La guerra dell’informazione: quando la verità diventa la prima vittima
Di Rania Hammad e Tawfiq Al-Ghussein
In ogni guerra esistono due campi di battaglia. Uno si combatte con missili, aerei ed eserciti. L’altro si combatte con le narrazioni. Se il primo distrugge città e vite umane, il secondo determina il modo in cui quella distruzione viene compresa.
Talvolta ciò che viene raccontato serve anche a nascondere altre questioni.
Come ricorda il vecchio detto, la prima vittima della guerra è la verità.
I conflitti che oggi travolgono il Medio Oriente, dalla devastazione di Gaza, teatro di un genocidio che molti ancora esitano a riconoscere, fino all’escalation che coinvolge l’Iran, dimostrano quanto profondamente la guerra moderna dipenda dal controllo dell’informazione. Negli ultimi giorni numerosi analisti hanno individuato video circolati sui social media presentati come immagini della guerra attuale che in realtà erano filmati vecchi di anni o provenienti da conflitti completamente diversi. Alcuni erano clip riciclate dalla Siria o dall’Ucraina, o dalla devastazione a Gaza, altri erano stati manipolati digitalmente. Quando le smentite sono arrivate, quelle immagini e video avevano già raggiunto milioni di persone.
Questo fenomeno non è accidentale. Assolutamente no.
L’informazione stessa è diventata un’arma (in maniera molto ovvia), e la stampa può trasformarsi nel portavoce di forze politiche invece di svolgere la sua funzione di controllo dei centri di potere, come scriveva il grande giornalista britannico Robert Fisk.
Nei conflitti moderni la lotta per controllare la percezione è quasi importante quanto quella per controllare il territorio. Governi, servizi di intelligence e reti di comunicazione strategica cercano tutti di plasmare la storia della guerra prima ancora che sia possibile una verifica indipendente dei fatti. E Israele ne ha fatto un uso strategico sin dalla sua fondazione.
L’obiettivo è semplice: stabilire prima la narrativa e lasciare che i fatti arrivino dopo. Oppure modificare i fatti sul terreno e parlarne il meno possibile. Serve anche come strumento di distrazione di massa
La guerra a Gaza offre forse l’illustrazione più inquietante di questa dinamica. Interi quartieri sono stati ridotti in macerie, ospedali distrutti e decine di migliaia di civili uccisi, forse centinaia di migliaia, in uno degli episodi più violenti della storia recente. Eppure il mondo ha visto soltanto frammenti di ciò che è realmente accaduto, in parte perché l’accesso al territorio è stato rigidamente controllato.
Dall’inizio della guerra Israele ha di fatto impedito ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza in modo indipendente. I reporter internazionali possono accedere solo attraverso visite organizzate dall’esercito israeliano, durante le quali i movimenti sono limitati e i luoghi visitati accuratamente selezionati. Numerose grandi organizzazioni mediatiche hanno ripetutamente chiesto un accesso libero e indipendente, sostenendo che senza un giornalismo autonomo è impossibile verificare l’entità degli eventi sul terreno.
In assenza di giornalisti internazionali, il compito di documentare la guerra è ricaduto interamente sui reporter palestinesi, a rischio della propria vita. Il conflitto è diventato il più mortale mai registrato per i giornalisti. Dall’ottobre 2023 sono stati uccisi più di duecentocinquanta operatori dei media, giornalisti palestinesi che documentavano la guerra all’interno di Gaza.
Uccisi mentre erano chiaramente identificabili come giornalisti. Attacchi aerei hanno colpito luoghi in cui lavoravano troupe televisive e persino ospedali dove i reporter avevano trovato rifugio. Uffici dei media sono stati distrutti e le infrastrutture di comunicazione ripetutamente danneggiate. Per chi cerca di raccontare la guerra dall’interno di Gaza il pericolo è costante.
Allo stesso tempo le narrazioni che circondano il conflitto sono oggetto di una battaglia feroce. La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, ha avvertito che la comunità internazionale sta assistendo a quello che lei definisce un genocidio contro i palestinesi a Gaza. I suoi rapporti si basano su una vasta documentazione che riguarda sfollamenti di massa, distruzione sistematica delle infrastrutture civili e modalità di condotta delle operazioni militari.
Invece di provocare una seria riflessione internazionale, le sue conclusioni hanno innescato una campagna coordinata di attacchi politici e mediatici contro la sua persona. Alcuni governi hanno chiesto la sua rimozione e diversi gruppi di pressione hanno cercato di screditare il suo lavoro. Il messaggio è chiaro: chi mette in discussione le narrazioni dominanti rischia di diventare esso stesso un bersaglio.
Questa lotta per il controllo della narrativa si è ampliata parallelamente all’estensione della guerra. Con l’escalation che coinvolge l’Iran, nuove restrizioni sono state imposte ai giornalisti che riportano dalle zone di conflitto. Le autorità militari richiedono ora approvazioni per trasmettere da siti colpiti dai missili o per pubblicare determinate informazioni relative agli attacchi e ai danni subiti.
La storia dimostra quanto siano fragili le narrazioni costruite in tempo di guerra. Durante la guerra del Vietnam i briefing ufficiali assicuravano ripetutamente all’opinione pubblica che la vittoria fosse vicina, fino a quando i Pentagon Papers rivelarono quanto profondamente quelle dichiarazioni divergessero dalle valutazioni interne del governo statunitense. L’invasione dell’Iraq nel 2003 fu giustificata con l’esistenza di armi di distruzione di massa che non furono mai trovate.
Ciò che distingue l’epoca attuale è la velocità e la scala con cui l’informazione può essere manipolata. L’intelligenza artificiale può produrre immagini convincenti in pochi minuti. Vecchi filmati possono essere riciclati e diffusi come se fossero stati girati il giorno prima. Gli algoritmi dei social media amplificano contenuti emotivamente forti indipendentemente dalla loro accuratezza.
Eppure, in mezzo a questo caos informativo, una fonte di verità rimane difficile da manipolare: la realtà sul terreno.
Autori
Tawfiq Al-Ghussein è uno scrittore e analista geopolitico con un BSFS in Economia Internazionale presso la Georgetown University e un master presso SOAS, University of London. I suoi lavori si concentrano sul diritto internazionale, sulla geopolitica del Medio Oriente e sulla questione palestinese.
Rania Hammad è analista politica e ricercatrice nel campo delle relazioni internazionali. Ha studiato presso l’American University of Rome e l’Università del Kent. I suoi lavori si concentrano sul diritto internazionale, la politica del Medio Oriente e la diplomazia multilaterale.

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