con chiarezza e abbondanza di esempi.

[37] T. Flannery, I signori del clima: come l’uomo sta alterando gli equilibri del pianeta, Milano, Corbaccio, 2006.

[38] A. Ghosh, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l'impensabile, Milano, Neri Pozza, in più parti del libro.

[39] Ivi, P. 18.

[40] Ivi, p. 166.

[41] in G. Mann, J. e Wainwright, Il nuovo Leviatano. Una filosofia politica del cambiamento climatico, Treccani, 2019, P. II del frontespizio.

[42] Sul tema possiamo vedere per il suo sguardo generale A. Giddens, La politica del cambiamento climatico, Milano, Il Saggiatore, 2015. Sulle tasse a chi inquina possiamo vedere il recente G.Taljaard, Tassare l’inquinamento, Roma, Edizioni La Sapienza, 2021.

[43] Ivi.,  p. 169.

[44] G. Boccaletti, Cambiamenti climatici, Il suicidio globale di lasciare i paesi poveri al loro destino, in “Domani”, del 07/04/2022, p. 14, «Senza investimenti sulla resilienza globale, le conseguenze dei cambiamenti climatici investiranno tutti La parte ricca del mondo non sta mantenendo la promessa di sostenere economicamente i paesi in difficoltà per le loro politiche ambientali. Così si condanna da solo a un destino che riguarda tutti», Ibidem.

[45] L. Mortari, Educazione ecologica, cit., pp. 163-164.

[46] A. Giannulli, A. Muratore,La grande tempesta in arrivo. La nuova geopolitica tra vaccini, cambiamenti climatici e crisi finanziarie, Milano, Piemme, p. 8.

[47] Il pericolo è nella tecnica che diventa incontrollabile «Oltre che da un mix di libertà e terrore, di opportunità e costrizioni, la nostra epoca è segnata dalla rapidità dell’innovazione tecno-scientifica e dalla sostanziale inerzia delle forme di vita responsabili del degrado planetario della biosfera. Nel momento in cui gli effetti dei cambiamenti climatici cominciano a essere tangibili e osservabili da tutti e un po’ ovunque, sembra crescere o comunque essere incolmabile lo scarto fra la velocità tecnotronica e l’inerzia esistenziale; fra una tecnica che ci prospetta innovazioni e soluzioni per un miglior uso del mondo, da un lato, e gli stili, le abitudini, gli usi e gli schemi di vita che ci appaiono come difficilmente riformabili e adattabili al nuovo stato del pianeta, dall’altro lato. … Il sistema dei media dispensa giorno per giorno nuove informazioni sullo stato preoccupante del pianeta come pure su disastri avvenuti o in atto; nondimeno taluni dati emergono in sordina. Ne è un esempio quanto rivelato in una recente intervista da Naoto Kan, primo ministro giapponese all’epoca della catastrofe atomica di Fukushima. Kan conferma che, contrariamente alle dichiarazioni della ditta che gestisce gli impianti, a cinque anni dal disastro l’acqua contaminata viene ancora dispersa nel mare. Ma la rivelazione di gran lunga più importante è che nel 2011 il peggio non accadde solo grazie alla rottura di una valvola, la quale permise all’acqua di un serbatoio situato in prossimità del reattore 4 di confluire nella piscina in cui erano stoccate le barre di combustibile. Solo in ragione di un guasto tecnico, quindi, non vi fu una contaminazione di tali dimensioni da rendere necessaria l’evacuazione in tempi brevissimi dei cinquanta milioni di abitanti della regione di Tokyo», in R. Scolari, Catastrofi e cambiamenti climatici. Sette riflessioni su pensiero e rappresentazioni del disastro tecno-naturale, Milano, Mimesis, 2017, p. 12.

[48] T. Flannery, Una speranza nell’aria. I cambiamenti climatici e la sfida che siamo chiamati ad affrontare, Milano, Corbaccio, 2015.

[49] Il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT dal Club di Roma, fu pubblicato nel 1972 da Donella Meadows, Dennis Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III.

[50] F. Bianchi, Rischi e probabilità. La memoria fallace di chi ha ignorato i dati sui cambiamenti climatici, in “Domani”, del 12/07/2022, p. 10. Sul rapporto ICCC (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici), si veda l’interessante articolo di M. Cattaneo, La tragedia della Marmolada è l’ennesimo segnale. L’aumento delle temperature continuerà e bisogna agire subito per contrastare l’emergenza, in “L’Espresso”, del 10/07/2022, pp. 12-14, dove viene ribadito che «La crisi idrica che stiamo attraversando quest’anno, dunque, è solo l’antipasto di quello che ci aspetta se le temperature dovessero superare i limiti di 1,5 o 2 gradi rispetto all’epoca preindustriale indicati dall’Ipcc. E la tragedia della Marmolada - che pur nella sua peculiarità non può essere disgiunta da quanto sta accadendo al clima - è un segnale di come dovremmo mettere in atto misure di adattamento e di prevenzione del rischio nuove e più severe. Oltre ad accelerare la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili per contenere l’aumento della temperatura. Perché, piaccia o no, l’emergenza climatica è il problema più serio che la nostra civiltà abbia dovuto affrontare da quando scriviamo i libri di storia», p. 18.

[51] Come si legge nella pagina di presentazione del sito di “Costituente Terra” (https://www.costituenteterra.it/chi-siamo-perche-ci-siamo/. Anche molto interessante la spiegazione data da Ferrajoli in una bella intervista, alla domanda, fatta dall’intervistatrice  Perché una Costituzione della Terra?, Risponde con grande lucidità e passione: «Perché, con la globalizzazione, i poteri che contano, sia politici che economici – i G7 i G4, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, le grandi imprese multinazionali – si sono dislocati fuori dai confini nazionali, sottraendosi ai limiti e ai controlli imposti sia dal diritto che dai poteri politici degli Stati. Sono questi poteri globali i responsabili delle grandi catastrofi che minacciano il futuro dell’umanità: il riscaldamento climatico, le guerre e il rischio dell’olocausto nucleare, la crescita delle disuguaglianze, la morte ogni anno di milioni di persone per fame, per sete e per malattie curabili ma non curate. Solo una rifondazione delle Nazioni Unite sulla base di una Costituzione della Terra all’altezza di questi poteri globali è in grado di imporre loro limiti e vincoli, a garanzia dei diritti fondamentali di tutti e della salvaguardia della natura, della quale facciamo parte ma che lo sviluppo industriale ecologicamente insostenibile sta progressivamente distruggendo insieme alle condizioni stesse della nostra sopravvivenza», in L. Ferrajoli, Intervista a Luigi Ferrajoli di Xenia Chiaramonte,   (2022), Perché una Costituzione della Terra? Studi sulla questione criminale online, al link: perche-una-costituzione-della-terra-intervista-a-luigi-ferrajoli.

[52] https://volerelaluna.it/politica/2020/01/03/una-scuola-per-una-costituzione-della-terra/.

[53] L. Ferrajoli, Perché una Costituzione della Terra?, Torino, Giappichelli, 2021, p. 31.

[54] Ivi, p.9.

[55] Ivi, P. 61.

[56] Ivi, p. 31.

[57] L. Ferrajoli, I crimini di sistema e il futuro dell’ordine internazionale, in “Teoria politica. Nuova Serie. Annali IX”, 2019, 9, pp. 401-411.

[58] L. Ferrajoli, La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale, Roma-Bari, Laterza, 2021, p. 394.

[59] N. Bobbio, Presente e avvenire dei diritti dell’uomo, ora in L’età dei diritti, Einaudi, Torino, 1997, pp. 18-19.

[60] I. Kant, Per la pace perpetua (1795), sezione seconda, in Id., Scritti politici di filosofia della storia e del diritto, Torino, Utet, 1965, (edizione postuma a cura di N. Bobbio, L. Firpo e V. Mathieu), pp. 297 e 301, dove Kant prospetta «l’idea positiva di una repubblica universale». E più oltre, in Appendice, II, 3, p. 334: «una federazione di Stati, avendo solo di mira la rimozione della guerra, è il solo stato giuridico che sia compatibile con la loro libertà. Pertanto l’accordo della politica con la morale è solo possibile in una unione federativa (che quindi è data a priori, secondo principi di diritto, ed è necessaria) e ogni prudenza politica ha per fondamento giuridico la fondazione di una tale unione federale nella misura più larga possibile. Mancando questo scopo, tutti i suoi accorgimenti sono insipienza e mascherata ingiustizia».

[61] L. Ferrajoli, Per una Costituzione della Terra. L'umanità al bivio, Milano Feltrinelli, 2021, p. IV di copertina, continua

[62] Ibidem.

[63]  Grandi furono i limiti nel volere imporre dall’alto la Costituzione europea, tutto il contrario di quanto auspicato da Habermas che individuava nella Costituzione e nel suo percorso di elaborazione la strada che avrebbe condotto alla genesi di un patriottismo costituzionale imperniato sui valori, attorno al quale si sarebbero creati i fondamenti di una comune identità civica e politica, in J. Habermas, Perché l’Europa ha bisogno di una Costituzione?, in Diritti e Costituzione nell’Unione europea, a cura di G. Zagrebelsky, Bologna,  Il Mulino, 2003, pp. 94-118.  In base a questa impostazione, l’assenza di un demos europeo come dato di partenza non rappresentava un ostacolo insormontabile: facendo un’Europa costituzionale, indispensabile coronamento di un’integrazione sempre più pervasiva ma priva ancora di un adeguato canale di comunicazione tra le istituzioni e i cittadini, si sarebbero fatti anche gli europei. Nella realtà si può parlare di una vera e propria bocciatura: «Il 13 dicembre 2007 i Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’Unione europea firmeranno a Lisbona il nuovo Trattato che chiude la lunga parentesi di due anni del “periodo di riflessione” deciso dal Consiglio europeo nel 2005, dopo il fallimento della Costituzione europea decretato dalla sua bocciatura nei referendum francese e olandese e dalla decisione della Gran Bretagna di bloccare il processo di ratifica, rinviandolo sine die», in G. Tiberi, L’effettivià dei diritti fondamentali nell’Unione Europea: verso una “politica dei diritti fondamentali decisa a Bruxelles?, in “ASTRID RASSEGNA”, n. 62 (anno 3, n. 21) del 21 dicembre 2007, pp. 1-2. Si veda le considerazioni sulla mancanza di un sistema di partiti europei in V.E. Parsi, La costituzione come mappa: sovranità e cittadinanza tra risorse nomadi e diritti stanziali, in L. Ornaghi (a cura di), La nuova età delle costituzioni. Da una concezione nazionale della democrazia a una prospettiva europea e internazionale, Bologna, Il Mulino, 2000, p. 180 che convincentemente rileva come «l’inesistenza di un sistema di partiti realmente continentale e l’esiguità di gruppi e movimenti civili europei rendono difficile che si sviluppi quella rete di intermediari, tra istituzioni pubbliche e società civile, di cui costituzioni e democrazia hanno bisogno per funzionare». Naturalmente molti sono gli aspetti positivi del Trattato di Lisbona va registrato: «Tra le novità della riforma di Lisbona, merita particolare attenzione il principio della democrazia partecipativa. Esso si affianca a quello, tradizionale, della democrazia rappresentativa nell’ottica di una migliore partecipazione dei cittadini europei alla vita democratica dell’Unione europea» in G. Morgese, Principio e strumenti della democrazia partecipativa nell’Unione Europea, in E. Triggiani (a cura di), Le nuove frontiere della cittadinanza europea, Bari, Cacucci, p. 37.

[64] Ferrajoli spiega in modo puntuale anche il funzionamento degli organi giudiziali da lui proposti, si può agire anche in giudizio per salvaguardare la Terra: «Nello stesso modo in cui si agisce di fronte a qualunque altro tribunale. Negli articoli 86-90 del progetto di Costituzione della Terra … ho previsto quattro giurisdizioni di carattere globale: oltre alla già esistente Corte internazionale di Giustizia e alla parimenti esistente Corte penale internazionale, delle quali è previsto il carattere non più volontario ma obbligatorio, viene ipotizzata una Corte costituzionale internazionale e una Corte internazionale per quelli che ho chiamato crimini di sistema, cioè le attuali emergenze globali – il riscaldamento climatico, la produzione di armi nucleari, la crescita delle disuguaglianze e il dramma dei migranti – che pur non essendo trattabili dal diritto penale consistono in violazioni gravissime del principio di uguaglianza, dei diritti fondamentali e dei beni comuni e vanno perciò riconosciute come crimini, sia pure non penali, e imputate alle responsabilità politiche dei nostri governanti» in L. Ferrajoli, Intervista a Luigi Ferrajoli di Xenia Chiaramonte,   (2022), Perché una Costituzione della Terra? Studi sulla questione criminale online, al link: perche-una-costituzione-della-terra-intervista-a-luigi-ferrajoli.

 

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[65] L. Mortari, Educazione ecologica, Roma-Bari, Laterza, 2020, pp. 169-170, secondo Mortari, infatti, bisogna mettere in discussione il concetto consumistico di benessere e riscoprire, invece, un’educazione alla conservazione che eviti lo spreco. In questa prospettiva, fondamentale non è solo imparare a identificare i «”bisogni essenziali” alla sopravvivenza e i “bisogni valorizzanti”, quei bisogni dell’anima che sono in relazione con la ricerca di una dimensione pienamente umana del percorso esistenziale, ma anche il saper discriminare questo tipo di bisogni da quelli inutili, pur sponsorizzati come essenziali dalla logica del mercato. È fondamentale imparare a stare all’essenziale, cioè a cercare la giusta misura nel soddisfare i vari tipi di bisogni», Ivi, p. 164. In linea con queste riflessioni emerge dunque un’ulteriore virtù da coltivare, quella della frugalità intesa come «capacità di sottrarsi alla tendenza spesso indotta dalla società del consumo a riempire il tempo di cose e attività incapaci di restituire senso»”, Ibidem).  Il paradigma della semplicità, posto al cuore della proposta della radical ecology, è dunque inteso come «auto-socio-eco-realizzazione», p. 165.

[66] P. Missiroli, Teoria critica dell’antropocene. Vivere dopo la Terra, vivere nella terra, Milano, Mimesis, 2022, p. 83.

[67] Perché nella società tecnocratica di oggi: «Abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso. Il futuro è finito alla gogna e il passato è stato spostato tra i crediti, rivalutato, a torto o a ragione, come spazio in cui le speranze non sono ancora screditate. Sono gli anni della retrotopia. La direzione del pendolo della mentalità e degli atteggiamenti pubblici è cambiata: le speranze di miglioramento, che erano state riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reimpiegate nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità. Con un simile dietrofront il futuro, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, si trasforma in sede di incubi: dal terrore di perdere il lavoro e lo status sociale a quello di vedersi riprenderele cose di una vita, di rimanere impotenti a guardare mentre i propri figli scivolano giù per il pendio del binomio benessere-prestigio, di ritrovarsi con abilità che, sebbene faticosamente apprese e assimilate, hanno perso qualsiasi valore di mercato. La via del futuro somiglia stranamente a un percorso di corruzione e degenerazione. Il cammino a ritroso, verso il passato, potrebbe trasformarsi in un itinerario di purificazione dai danni che il futuro ha prodotto ogni qual volta si è fatto presente», in Z. Bauman, Retrotopia, Roma-Bari, Laterza, p. IV di copertina, sulle diseguaglianza causate dalla razionalità tecnica e mercantile si vedano le pp. 82-116; In un dialogo serrato con il filosofo Leonidas Donskis, Zygmunt Bauman affronta con la sua classica lucidità il tema del male sociale nella contemporaneità. Perché se da una parte la “diseguaglianza liquida” è diventata, indubitabilmente, un compagno permanente e inalienabile della attuale condizione umana, dall’altra sono nuove e inedite le forme e i modi in cui opera nella sua odierna versione della società liquefatta nei rapporti sociali. Il male liquido, che si afferma nelle relazioni sociali e nelle disuguaglianze del mondo contemporaneo, ha una stupefacente capacità di camuffarsi e reclutare al proprio servizio ogni sorta di interesse e desiderio umano, profondamente umano. Lo fa con motivazioni tanto pretestuose quanto difficili da sfatare e confutare. Il più delle volte il male liquefatto riesce ad apparire non come un mostro, ma come un amico che non vede l’ora di dare una mano. Utilizza come strategia di fondo la tentazione anziché la coercizione. Ha l’impressionante capacità, tipica dei liquidi, di scorrere attorno agli ostacoli che si trovano sul suo cammino. Come ogni liquido, li impregna e li macera fino a eroderli per poi assimilarli nel suo organismo in modo da nutrirlo e accrescerlo ulteriormente. È questa sua capacità, accanto alla elusività, a rendere così arduo lo sforzo di resistergli efficacemente, in Z. Bauman, L. Donskis, Male liquido. Vivere in un mondo senza alternative, Roma-Bari, Laterza, 2022.                    

[68] Z. Bauman, La società sotto assedio, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. xxv.

[69] M. Douglas, Di fronte allo straniero. Una critica antropologica alla teoria sociale, “Il Mulino”, n.1,1995, p.26.

[70] Z. Bauman, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Trento, Erikson, 2021, p. 9.

[71] A. Smith, La ricchezza delle nazioni, Milano, Mondadori, 20093, libro I, cap. 8, p. 169.

[72] Grandi rischi per le nostre vite, per le nostre libertà si stanno prospettando per noi e le generazioni future, in primo luogo il capitalismo della sorveglianza portato alle estreme conseguenze ci ha portato a un momento in cui: «Viviamo in un periodo storico in cui ogni traccia lasciata da noi e dai nostri figli viene trasformata in dati. Per la prima volta stiamo creando una generazione “datificata” da prima della nascita. I dati dei nostri bambini vengono aggregati, scambiati, venduti e trasformati in profili digitali, e sempre più utilizzati per giudicarli e decidere aspetti fondamentali della loro vita. È una trasformazione epocale, e sta avvenendo sotto i nostri occhi», in V. Barassi, I figli dell'algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita, Roma, Luiss University Press, 2021, p. IV di copertina, mai come oggi possiamo prevedere che le prossime generazioni saranno tracciate e ‘datificate’ fin dalla nascita e, addirittura, anche prima. Questo è un grande rischio dalle conseguenze nefaste che ci viene dalla digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale che potrebbero riuscire a manipolare le persone fin prima della nascita, da bambini e da futuri adulti, ci auguriamo che queste estreme conseguenze possano ancora essere evitate. Altro incombente rischio è quello della difficoltà di controllo democratico delle grandi imprese, delle piattaforme di e-commerce, come ben messo in evidenza in A. M. Rizzo, R. Sommella, Ingovernabili. Grandi piattaforme, nuovi monopoli e la lotta per la concorrenza, Roma, Luiss University Press, 2022, dove descrivono  la complessità dei tempi attuali, in particolare la realtà dei grandi gruppi economici che riescono a generare grandi profitti ma, sempre più, con poca occupazione e mettendo da parte qualsiasi possibilità di controllo democratico sulle decisioni: «Se si volesse spiegare ad un bambino che cos'è la transizione digitale, basterebbe dirgli che oggi la più grande azienda manifatturiera (GM) del mondo è la Apple, mentre cinquanta anni fa era la General Motors. La differenza tra queste due realtà non è però nel tipo di prodotti che producono ma negli utili e nell'occupazione generati. La "mela" ideata da Steve Jobs incassa dieci volte i profitti che il colosso dell'auto americano realizzava mezzo secolo fa, ma dando occupazione ad un decimo delle persone negli Stati Uniti rispetto a quanto faceva GM all'inizio della Guerra fredda. La globalizzazione e la digitalizzazione hanno così prodotto una mutazione, tutta a vantaggio del capitale e a danno del lavoro. Quello stesso bambino molto probabilmente avrà uno smartphone, ma non guiderà un'auto americana di sua proprietà. Questa è la transizione digitale dove i protagonisti principali sono tutte aziende nate negli ultimi trent'anni, quando GM era ancora leader di mercato. L'epoca complessa che stiamo vivendo, assediati dalla necessità di governare l'ingovernabile e di pensare l'impensabile, fosse una pandemia planetaria o una guerra, necessita dunque di affinati strumenti di analisi. Sul "bisogno di inverare" la democrazia, renderla sempre forte e coerente rispetto al periodo contingente ma anche alla storia della nazione, appare come la cornice perfetta per trarre delle conclusioni da questo percorso che si è tracciato sulla storia della concorrenza e delle sfide che i nuovi "Leviatani digitali" portano a tutti i governi e le 'società democratiche, mettendo a repentaglio le fondamenta istituzionali su cui si poggiano. Senza mai nominare gli over the top, il Capo dello Stato, come il Congresso americano o l'antitrust europeo, ha posto il tema delle piattaforme digitali come un problema democratico e non solo economico o concorrenziale. L'accumulazione di potere, senza apparenti limiti, delle Big Tech va infatti oltre i tentativi antitrust di sanzionare gli abusi nella dominanza di mercato e le normative europee sui servizi digitali, impattando sugli stessi assetti costituzionali di un paese. Dalla rete sono nate aziende, prodotti, mercati, cripto-monete e persino partiti, rendendo quasi pleonastico il tentativo di giganti come Facebook di rifugiarsi in un mondo parallelo chiamato metaverso. Ma in rete si compie ormai un plebiscito che trascende i normali rapporti intermediati tra il popolo e i suoi rappresentanti. La sfida, a livello mondiale, per la salvaguardia della democrazia riguarda perciò tutti, prima di tutto le istituzioni. L'organismo più antico che ancora rappresenta lo stato di diritto, il Parlamento, si è trovato e si troverà ancora a fronteggiare presto queste forze esterne che tendono a bypassare i percorsi — macchinosi e a volte tortuosi — della democrazia. E non potendo agire tempestivamente come un click, dovrà puntare tutto sulla elevata qualità delle sue attività, tenendo unite due esigenze irrinunciabili: il rispetto dei percorsi di garanzia democratica e la tempestività delle decisioni», p. 117. Diventa sempre più «cruciale il ruolo degli organi di rappresentanza, come luogo della partecipazione e della costruzione del consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile, dandogli delle regole, costruendo dei percorsi, prevedendo dei divieti. Questo deve valere anche per le piattaforme digitali, gioielli della tecnologia ma non sottratti alla legge della vita democratica», Ivi, p. 118.

[73] D. Rodrik, Straight Talk on Trade: Ideas for a Sane World Economy, Princeton, Princeton University Press, 2019; O. Blancard, D. Rodrik, Combating Inequality: Rethinking Government's Role, Cambridge, Mit Press, 2021; D. Rodrik, La globalizzazione intelligente, Roma-Bari, 2015, dove scrive con chiarezza  che: «Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro assetti sociali, e quando tale diritto entra in conflitto con le esigenze dell'economia globale, è quest'ultima che deve cedere il passo. », a p. I in copertina, continua specificando «Non è possibile perseguire simultaneamente la democrazia, l'autodeterminazione nazionale e la globalizzazione economica. Se vogliamo spingere più avanti la globalizzazione, dobbiamo rinunciare allo Stato nazionale oppure alla politica democratica. Se vogliamo mantenere e approfondire la democrazia, dobbiamo scegliere tra lo Stato nazionale e l'integrazione economica internazionale. E se vogliamo conservare lo Stato nazionale e l'autodeterminazione, dobbiamo scegliere tra maggiore democrazia o maggiore globalizzazione. Questo è il trilemma politico fondamentale dell'economia mondiale. I nostri problemi affondano le loro radici nella riluttanza da parte nostra ad affrontare queste scelte ineluttabili», p. IV di copertina, quindi Rodrik propone soluzioni concrete per moderare l'impatto negativo della globalizzazione sulla possibilità per ogni Stato-nazione di definire autonomamente la propria via allo sviluppo e al benessere: è forse il più originale tra i nuovi pensatori della globalizzazione, il suo è un libro che segnerà la nostra era. La rilettura della Grande Crisi fatta da Dani Rodrik aiuta a capire il reticolo di interessi alla base del Washington Consensus, che del modello oggi al capolinea ha costituito il paradigma ideologico prima ancora che politico. Sugli stessi argomenti si veda il libro più famoso di D. Rodrik, Dirla tutta sul mercato globale. Idee per un'economia mondiale assennata, Torino, Einaudi, 2019, dove con grande chiarezza ci ricorda ancora che «Lo Stato-nazione sembrava essere condannato all'irrilevanza grazie alla globalizzazione e alla tecnologia. Ora è tornato, spinto da un coro populista mondiale. Rodrik, da sempre schietto critico di una globalizzazione economica andata troppo oltre, va al di là della reazione negativa populista e offre una spiegazione ragionata dei motivi per cui l'ossessione delle élite tecnocratiche per l'iperglobalizzazione abbia reso più difficili per gli Stati-nazione ottenere obiettivi economici e sociali legittimi a casa propria: prosperità economica, stabilità finanziaria ed equità. Egli rimprovera i globalisti per aver messo in pratica pessime scelte di politica economica, ignorando le sfumature dell'economia, che avrebbero dovuto indurre a piú cautela. Rodrik rivendica la necessità di un'economia mondiale pluralista, dove gli Stati-nazione possiedano un'autonomia sufficiente per formare i propri contratti sociali sviluppando strategie economiche pensate per i propri bisogni. Invece di invocare la chiusura delle frontiere o il protezionismo Rodrik ci mostra come ristabilire un equilibrio accorto tra una governance nazionale e una globale», a p. IV di copertina; Id. Ragione e torti dell’economia, Milano, Università Bocconi, 2018, dove Rodrik pur parlando di modelli e di teorie, arriva anche a proporre venti comandamenti, dieci per gli economisti e dieci per i non economisti. L'autore tratta situazioni concrete che sfidano la disciplina economica e che richiedono modelli diversi, mentre ogni modello racconta un pezzo di storia su come funziona il mondo. Dalla congestion charge partita da Singapore e arrivata a Milano alle strategie anti-povertà nei Paesi emergenti o ancora alle disuguaglianze dei Paesi sviluppati, si tratta di esempi da cui trarre lezioni anche contraddittorie - un po' come per le diverse morali delle favole.

[74]Il professore Jackson ritiene che la rete delle relazioni umane e la posizione sociale delle persone determina il potere, convinzioni e comportamenti, si vedano i suoi lavori: M. O. Jackson, The Human Network: How Your Social Position Determines Your Power, Beliefs, and Behaviors, New York, Vintage, 2020; Id., Social and Economic Networks, Princeton, Princeton University Press, 2010.

[75] N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Bologna, Il Mulino, 19842, p. 7, e pp. 16-17.

[76] Si tratta di un vero e proprio appello lanciato da vari intellettuali Europei, ecco il testo e il link per aderire: “Noi, cittadini europei, provenienti da contesti e paesi diversi, lanciamo oggi questo appello per una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee. Questo Manifesto contiene proposte concrete, in particolare un progetto per un Trattato di democratizzazione e un Progetto di budget che può essere adottato e applicato nella sua forma attuale dai paesi che lo desiderino, senza che nessun altro paese possa bloccare quanti aspirino al progresso. Può essere firmato on-line (www.tdem.eu) da tutti i cittadini europei che in esso si riconoscono. Può essere modificato e migliorato da qualunque movimento politico”, una premessa a questo appello è stata raccolta nel libro:  S. Hennette, T. PikettyG. Sacriste, A. Vauchez, Democratizzare l'Europa! Per un trattato di democratizzazione dell’Europa, Milano, La nave di Teseo, 2017. .

[77] In T. Piketty, Un federalismo europeo contro le disuguaglianze, in “Internazionale”, n. 1483, del 21/10/2022, p. 46.

[78] C. Trigilia, La sfida delle disuguaglianze. Contro il declino della sinistra, Bologna, Il Mulino, 2022, p. II di copertina.

[79] Winand von Petersdorff, dal Frankfurter Allgemeine Zeitung, Germania, riportato su “Internazionale”, del 14 ottobre 2022, n. 1482, p. 108, dove si descrive una situazione attuale, in piena pandemia Coviv-19 e rischio altissimo di guerra, con parole molto preoccupanti: «Una delle più grandi conquiste dell’umanità è sfumata nell’indifferenza generale. Se in poco più di trent’anni quasi un miliardo di persone era sfuggito alla povertà più estrema, la pandemia di covid-19 ha provocato un’inversione di tendenza. È quanto si ricava dal rapporto Poverty and shared prosperity, pubblicato dalla Banca mondiale. Nel 2020 settanta milioni di persone sono finite in condizioni di povertà estrema, il più grande aumento da quando il dato è misurato a livello globale. Oggi più del 9 per cento della popolazione mondiale, cioè 700 milioni di persone, vive con meno di 2,15 dollari al giorno (il nuovo valore stabilito dalla Banca mondiale come soglia della povertà estrema, invece di 1,90 dollari) I poveri hanno pagato più di tutti le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Nei paesi in via di sviluppo gli stipendi sono calati più che in quelli ricchi, così per la prima volta da decenni le disuguaglianze globali sono tornate a crescere. La guerra in Ucraina e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari ha reso la situazione ancora più grave. Per questo gli autori del rapporto prevedono che anche nel 2022 non ci saranno progressi nella lotta alla povertà. Kristalina Georgieva, la direttrice del Fondo monetario internazionale, prevede tempi duri: “Stiamo vivendo un cambiamento fondamentale nell’economia globale: da un mondo relativamente prevedibile – basato su cooperazione economica internazionale, bassi tassi d’interesse e bassa inflazione – a uno più fragile”. Secondo lo studio della Banca mondiale, durante la pandemia le fasce povere della popolazione mondiale non solo hanno perso reddito, ma hanno anche registrato un tasso di mortalità più alto, una durata media della malattia più lunga e hanno usufruito meno della didattica a distanza. Se i politici non adotteranno contromisure efficaci, molte persone dovranno accettare per tutta la vita un reddito più basso, perché entreranno nel mondo del lavoro con un livello d’istruzione inferiore».

[80] In T. Piketty, Tassare i ricchi per difendere il pianeta, in “Internazionale”, del 11/11/2022, n. 1486, p. 48, dove l’economista francese propone una maggiore e progressiva tassazione ai suscritti redditi da capogiro per dare sviluppo e serenità al mondo intero, ritenendo giusta questa maggiore tassazione fa degli esempi storici importanti, con dati concreti e fatti già verificati: «Nel novecento l’imposta progressiva sul reddito fu un successo. Le aliquote tra l’80 e il 90 per cento, applicate ai redditi più alti durante l’amministrazione Roosevelt, per mezzo secolo hanno coinciso con il periodo di massima ricchezza, innovazione e crescita degli Stati Uniti. Per un motivo semplice: lo sviluppo dipende innanzitutto dall’istruzione – gli Stati Uniti all’epoca erano molto più avanti del resto del mondo – e non ha bisogno di una disuguaglianza stratosferica. Nei prossimi anni bisognerà lanciare un’imposta patrimoniale progressiva, con aliquote dell’80-90 per cento per i miliardari, e tassare il 10 per cento dei patrimoni più alti. Ma serve soprattutto che una parte delle entrate dei più ricchi sia versata ai paesi più poveri. Il sud del pianeta non può più stare fermo ad aspettare che il nord mantenga i suoi impegni. È il momento di pensare al mondo che verrà, o quello attuale si trasformerà in un incubo».

[81] O. Höffe, Demokratie im Zeitalter der Globalisierung, München, Beck, 1999, l’autore auspica un sistema di cittadinanza globale ispirata al sistema dello stato di diritto e compiutamente democratica e partecipativa.

[82] Infatti «la sicurezza è la preoccupazione fondamentale nell’ordine politico moderno, lo è quasi a maggior ragione in un ordine internazionale “anarchico” quale è … l’ordine politico internazionale. Essendo privo di un governo in grado di promettere protezione a soggetti disposti a rinunciare al proprio diritto (hobbesianamente naturale) s difendersi da sé, il sistema internazionale moderno si è sempre rilevato “scoperto” sul versante della sicurezza», in A. Colombo, Il governo mondiale dell’emergenza. Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia dell’insicurezza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2022, p. 57.

[83] P. Gerbaudo, Controllare e proteggere. Il ritorno dello Stato, Milano, Nottetempo, 2022, p. IV di copertina.

[84] M. Ferrera, Una distruzione creatrice e gentile, in “La Lettura”, del 04/12/2022, pp. 16-17, Philippe Aghion Economista, ha insegnato ad Harvard e in altre famose università, tra i maggiori consiglieri del presidente francese Emanuel Macron, ha scritto insieme ad altri autori un libro molto interessante, sugli argomenti trattati nell’intervista citata: P. Aghion, C. Antonin, S. Bunel, Il potere della distruzione creatrice, Venezia, Marsilio, 2021,  dove partendo da posizioni liberiste si pone il problema di provare a rifondare il rapporto tra politica, imprenditori e società civile. È questa la sfida epocale, che va ben oltre quella di opporsi al declino del capitalismo, arrivando a generare prosperità e inclusione.

[85] Si vedano le considerazioni che mettono in discussione la presunta “normalità” dell’ideologia neoliberista, in particolare: F. L. Block, Capitalismo. Il futuro di un’illusione, Bologna, Il Mulino, 2021.

[86] Infatti la sinistra politica ha dimostrato una «generale subalternità nei confronti delle idee dominanti», invece dovrebbe iniziare a combattere «la scoraggiante condizione di debolezza politica in cui oggi versano i salariati e i ceti popolari, una sinistra di classe avrebbe il non trascurabile vantaggio di non doversi inventare nulla: si tratterebbe di riprendere le fila di quanto di meglio la civiltà europea sia riuscita a realizzare nel secondo dopoguerra» in A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Milano,Meltemi,20212, p. IV di copertina.

[87] Tanto male, in molti casi la sinistra ha governato male, non solo in Europa, anche nel resto del mondo non curando gli interessi del popolo, delle persone bisognose d’aiuto, infatti possiamo verificare alcuni aspetti di questo malgoverno come la demolizione dello stato sociale e l’insicurezza sociale che esso genera. Se lo stato decide che non solo non può offrire posti di lavoro, ma non può neppure offrire un minimo di sussistenza alle classi popolari che non lo trovano, l’unico mezzo per garantire sicurezza, o quantomeno un suo simulacro, è aumentare il volto repressivo dello stato. Sul tema si registra un interessante intervento del sociologo Paolo Gerbaudo che ritiene proprio esponenti della sinistra degli anni 90 del secolo scorso gli iniziatori di questo modo sbagliato di governare della “sinistra”: «A capeggiare questa svolta dallo “stato sociale” allo “stato carceriere” fu non solo la “nuova destra” ma anche politici della “terza via” come Bill Clinton. Se da un lato Clinton archiviò lo stato sociale di Johnson con ancora più fervore di quanto aveva fatto Reagan dall’altro inasprì con ancora più durezza le pene verso chi violava la legge, spesso spinto dalla miseria e dallo squallore a cui venivano costretti sempre più cittadini privati dei sussidi di povertà», in P. Gerbaudo, Prima della destra law and order la sicurezza era un tema di sinistra, in “Domani”, del 11/11/2022, p. 13, conclude l’articolo con queste interessanti e condivisibili considerazioni: «Contro l’idea securitaria della destra è necessario recuperare un’idea di sicurezza sociale e integrale, che riconosce che tutti hanno diritto a vivere una vita tranquilla e degna e che il crimine stesso è spesso il prodotto dell’insicurezza sociale nella sua forma più estrema: lo squallore e l’indigenza. In fondo, neppure il ricco che non si possa dotare di un esercito privato può dormire sonni troppo tranquilli in un mondo in cui la sua ricchezza fa il paio con la miseria crescente della maggioranza della popolazione», Ivi. Le conseguenze non si sono fatte attendere: «non deve far dimenticare che molti elettori nel sud e nel nord del mondo sono scettici nei confronti della sinistra social-ecologista e preferiscono la destra nazionalista e xenofoba, come hanno dimostrato le elezioni in Svezia e in Italia. Il motivo è semplice: senza una trasformazione fondamentale del sistema economico di ridistribuzione della ricchezza, il programma social-ecologico rischia di rivelarsi un boomerang per le classi medie e popolari. La buona notizia, se così si può dire, è che la ricchezza è talmente concentrata al vertice che si possono migliorare le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione e al tempo stesso lottare contro il cambiamento climatico, a patto di darsi i mezzi necessari a una ridistribuzione ambiziosa. Tutti dovremo cambiare il nostro stile di vita, ma il punto è che si possono compensare i ceti medi e popolari per questi cambiamenti, sia sul piano finanziario sia garantendo l’accesso a servizi più compatibili con la sopravvivenza del pianeta nel campo dell’istruzione, della sanità, degli alloggi e dei trasporti. E questo passa da una riduzione del reddito dei ricchi», in T. Piketty, Tassare i ricchi per difendere il pianeta, cit.

[88] C. Trigilia, La sfida delle disuguaglianze. Contro il declino della sinistra, p. 168.

[89] T. Piketty, Capitale e ideologia, cit., p. 1133.

[90] A. J. G. Perkins, Theresa Wolfson, Frances Wright: Free Enquire, Philadelphia, Harper & brothers, 1972, p. IV di copertina, traduzione mia.

*Già pubblicato in “Persona periodico internazionale di studi e di dibattito”, n. 2, 2022, pp. 85-118.

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