La morale di Trump come dottrina di guerra
In un’intervista al New York Times, Donald Trump ha rilasciato dichiarazioni che sollevano interrogativi profondi sul rapporto tra potere militare statunitense e diritto internazionale. Alla domanda su quali limiti esistano alla sua autorità di comandante in capo nell’uso della forza a livello globale, Trump ha risposto senza esitazioni: l’unico freno sarebbe la sua “morale personale”.
Un’affermazione che di fatto relega in secondo piano il ruolo delle norme internazionali, dei meccanismi multilaterali e delle istituzioni di controllo costruite nel secondo dopoguerra proprio per limitare l’arbitrio delle grandi potenze. “Non ho bisogno del diritto internazionale”, ha dichiarato, aggiungendo che sarà lui a decidere quando e come tali regole si applicano agli Stati Uniti.
Pur riconoscendo formalmente che la sua amministrazione “deve” rispettare il diritto internazionale, Trump ne propone una lettura unilaterale e flessibile, subordinata agli interessi e alle valutazioni di Washington. Un’impostazione che rafforza l’idea di un ordine globale sempre più segnato dall’asimmetria di potere e dall’erosione delle regole comuni. Le sue parole si inseriscono in un contesto geopolitico già teso, in cui l’uso della forza, le sanzioni e la coercizione economica sono strumenti ordinari della politica estera statunitense.
Solo che rispetto al passato l’attuale amministrazione fa esibizione di forza e rivendica lo strangolamento economico di altre nazioni attraverso le sanzioni. Al centro resta una domanda cruciale: cosa accade all’ordine internazionale quando la “morale” di un singolo leader si sostituisce al diritto condiviso?
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