Israele sotto pressione, USA in difficoltà: cosa accade in Iran?

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Israele sotto pressione, USA in difficoltà: cosa accade in Iran?

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Le dichiarazioni del presidente Donald Trump dipingono uno scenario di successo totale delle operazioni militari statunitensi, dall’America Latina fino all’Iran. Secondo la Casa Bianca, Teheran sarebbe ormai priva di difese, senza leadership e pronta a negoziare. Una narrazione trionfalistica che contrasta però con quanto emerge sul terreno. Dall’altra parte, le forze iraniane - in particolare i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) - rivendicano una capacità offensiva crescente. Le recenti ondate di attacchi missilistici e con droni contro obiettivi israeliani, inclusa Tel Aviv, dimostrano in maniera evidente la vulnerabilità dei sistemi di difesa multilivello e generano panico diffuso tra la popolazione civile. Il conflitto, iniziato con l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, si è rapidamente trasformato in una guerra regionale ad alta intensità.

Secondo fonti iraniane, in meno di un mese sarebbero stati colpiti obiettivi strategici statunitensi e israeliani in tutta l’Asia occidentale, mettendo in crisi l’apparato difensivo statunitense. A rafforzare questa lettura è il comando centrale iraniano, che dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e l’ascesa di Mojtaba Khamenei, parla apertamente di una “marcia verso la vittoria totale”. Secondo Teheran, gli Stati Uniti sarebbero ora intrappolati in un conflitto che non riescono a controllare e starebbero cercando una via d’uscita diplomatica. Nel frattempo, la strategia del premier israeliano Benjamin Netanyahu appare sempre più controversa. Se da un lato gode di sostegno interno, dall’altro - come evidenziato da analisi pubblicate sul Financial Times - la guerra sta producendo effetti opposti a quelli dichiarati: escalation, instabilità e risultati militari non risolutivi.

Un elemento cruciale è il graduale cambiamento dell’opinione pubblica negli Stati Uniti. Il sostegno bipartisan a Israele, storicamente solido, mostra crepe crescenti, alimentate sia dal conflitto con l’Iran sia dalle operazioni a Gaza. Questo potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici nel medio periodo. Il rischio più grande, secondo diversi analisti, non è tanto una sconfitta militare immediata, quanto l’ingresso in una spirale di guerra permanente.

Senza un ritorno alla diplomazia, il conflitto rischia di espandersi ulteriormente, coinvolgendo rotte strategiche come lo Stretto di Hormuz e compromettendo la stabilità globale.



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